Sotto la Mole, ma proprio sotto sotto, a cinquanta metri dalla Mole – mentre il nuovo lockdown ovvero coprifuoco degli spettacoli stava calando inesorabile sul Cinema Massimo e sulla sua programmazione da Museo del Cinema – i veterani e i giovani e le ragazze che hanno seguito il Festival Lovers si sono sentiti più strani che mai. Con le mascherine e gli occhiali appannati, alternavamo i commenti sui film appena visti con le notizie sui provvedimenti, fino a capire che saremmo stati gli “ultimi a spegnere la luce” la sera di domenica 25, prima della chiusura dei cinema e dei bar da lunedì 26 ottobre.

Curioso destino per il festival storico del cinema Lgbtq che dopo 35 anni aveva dovuto rinunciare alle sue date primaverili a causa del Covid e che con determinazione la nuova direttrice Vladimir Luxuria ha voluto svolgere in presenza. Ma sono saltati per precauzione anche alcuni fondamentali incontri in presenza, primo tra tutti quello con la ultranovantenne Gina Lollobrigida, un asso nella manica di Luxuria.

Che strana situazione: non era “ballando sul Titanic” perché sapevamo benissimo cosa ci aspettava, ma accentuava ancora di più quella sensazione di occasione culturale unica di vedere film che nelle sale non arriveranno mai, almeno da noi, e che anche in streaming possono essere difficili da trovare (e comunque mai con i sottotitoli in italiano).

Voglio dire qualcosa sui cinque film che ho visto, tutti notevoli e forse anche tutti accomunati dalla capacità di uno sguardo sul presente, storie di giovani e d’amore, tutti ben piantati in paesaggi e ambienti realistici. Los Fuertes, cileno: un aspirante architetto in partenza per un master in Canada e un pescatore, nello scenario e nelle dinamiche di una cittadina marittima del sud cileno.

El Cazador, argentino: eros e thriller tra adolescenti gay o bisessuali a Buenos Aires. Futur Drei, film di regista iraniano in Germania che parla delle dinamiche tra il focoso ragazzo gay nato tedesco da una famiglia che vorrebbe tornare a Teheran e i ragazzi che invece dell’Iran sono appena arrivati e chiedono asilo. Cicada, newyorkese “tratto da storie vere” dentro e attorno alla passione che scatta tra un bianco libertino e un nero più serioso, e i loro background.

And than we danced: ballerino di Tbilisi si scopre gay tra il flirt erotico con un collega e la ripulsa omofoba degli altri. Quest’ultimo film, realizzato da un regista georgiano-svedese ha avuto grandi applausi a Cannes ed è stato possibile proiettarlo in Georgia solo con decine di poliziotti a proteggere il cinema da proteste violente dei tradizionalisti.

Nell’insieme di questi cinque sguardi e racconti diversi ho trovato alcuni elementi comuni del presente, di questo secondo decennio del Terzo Millennio che non ha “staccato” in avanti come gli ultimi del Novecento. I genitori sono sempre fondamentali, nel bene o nel male, ma forse sarà sempre così. I dialoghi sono diminuiti, ci sono più silenzi o frasi minimaliste (solo tra i due newyorkesi c’è un gran parlare).

In compenso i cellulari e Whatsapp hanno fatto irruzione nelle storie narrate, come è nella realtà di tutti noi, anche non giovani. La mancata risposta al messaggio, o persino la scritta che il credito è esaurito, diventano un passaggio fondamentale del film. Le sigarette ahimè, continuano a dominare soprattutto tra i georgiani, che sembra di vedere i nostri anni 70. Per la precisione: poche sigarette solo nel newyorkese, alcol ovunque. I cessi (wc toelette) sono rimasti presenti, questo forse è davvero un caso dei film che ho visto, non come luogo dove ci si incontra, ma comunque dove qualcosa succede o si comunica.

L’omofobia non è sconfitta, non è più il discorso dominante ma chissà se si estinguerà mai. E l’amore, l’amore dei giovani può arrivare subito a ruota del desiderio che scoppia a prima vista oppure un pochino più lentamente ma è
sempre vitale e un po’ conflittuale. Per la cronaca il festival è stato vinto da una commedia statunitense, Adam di Rhys Ernst, a tematica transgender. La stessa tematica dell’altro film, vincitore del premio Torino Pride, il brasiliano Alice Junior. Due film che purtroppo non ho visto.

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