Pochi giorni fa il Berec, l’associazione dei regolatori europei, ha approvato le linee guida sulle reti Vhcn (Very High Capacity Network), ossia le reti ad altissima velocità che dovrebbero accompagnare gli Stati Membri verso la diffusione generalizzata di accessi a casa a 100 Mbps e la disponibilità di accessi fino a 1 Gbps in luoghi selezionati, come le scuole, gli ospedali e i punti ad alta frequentazione.

Presentate in bozza a marzo scorso, forse anche a causa dell’emergenza pandemica, sono passate quasi inosservate nonostante che il loro impatto sugli investimenti nelle reti europee possa rivelarsi non solo rilevante ma persino distorsivo della concorrenza e delle graduatorie fra Paesi benedette da quello strampalato indicatore di policy detto Desi (Digital Economy Society Index.)

Le linee guida considerano essenzialmente due tipologie di rete Vhcn, quella in fibra ottica (o assimilate) e quella fissa senza fili o Fwa (Fixed wireless access). Nonostante che l’obiettivo europeo sia fissato al 2025, nel primo caso si stabilisce, fin da subito, che per ottenere “il bollino di qualità” Vhcn nel Desi si debba fornire la velocità di 1 Gbps, mentre nel secondo caso di soli 150 Mbps. Non solo.

Nel primo caso la velocità è stabilita ad un punto di distribuzione posto all’edificio, nel secondo alla stazione radiobase, senza nessuna prescrizione su quali standard si debbano adottare per servire il cliente (quindi, ad esempio, anche il buon Wi-Fi su frequenze libere e dunque disturbate va bene e pare che ci sia qualche “furbetto del quartierino” fra gli Stati Membri che così fa, risalendo zitto zitto le classifiche).

Con uno scatto di orgoglio certamente apprezzabile la nostra Agcom pare si sia astenuta nella votazione finale sulle linee guida, dopo uno strenuo ma purtroppo inefficace corpo a corpo con il grigio burocrate austriaco che le ha coordinate. Ma favorire una tecnologia così poco performante è un danno al cittadino europeo e, in particolare all’Italia che per quanto criticabile non bara le carte, salvo che non si adegui d’ora in poi alla scelta deteriore di abbandonare le soluzioni cablate Ftth e Fttc che sono più costose ma più performanti del Fwa per allinearsi alla scellerata scelta europea. Vi chiederete perché l’Europa possa compiere un tale scempio mentre è a tutti noto che le infrastrutture digitali sono alla base della ripresa del Continente per superare la crisi del Covid-19. Una spiegazione ci sarebbe.

Il piano della Gigabit Society lanciato in pompa magna dalla Commissione europea nel 2016 per il 2025, che assume come perni la fibra ottica e le altre tecnologie Vhcn per il fisso e il 5G per il mobile, è stato valutato con attenzione negli anni successivi (chissà perché non prima…) in relazione al fabbisogno economico necessario per realizzarlo: ad esempio nel 2019 la Banca Europea per gli Investimenti ha stimato un fabbisogno fra 300 e 400 miliardi di euro in Eu-28 e, al contempo, una capacità del sistema degli operatori di impegnarsi per non più di un terzo della somma necessaria. Un risultato a dir poco preoccupante che preluderebbe a forti e distorsivi investimenti pubblici.

Sarà mai che il trucco di considerare Vhcn la tecnologia Fwa, meno performante e inadatta a progredire verso il Gigabit, non consenta ai superburocrati di Bruxelles di sostenere che sono stati bravi e che l’obiettivo sarà raggiunto? Per quanto riguarda i clienti europei, invece, la qualità che giungerà davvero a casa così facendo sarà spesso ben al di sotto di 100 Mbps, e per l’Europa tutta si sarà andati nel verso del gambero. Non c’è che dire, si profila un altro grande successo della Ue! Qualcuno batta un colpo, se può.

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