A marzo scorso, in piena emergenza Covid, aveva venduto alla Regione Sardegna 4 milioni di mascherine per 18,5 milioni di euro. Senza alcuna gara e con prezzi “fuori mercato“, come aveva raccontato ilfattoquotidiano.it sei mesi fa. Oggi Renato De Martin, patron della Demar hospital di Reggio Calabria, è finito agli arresti domiciliari con l’accusa di frode nelle pubbliche forniture. All’imprenditore sono stati confiscati i 10,8 milioni di euro già pagati dalla Regione per la fornitura dei dispositivi e 2,7 milioni di mascherine targate Demar sono state sequestrate perché non conformi alle normative nazionali e comunitarie. La Regione sapeva? Sì. Almeno dal 28 aprile, quando era chiaro che le mascherine FFP3 non fossero conformi. Lo dichiara agli inquirenti il direttore generale della Centrale di committenza della Regione, Cinzia Lilliu.

Dalle indagini effettuate dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Cagliari e coordinate dal pm Giangiacomo Pilia, è infatti emerso che le certificazioni fornite dalla Demar alla Regione – ma anche ai funzionari doganali di Fiumicino e Malpensa – sono sostanzialmente carta straccia. Un ‘piccolo particolare’ ben noto allo stesso De Martin già dalla prima fornitura di mascherine FFP2, fatturata alla Regione il 14 aprile scorso. Questo non ha impedito all’imprenditore di effettuare altre nove consegne, l’ultima il 26 maggio scorso. E tutto questo malgrado l’Inail gli avesse già comunicato il rigetto delle richieste di validazione dei certificati di conformità delle FFP2 e FFP3, e l’Istituto superiore di sanità, al quale De Martin ha sostenuto di essersi rivolto per il via libera alle mascherine chirurgiche, ha chiarito come da parte della Demar hospital non ci sia mai stata alcuna richiesta. Ma queste informazioni non sono mai state comunicate alla Regione, che al contrario ha continuato a ricevere le forniture di De Martin. In diverse occasioni poi l’imprenditore, alle prese con i funzionari della dogana di Milano Malpensa che contestavano la validità delle certificazioni, aveva assicurato che non avrebbe messo in commercio né distribuito le mascherine fino al via libera dell’Inail. Pochi giorni dopo, i dispositivi di protezione sono stati consegnati alla Regione.

La vicenda è ben ricostruita nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dalla Gip del Tribunale di Cagliari, Manuela Anzani, che rimarca come De Martin abbia “in maniera spregiudicata approfittato della grave situazione epidemiologica e consapevolmente tratto in inganno la Regione, allegando in mala fede certificazioni non conformi”. Anche per questo motivo la giudice Anzani ipotizza il reato di truffa aggravata, al momento non contestato dal pm Pilia. Oltretutto, consegnando alla Regione mascherine non conformi alle normative, la Demar ha di fatto esposto “gli utilizzatori dei dispositivi di protezione”, a partire dagli operatori sanitari, “a un grave rischio”. A chiudere il cerchio poi, dall’ordinanza si scopre che su 4 milioni di mascherine inizialmente preventivate, mancano all’appello 444.200 mascherine chirurgiche (su un totale di 2 milioni) e 800mila FFP3 (su un milione), esponendo la Demar all’ulteriore contestazione di inadempienza contrattuale.

In verità già il 28 aprile, quindi un mese dopo la stipula del contratto di fornitura su input del numero uno della Protezione civile regionale Pasquale Antonio Belloi, la Regione era già al corrente dei “problemi di certificazione” delle mascherine FFP3. Non solo: quando il 25 marzo Belloi firma la determina con cui dà il via libera alla proposta della Demar hospital, giustifica l’affidamento diretto da 18,5 milioni “senza ulteriori indagini” di mercato, “né procedure competitive informali” con la somma urgenza, tanto che la società di De Martin aveva assicurato la fornitura completa di tutti i dispositivi entro il 16 aprile. L’ultima consegna, al contrario, è datata 26 maggio. E peraltro, 1,2 milioni di mascherine non sono mai arrivate in Sardegna. Così il 28 aprile scorso la responsabile della Centrale di committenza della Regione Cinzia Lilliu, predispone autonomamente una bozza di lettera di contestazione da inviare alla Demar, mandata via pec al Dg Belloi. “Oltre ai problemi di certificazione delle FFP3, la tempistica delle consegne non era stata rispettata, per cui suggerivo una parziale risoluzione del contratto oppure una ricontrattazione dei prezzi – ha dichiarato Lilliu agli uomini della Finanza– ma la Protezione civile non ha voluto dare corso a tale mio suggerimento. Il Belloi, a tale riguardo, mi ha riferito che lui non si è sentito di inviare la lettera di diffida perché doveva assolutamente reperire tutto il materiale ordinato”. Prima di effettuare il maxi ordine, il capo della Protezione civile regionale aveva chiesto un parere tecnico di conformità delle certificazioni fornite dalla Demar al direttore generale dell’assessorato alla Sanità, Marcello Tidore, che aveva dato il via libera. Questo però prima che emergessero le criticità sulle certificazioni, note alla dirigente Lilliu dal 28 aprile, come detto.

Laureato in ingegneria ma più noto come campione di sollevamento pesi dei Vigili del fuoco ed ex assessore del Partito sardo d’azione a Nuoro, lo scorso aprile Belloi – nominato dal governatore sardo-leghista Christian Solinas – difendeva la decisione di affidare la fornitura alla Demar hospital, “scelta tra tantissimi preventivi perché abbiamo ritenuto che l’offerta fosse congrua”, aveva dichiarato al fattoquotidiano.it lo scorso aprile. Negli stessi giorni però l’Azienda ospedaliera universitaria di Sassari, controllata dalla stessa Regione, aveva acquistato centinaia di migliaia di mascherine ad un prezzo notevolmente inferiore rispetto al preventivo della Demar hospital. Calcolatrice alla mano, se la Protezione civile regionale avesse contattato gli stessi fornitori dell’azienda ospedaliera sassarese, avrebbe risparmiato circa 9 milioni di euro. “Ma in emergenza bisogna bruciare i tempi. Guardi i numeri della fornitura e veda chi era in grado di fornire quei numeri e a quale prezzo, in quei giorni”, aveva dichiarato Belloi per certificare la bontà dell’operazione. Anche sulla tempistica però, le indagini hanno certificato che la società calabrese non solo non ha consegnato una parte consistente di mascherine, ma non ha nemmeno rispettato le tempistiche concordate dalla Regione, l’aspetto per cui la società di Reggio Calabria era riuscita ad aggiudicarsi l’affidamento diretto da 18,5 milioni.

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