Un camion zeppo di ferro da rivendere clandestinamente, qualche pietrata in testa dalla ragazza amata, un amico scrittore fuso come un copertone, e un pacchetto di sigarette perennemente perso o vuoto. Elvis Malaj è il genietto spiritoso e sagace autore de Il mare è rotondo (Rizzoli), recupero di un titolo di qualche mese fa che era d’obbligo rimettere sullo Scaffale. Un po’ un “indeciso a tutto” alla Flaiano, il giovane albanese Ujkan vorrebbe migrare in Italia, ma per un motivo o per un altro anche quando ci arriva vicinissimo sopra un gommone, a pochi metri dalla costa pugliese, torna clamorosamente indietro. La gag buffa, anticonformista, quasi surreale, politicamente un filino scorretta (vivaddio) è anche gioco a forma di specchio perché l’amico Sulejman, scrittore squattrinato, celebrity del piccolo paese albanese dove è ambientata la storia, ha scritto proprio un romanzo su un ragazzo che ha la “sindrome da mare rotondo” come Ujkan. Fughe da fermo, insomma. L’elastico dell’artificio letterario è anche moto di spirito tradizionalista. Perché Il mare è rotondo deve vivere con forza e consapevolezza lì, in quel luogo affatto disperato, dove si campa comunque e senza morire di fame. Una cosmogonia antropologica buffa tra il borderline e il sottoproletariato attraversato dalla strampalata indeterminatezza di Ujkan, innamorato e ricambiato con violenza e distacco da Irena, attratto dalle strampalerie di Sulejman, fregato dalla truffa burocratica di un visto italiano pagato caro, finito addirittura in cella e di fronte al “presidente” per via di un equivoco lavorativo poco onorevole. Malaj si destreggia abilmente con spirito bukowskiano in terza persona “mista” (Ujakn su tutti, ma si prende anche qualche lungimirante brevissima pausa con altri personaggi a centro libro) tra il desiderio di una infingarda divertita ebbra malinconia da romanzo balcanico (come sfotte il kanun, per dire) e il dialogare fitto dai grandi romanzieri anglosassoni. Non che Il mare è rotondo manchi di compattezza organica, anzi, ma lo scoppiettante botta e risposta tra Ujkan e i comprimari è la marcia in più, sfavillante e trascinante, che porta a destinazione la traversata umana, con tocchi quasi magici (l’apparizione del venditore) e un disincanto maturo e sincero che sa di brillante letteratura. Esergo (dell’amico Sulejman): “Non si fanno soldi con i libri. Non c’è mercato, se riesci a vendere mille copie sei uno scrittore di successo. E con mille copie sai quanto guadagni? Un cazzo. Gli albanesi già sono pochi, e anche quelli che ci sono non leggono. Io per primo non sto più leggendo”. Voto “determinatissimo”: 7 e mezzo

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Lo Scaffale dei Libri, la nostra rubrica settimanale: diamo i voti, da Una grande storia d’amore di Tamaro a Il mare è rotondo di Malaj

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