Alì il pazzo arriva in Europa nel marzo 2011. Sbarcato da Lampedusa, finisce a dormire in un vecchio ospedale abbandonato vicino Torino. Scaduti i documenti, cerca fortuna nel Nord della Germania dove si innamora di una ragazza e diventa padre. Espulso, non si arrende e, dopo il settimo tentativo, riesce ad entrare in Italia con la speranza di poter finalmente lavorare. Ma la polizia lo trova, gli fa togliere le scarpe e lo obbliga a tornare indietro. Non gli resta che camminare scalzo nella neve. Alì perde tutte le falangi dei piedi a causa della necrosi e muore senza aver potuto raggiungere il figlio. Lazar viene schiavizzato dal capo della ditta ortofrutticola per cui lavora; Farà, dopo aver partorito su un barcone, viene ricoverata e allontanata dall’ospedale perché le madri italiane hanno paura che porti malattie e Ana viene stuprata per dodici anni consecutivi dall’uomo per cui lavora, il quale viene poi assolto dalla giustizia italiana. A loro si susseguono i morti non identificabili: gli annegati nel Mediterraneo, i morti di fame e di stenti.

Queste sono solo alcune delle storie che sono state raccolte dall’inviato della Stampa Niccolò Zancan nel suo ultimo libro Dove finisce l’Italia. Viaggio sulla linea sottile dei nostri confini (Feltrinelli, 160 pagg., 15 euro). Il libro mette in discussione l’idea che abbiamo dei confini e ne restituisce un significato nuovo: i confini sono molto più che linee di separazione tra un territorio e l’altro, possono essere ponti, come afferma lo stesso autore, ma solo se togli i soldati di guardia che ne impediscono il passaggio.

Dove finisce l’Italia è anche un viaggio che il giornalista ha compiuto attraverso i più importanti confini del nostro Paese per cercare di comprendere cosa accade in questi territori e conoscere chi davvero li popola.

A Nord-Est, Trieste è considerata il punto di snodo dei migranti che cercano di entrare in Italia, ma che spesso vengono respinti. Chi ci riesce, abita in Silos, caratterizzati da box senza elettricità, finestre o un sistema fognario adeguato. Sono “ragazzi tristi con una storia unica”. Centinaia infatti sono i casi di push-back: perché i migranti devono tornare indietro da dove sono venuti dato che in Italia nessuno li vuole. Se si prosegue verso Nord colpisce la storia di Paolina Grassi, donna di novantacinque anni, che vive in un paese disabitato al confine con la Svizzera e che non ha alcuna intenzione di spostarsi da quei boschi che l’hanno vista crescere. Mai rinuncerebbe a quel profumo e a quei colori che le riempiono il cuore. È lei la testimone di un presente che si rinnova al mutar delle stagioni.

A Nord-Ovest, invece, Ventimiglia diventa lo scenario tragico dei caduti nelle gole del Passo della Morte: l’unico valico dove forse si può attraversare il confine senza essere arrestati, in cambio però bisogna fare i conti con la morte. Al Sud, infine, cambia la definizione di confine perché la proprietà, gli ettari di terreno, le serre di pomodori costituiscono una linea precisa di demarcazione. Maurizio Ciaculli ne sa qualcosa. Lui, contadino comunista, cerca di combattere la grande distribuzione e l’invasione dei pomodori africani nel territorio siciliano per proteggere le sue coltivazioni. Ma c’è un altro aspetto oscuro che disarma: gli abusi e lo sfruttamento dei padroni contro i lavoratori considerati dalla giustizia italiana invisibili perché qui vige la legge del più forte.

Esiste però un lato umano negli italiani che conforta questi disperati. La psicoterapeuta Lorena Fornasier porta cibo e coperte a chi vive in strada assieme al marito e Delia Buonomo, nel suo piccolo bar, accoglie tutti i migranti di passaggio, offrendo loro un panino, un tè caldo e una doccia. Tanto da essere chiamata “Mama Africa”. E’ la storia, enorme, di un Paese che ha un sistema che non funziona (anche per effetto dello scontro tra idee politiche diverse), ma che non ha dimenticato cosa sono rispetto, tolleranza, solidarietà. E il confine diventa il luogo in cui queste contraddizioni provano a fatica a risolversi.

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