Stamattina in macchina è passata in radio una canzone di Amedeo Minghi: Cantare è d’amore, brano – per me molto bello – con cui l’artista partecipò al Festival di Sanremo nel 1996. La musica è dello stesso Minghi, mentre il testo è di Pasquale Panella, l’autore di quasi tutti i testi dei dischi della maturità di Lucio Battisti; è l’autore del “dopo Mogol”, per intenderci.

Il brano è coinvolgente e descrive l’amore come un’illusione, con un perfetto dosaggio di evocazioni surreali e situazioni concrete. È una rincorsa e una fuga continua, sia nel testo che nella musica: “Amarsi è come andare in fuga/ è cosa ho fatto e cosa ho detto mai/ […] Amarsi è come arrampicarsi/ su uno schermo di illusione/ e poi credere quell’edera realtà./ È le bugie, ragazza mia,/ il naso lungo e il gusto dell’addio”.

E poi giù di allitterazioni e onomatopee, con “l’acqua che si incontra col suo scialacquio”, e quest’ultimo termine è come se scrosciasse vorticosamente sull’accordo di tonica. Versi sfuggenti, che confermano delle intuizioni semantiche e le fanno svanire appena dopo, unione perfetta di musica e parole: cantarla è un piacere. Credo non abbia mai avuto il successo che merita. Proviamo a vedere perché.

Panella ha una scrittura particolare: l’aspetto sonoro dei testi ha grande importanza; spesso è “il” significato. In Italia è un rischio grosso, perché per anni le canzoni per essere considerate valide dalla critica dovevano avere messaggio ben definito, meglio se politicamente impegnato. Figuriamoci: l’antitesi del suo stile. Da una parte (chiamiamola “prosaica”) si racconta la realtà tramite le parole e la musica, cosicché quelle parole e quella musica siano dei “veicoli della realtà”; dall’altra (quella di Panella: chiamiamola “poetica”) si cerca di far sì che siano “la” realtà, bastino a loro stesse.

Queste due possibilità rappresentano uno dei più importanti punti di forza della canzone: cioè porsi a metà tra la prosa e la poesia. Perché nella prosa la parola descrive l’oggetto, dà un nome al mondo; mentre nella poesia “è” il mondo. Per dirla con Fortini: “Quello che di un testo fa poesia è che in esso il linguaggio tende a mettere in evidenza se stesso piuttosto che le cose dette. La poesia mette in evidenza se stessa. La poesia è quel discorso che finge di darti una cosa, ma in realtà, oltre quella cosa, ti dà se stessa. È come se tu dovessi mangiare quello che sta nel recipiente e il recipiente. E alla fine il recipiente diventa più importante di quello che sta dentro, anzi la forma fa tutt’uno col contenuto”. E ancora, per Sartre, nella poesia “l’economia interna della parola subisce importanti cambiamenti. La sua sonorità, la sua lunghezza, le desinenze maschili o femminili, perfino il suo aspetto visuale compongono un volto di carne” ma, più che esprimerlo, diventano un oggetto della realtà.

La vecchia dicotomia tra epica e lirica è risolta dalla capacità che ha la canzone di essere contemporaneamente sia prosa che poesia. Una sorta di magia bianca. Bene: io credo che Cantare è d’amore sia un esempio mirabile di questa crasi, proprio perché Panella ha capito perfettamente questa magia. Quella canzone stamattina sembrava non dire niente di concreto, ma era chiarissima. Come faceva? Come fa una canzone a descrivere la realtà? Qual è il modo migliore per farlo?

Il realismo è in letteratura l’esigenza di rappresentare la realtà. La canzone – in quanto letteratura musicale – è di certo uno dei migliori strumenti per parlare della società. Sia tramite i testi, nel modo più usuale e condiviso; sia – o forse soprattutto – senza dirla, tramite i ritmi, le orchestrazioni e l’idea culturale di musica che la fa scaturire. Possiamo allora convenire anche sul fatto che questo uso evocativo (della musica che connota la realtà, e non la “dice” con un linguaggio condiviso) lo si possa raggiungere anche tramite le parole. Anzi, meglio, perché le parole sono suono a propria volta, quindi con esse puoi giocare con denotazione e connotazione, cioè con ciò che è chiaro e con ciò che tramite un suono puoi solo far intuire.

Purtroppo, come dicevo, tutto questo in Italia per molti anni è stato bandito: chi non ancorava il proprio dettato poetico al messaggio verbale immediato, utile magari allo slogan politico, era visto con sospetto, quando non osteggiato con forza. Battisti, con la scelta di affidare i testi a Panella, si dimostrò per l’ennesima volta un vero e proprio rivoluzionario, perché si diresse drasticamente verso territori che in Italia erano impopolari, soprattutto presso certa critica, e contromano rispetto a quello che gli occhi vedono e le orecchie ascoltano con chiarezza. Battisti scelse il modo migliore di essere artista. Per molti, l’unico possibile. Così fece Baglioni, con il disco Oltre del 1990.

Probabilmente, se Cantare è d’amore l’avessero eseguita Guccini, De Gregori o Vecchioni – artisti enormi, sia chiaro: chi mi segue sa come la penso –, avrebbe avuto più successo, e non certo per demeriti di Amedeo Minghi. Non lo sapremo mai, ma lo si può supporre.

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