Breve storia di un ritorno alla sala cinematografica in compagnia di un annunciato blockbuster, dopo la pandemia da Covid-19

25 agosto 2020, non un’anteprima stampa come un’altra, perché Tenet, nuovo attesissimo film di Christopher Nolan, rappresenta la speranza per le filiere distributive cinematografiche di mezzo mondo per un ritorno alle normali uscite in sala. Un film da considerarsi nave spaccaghiaccio contro le calotte di gelo economico create dalla pandemia.

Per lo sci-fi spionistico in uscita globale il 26, Tenet rappresenta anche il ritrovo al cinema di tanti colleghi, tutti in mascherina, ordinati nelle file distanziate prima e nei posti alternati ai vuoti poi. Tutto molto strano, mascherati e un po’ impacciati come cosplayer di E.R., ma – nonostante la contraddizione in termini – rivedere tutte quelle persone in una sala è stata una boccata di ossigeno per chi come noi vive di grande schermo. In verità avevo assistito ad una proiezione in giugno per le attività stampa su una commedia italiana, Il Regno, opera prima graziosa quanto coraggiosa ma limitata a sale rare e arene estive. Timido capolino dopo il lockdown.

Da parte sua Tenet, figlio della Warner Bros, doveva uscire ben prima con date rimandate durante tutta l’estate, una specie di tango macabro ritmato da numeri di morti e contagi oltreoceano. Ma ora ci siamo. Si torna in sala. 700 sale. La vita del cinema riparte da qui.

Buio. La scritta Syncopy sullo schermo (casa produttrice del regista inglese) è il segnale: inizia lo spettacolo. E nella prima sequenza lo spiazzamento già impazza per questo attentato terroristico durante un grande concerto orchestrale: il panico nella sala, spettatori e musicisti aggrediti, gli attentatori in nero e armati indossano anche maschere antigas! Spolverata di transfer, un po’ d’ansia pandemica… Non vi racconterò mai il film, neanche sotto tortura. Dovrete andarlo a guardare da voi se vi interessa, mi spiace. Ma posso parlarvene un po’, ovviamente senza spoiler.

Tenet, parola palindroma, fa parte di un’antica iscrizione latina su pietra dal significato sconosciuto, con cinque parole che compongono a loro volta una rete di palindromi. Si chiama Quadrato del Sator, e guarda caso, proprio il villain, un magnate russo interpretato da Kenneth Branagh si chiama Sator. Il protagonista, John David Washington, figlio del premio Oscar Denzel, dovrà vedersela con lo smercio di armi e oggetti che percorrono il tempo al contrario. In gioco una guerra globale imminente che porterebbe il mondo alla probabile distruzione.

Con presupposti apocalittici e misteriosi, una complessità narrativa nello sviluppo che fa sembrare Inception lineare e accessibile quanto Indiana Jones, Nolan sfonda le nuove frontiere dello spionaggio non tanto con la spettacolarità di effetti speciali e scene ritorte all’indietro, ma con un lavoro che lo accosta per intenzioni all’hitchcockiano Intrigo internazionale. Che il McGuffin di Nolan fosse lo spazio-tempo non è una novità. Ma oggi ce lo ripropone in un enigma così complesso e intricato da stravolgere qualsiasi comprendonio. E la musica di Ludwig Göransson ne accresce la tensione con le sue pizzicate ipnotiche.

Come spesso accade durante la visione di un suo film, si ha l’impressione che Nolan lanci sullo schermo gli elementi come fossero dadi su un tavolo da gioco. Quindi caos. Invece no. È solo molto difficile ma altrettanto appassionante decodificare il testo filmico che ci pone. Forse mai come ora potrebbe addirittura aver senso una spiegazione accurata del film. Peccato il sottoscritto sia più avvezzo alla sorpresa e all’indipendenza intellettuale del pubblico.

Blockbuster annunciato, piacerà a molti pur lasciando con diversi dubbi sui dettagli della storia. Miracolo di un cinema altamente estetizzante, pieno di action e trionfalmente granitico, Nolan ci immerge in un’esperienza visiva inedita, che va ben oltre le città accartocciate di Inception o le pieghe spaziali di Interstellar. Qui elementi e personaggi della scena procedono in senso temporale proprio e indipendente, in avanti o indietro. La relatività del punto di vista è l’appiglio sfuggente per capire, ma in mezzo a questi giochi cervellotici di puro cinema spettacolare, così come faceva anche Alfred Hitchcock, Nolan inserisce nella drammaturgia scampoli immortali del nostro tempo.

Non solo la visione profetica e un po’ inquietante del lockdown, che viene addirittura nominato da Robert Pattinson, compassata spalla del protagonista, o le mascherine con i respiratori: il regista introduce Dimple Kapadia, nota attrice di cinema hindi, come trafficante d’armi, aggiungendo la sobrietà british più oscura di Branagh a veleggiare in questa postmodernità. Proprio Sir Branagh ricorda qui Re Mida e Otello al fianco della sua Desdemona, Elizabeth Debicki, affascinante quanto dolente nel ruolo di Kat Sator. ‘Le donne, il potere e il ribaltamento di esso’ è un fil rouge da tenere a mente. Chissà se al Maestro Hitchcock sarebbe stato simpatico questo ragazzone londinese come lui.

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