di Mattia Zàccaro Garau

La crisi è molto democratica. Non per i suoi effetti, ma per ciò che la causa. Anzi per chi la fa. Come ci insegna Naomi Klein in ‘Una rivoluzione ci salverà’, dichiarare una crisi non è facoltà esclusiva di politici o degli establishment che governano. A poterlo fare sono “anche i movimenti di massa di gente comune”. Gli esempi sono molti: l’abolizionismo contro la schiavitù, il movimento per i diritti civili contro la discriminazione razziale, il femminismo contro quella sessuale, gli anti-apartheid contro il dramma sudafricano. E si potrebbe continuare ad elencare le crisi che sono state istituzionalizzate da gruppi di persone – dal basso e non dall’alto.

Le crisi è ciò che separa: è il momento liminale, la soglia tra un periodo e l’altro di una storia. Etimologicamente, inoltre, viene dal greco krino – e significa ‘decido’. È quindi un momento tanto di separazione quanto di decisione. Ed è il frangente in cui, politicamente, si aprono i cordoni della borsa e si stanziano senza lungaggini burocratiche i fondi necessari per superare l’emergenza. Questo basterebbe a farci capire quanta presenza di spirito e di corpo necessiti lo stato di crisi attuale. Ma soprattutto quanto possiamo essere noi stessi a decidere dove dirigere la nostra condizione.

In questo senso, dirigerla negli scontri notturni con le forze dell’ordine e nei saccheggi da novelli Robin Hood griffati pare scriteriato. Stiamo colpevolmente spostando il focus della questione. Il problema è il capitalismo estrattivo e la sua radicale insostenibilità.

Le mascherine, come tutte le misure restrittive che sono state appena inserite e quelle più dure che con ogni probabilità verranno vagliate presto, sono solo conseguenze. Ammesso e non affatto concesso che queste misure siano ingiuste, sproporzionate, dettate da un qualche tipo di meccanismo decisionale sovranazionale, sono solo conseguenze. E lottare contro le conseguenze, in maniera allopatica, è un errore metodologico. Bisognerebbe ribellarsi alle cause, risalendo fino alle radici per risolvere il problema. E innanzitutto questo significa studiare per comprendere dove risiede il problema.

Personalmente, non sono neanche contro la protesta violenta, forte e dura, ma quando è ben direzionata verso obiettivi reali e consistenti, la cui sconfitta può portare vantaggi a tutta la popolazione in crisi. E non solo un paio di jeans nuovi (tra l’altro di un colore decisamente discutibile).

Luigi Pareyson diceva che è la sofferenza la “sola a contenere il senso della libertà”. Sarebbe nei momenti di difficoltà, di crisi dunque, che si può sperimentare davvero il significato degli atti liberi. Capire quali siano veramente le catene che ci legano e quelle che in realtà non esistono – o quelle, addirittura, con cui ci leghiamo da soli. E che cosa è questa pandemia se non uno di quei momenti di sofferenza?

In fin dei conti, si può essere liberi inchiodati ad una croce e non lo si può essere con una mascherina su naso e bocca? E attenzione che non faccio riferimento a rimandi religiosi o trascendenti, bensì a capacità umane del tutto immanenti. L’essere umano è capace, infatti, di riflessioni libere in qualunque contesto, se ne ha intenzione.

Ma attenzione, perché vale anche l’inverso: se non si giunge ad una vera volontà di comprensione del reale, anche nella migliore delle condizioni possibili in termini di libertà, l’essere umano rimane schiavo. In questo senso intendo quanto sopra: si possono fare scelte libere, di critica e di coscienza, anche a dispetto di una mascherina e di un coprifuoco.

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