Laddove il precedente “Gore” li aveva portati se non a sciogliersi, quasi, con “Ohms” i Deftones sembra abbiano voluto, come non mai, interiorizzare una volta di più il loro passato per guardare convinti al futuro. Sarà un caso, ma prossimi a celebrare i 20 anni dall’uscita di “White Pony” con una speciale riedizione dello stesso, Chino Moreno e compagni salgono in cattedra per sciorinare il meglio della loro arte in dieci canzoni dal sapore nostalgico il giusto: quanto basta ovvero perché queste siano ricondotte, ad occhi chiusi, ad un sound che è il loro e di nessun altro. Non meno, la scelta di tornare a collaborare con Terry Date, che aveva messo mano ai loro primi quattro album, è tutt’altro che casuale.

L’ohm, letteralmente, è l’unità di misura della resistenza elettrica: finisce così che poche cose, come il titolo di questo album, possano renderne al meglio la consistenza. Se di energia, vitalità, vigore dovessimo parlare non potremmo (come in effetti non possiamo) fuggire anzitutto dalla compattezza di questo disco: che arriva come un monolite, un unico blocco smussato quel tanto che basta a renderlo radiofonico così che i fini giustifichino i mezzi. La formula segreta no, ma sicuramente vincente dei Deftones consiste infatti proprio in questo: spingere la propria proposta anche oltre, e parecchio, i confini del metal alternativo cozzando quasi col doom, mantenendo comunque inalterato il gusto e la ricerca della melodia, quasi fossimo di fronte ad una specie di riflesso automatico.

La stessa “Ohms”, proposta per prima e inserita poi per ultima, vanta ritornello e aperture che potremmo con un pizzico di irresponsabilità definire quasi solari, al limite del catchy. Idem “Error”. Chiarito come la compattezza cui prima si accennava intenda sottolineare l’assenza, qui, di riempitivi o brani minori, gli episodi più riusciti risultano essere (oltre ai già citati) l’altro singolo “Genesis” e, con esso, “Ceremony”, “Urantia” e “Pompeji”.

A voler proprio essere cattivi, e oltremodo puntigliosi, ai Deftones si potrebbe imputare di avere lavorato forse un po’ troppo di maniera. Al termine di questi 46 minuti di musica il sentimento che ne consegue è in qualche modo ambivalente: perché seppure consapevoli di essere di fronte ad una delle loro migliori uscite non ultime, bensì in senso assoluto, il dubbio che abbiano ecceduto nel lucidare i muscoli rimane. Scottati, forse, dalle recenti peregrinazioni, la sensazione è che siano venuti a patti con gli istinti tentando di dominarli anziché lasciando che sfogassero. E’ il destino inevitabile di tutte quelle formazioni che, venute alla ribalta a cavallo tra i novanta e i duemila, devono anzitutto preoccuparsi di mantenere una propria fan base: pure al netto di una proposta comunque unica e inconfondibile, punto di non ritorno per milioni di persone nel mondo.

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