Sarà, ma Susanna Tamaro è un’imprescindibile narratrice della letteratura italiana. Se al solito alieno caduto sulla terra capitasse di prendere in mano Una grande storia d’amore (Solferino), l’ultimo romanzo dell’autrice del best seller Va dove ti porta il cuore, non riuscirebbe a staccarsi dalle 280 pagine del libro seguendo questo cupo, scabro, dolente passo sentimentale a due, continuamente intervallato da fughe e riapparizioni, scarti e riconciliazioni, morti e vita, della coppia Edith e Andrea. Lui capitano di navi sulla rotta Venezia-Pireo, lei hippie maoista con il pallino dei quaderni rossi e di una società migliore. Al solito le “storie” degli autori italiani si confezionano temporalmente sempre attorno al secondo novecento con il solito rivolo finale nell’oggi. È una costante tignosa e culturale che andrebbe compresa in profondità, come se ci fosse sempre bisogno di “fare i conti” con gli anni sessanta/settanta. Ad ogni modo anche i sassi lo sanno: Tamaro è un’autrice parecchio anticomunista e sinceramente cattolica. Quindi anche in questo romanzo c’è una sfumatura redde rationemanticonformista rispetto alla letteratura “di sinistra” di fine secolo – che soggiace alla vita dei due opposti protagonisti: lui scuro e marmoreo figlio di un avvocato friulano, lei figlia progressista della piccola borghesia mestrina post ’45. Entrambi smaniosi di cercare una propria inquieta libertà nel mondo e di un equilibrio amoroso profondo che non riesce mai ad ancorarsi ad una stabilità emotiva. L’affresco generale nel suo fosco presagir disgrazie (Susanna mai un sorriso) è comunque segno inconfondibile di un sentire profondo del mondo che l’autrice ha stampigliato in ogni singola parola del racconto come marchio peculiare. Questa saggezza un po’ sacrale, un po’ semplicistica, ma tanto comune e condivisa, permeata nei dettagli di una quotidianità di massa nazionalpopolare (i Sofficini, i Krumiri, la Settimana Enigmistica), fusa ad un linguaggio che poggia instancabile su certosini e naturalistici paragoni (“come bruchi in attesa della metamorfosi”, “come una remora che si attacca al ventre di uno squalo”, “come un pesce che scopre una maglia larga nella rete per uscire”) rende Una grande storia d’amore un ulteriore punto di un continuum romanzesco teso e severo a cui Tamaro ci ha abituati. Poi c’è dell’altro. C’è il saper maneggiare la struttura del racconto, c’è quel centellinare accelerazioni e decelerazioni nella storia, c’è quel masticare l’ondulazione delle parabole esistenziali degli esseri viventi, che è propria dei grandi scrittori. Raccontato in prima persona un po’ invadente e austera da Andrea anziano, rimasto solo in una casa di un’isola, la storia d’amore del titolo ha un suo profondo e antico respiro, espunta da particolari scabrosi (nudità e accoppiamenti sono sfumati come volontaria religiosa autocensura), scava nel tessuto osseo dei personaggi, infine si ricompone tra contenuto e forma nel disvelarsi di due lettere di Edith – anch’esse prima persona di una voce intima mai sentita fino a quel momento – verso la conclusione dell’opera. Una grande storia d’amore è, infine, uno di quei romanzi dove la seconda parte è più densa, robusta e significativa della prima. Proprio per questa capacità di puntare le luci dove i fili si devono riannodare, senza aver mai perso l’attenzione del lettore negli iniziali preparativi descrittivi e costruttivi. È un segno di impareggiabile qualità. Voto (in silente preghiera): 7 e mezzo.

Lo Scaffale dei Libri, la nostra rubrica settimanale: diamo i voti, da Una grande storia d’amore di Tamaro a Il mare è rotondo di Malaj

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