E’ mancato in questi giorni Enzo Mari, uno dei maggior designer italiani del dopoguerra, e con lui ottantottenne a distanza di poche ore la compagna di una vita, la critica dell’arte Lea Vergine. Ci sono diversi Enzo Mari, che è nato come artista legato all’Arte cinetica e programmata e orgogliosamente autodidatta al mondo del design e della grafica.

Il primo è certo quello dei numerosissimi iconici progetti che hanno segnato il suo lungo percorso. Oggetti frutto di una collaborazione stretta e integrata imprenditori come Bruno Danese, Aurelio Zanotta, Alberto Alessi, Renato Rebolini, Enrico Astori, Eugenio Perazza. Un rapporto ricercato, mai facile, dialettico, frutto di confronti lunghi e tormentati che hanno portato a molti oggetti esito di un lavorio continuo di levigatura e di messa a fuoco, in qualche misura “definitivi”.

I complementi per la casa di Danese, ma anche i giochi per bambini o le iconiche colorate sintesi delle forme di animali; le sedie “Tonietta” per Zanotta, “Delfina” per Robots, “Mariolina” per Magis, “Box” per Castelli; il tavolo “Frate” per Driade; le numerose ricerche sugli oggetti per la tavola per Alessi o Zani & Zani. Sono nell’immaginario di molte persone, non solo addetti ai lavori, e siamo abituati a vederli perché hanno avuto tutti grande diffusione, anche se di frequente non sappiamo che sono suoi.

L’interesse alla fine sembra essere proprio questo: Mari aspirava e di frequente raggiungeva una forma di “classicità” nella forma levigata dalla ricerca e definitiva nella pulizia della forma; ma lo faceva con la giusta democratica aspirazione che potesse essere per tutti. Forse non sempre vi è riuscito perché il design – e a maggior ragione il suo scarno essenziale e pulito – alla fine resta ancora di frequente una manifestazione elitaria. Ed in parte questo era il suo tormento che lo spingeva a cercare di capire, spiegare, dibattere, scrivere libri (Progetto e passione del 2001, merita certo una rilettura).

Esiste poi un altro aspetto di Mari legato alla passione politica che lo porterà a guardare le contestazioni che hanno attraversato alcuni decenni della storia italiana, che lo spingeranno all’impegno politico nelle istituzioni del design, dalla Triennale all’Adi. Un entusiasmo politico e provocatorio che, ad esempio, nel 1974 lo conduce anche ad aprire una strada di messa in discussione del ruolo di mediazione del designer e dell’industria con la Proposta per autoprogettazione, un piccolo libro con una raccolta di ipotesi progettuali a disposizione per l’autoproduzione degli utilizzatori.

Ancora conosciamo un altro Mari, quello che per molti anni ha lamentato la crisi irreversibile del sistema del design, il venir meno di un’imprenditoria coraggiosa, la perdita di identità del progetto italiano. Le sue presenze in conferenze e presentazioni alimentavano dibattiti e scontri dialettici. Difficile dire che, pur nei modi burberi e talvolta scostanti di un uomo generoso e anche ironico, non avesse qualche ragione.

Proprio in questi giorni la Triennale di Milano gli ha dedicato una bella esposizione, che riprende quella che lo stesso Mari aveva progettato e curato a Torino con Lea Vergine nel 2008. Ha avuto risonanza e discussione, anche internazionale, la scelta concettuale e di comunicazione che nel titolo della mostra propone il nome del designer “annegato” e confuso assieme quello del curatore (stesso corpo, una riga contro quattro etc): “Autore che legge autore” resta un approccio storico-critico discutibile.

Ognuno ha da fare il suo. Che era anche quello che cercava Mari con la sua famosa provocatoria inserzione pubblicitaria dove un “progettista di grande esperienza e riconosciuta qualità cerca disperatamente non solo per sé giovane imprenditore” dotato di coraggio, umiltà e capacità di “conoscere la differenza tra design e moda, fra design, prodotto industriale, arte applicata e karaoke, tra lavoro alienato e lavoro di trasformazione”.

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