Ex proletari, consumati da nostalgie deteriori. Operai, ex operai, militanti di Solidarnosc. Sindacalizzati. Ed erano tutti ubriaconi.

In casa della creaturina ne discuteva il professore, non proprio un marxista-leninista.

Ci sono marce patriottiche che ancora a immaginarle ti procurano i brividi, scivolare lungo le impervie griglie della Storia. Salvo accorgerti, oggi, che è solo una parziale scansione, ruderi infilzati di decorazioni – erano uomini – penso al disgusto antiproletario di Limonov – erano i conservatori allora, cekisti e sodali leninisti. In casa della creaturina, di quel tempo vecchio, usurato come la peggiore e grigia uniforme di regime, avevano – costoro – smarrito ogni connotato. Ed erano solo ubriachi, ubriachi della strada.

E tu eri solo una giovane donna sentimentale, con il culto della deregolamentazione.

Come ha potuto Limonov sopravvivere a sé stesso?

E tu come farai? Incontri l’ebreo, si fa chiamare così, oppure il poeta. Sedete su una panca di fronte al porto. La tua prostrazione sembra inconsolabile. E lui dice: lo so, lo so. Sono passati anni, sei ricaduta nella medesima sconsolatezza. Il tuo petto brucia, qualcuno ti ha annunciato la reiterazione di un abbandono. Ora devi attraversare una china ripidissima e scansare ogni tentazione. Non illuderti. Un giorno di gennaio, di mille anni fa, l’ebreo apre la Bibbia, legge alcuni versetti. L’abbandono aveva dimensioni apocalittiche, quel che ingenerò fu una devastazione di proporzioni postume persino la cui insolenza sbavava continuamente altre atrocità. Non sai come ricordare nemmeno. Oggi stai attraversando una china minore, con scudi inutili, baldanze irragionevoli.

La creaturina fu la conversione. Il pomeriggio sedevi nella stanza in penombra. Accendeva la lucina, a volte. Il professore sedeva con voi, se non c’erano i diseredati della terra era meglio. Ti piace definirli epicamente diseredati della terra, e ti viene subito in mente Salgado. I poveri aspettavano fuori la porta. C’era l’uomo ubriaco, il balordo. Apriva maldestramente l’uscio, arrogante e malmesso. Un viso quadrato, siberiano, come la vodka che beveva il capitano della flotta russa. Entrava urtando mobili e pronunciando oscure imprecazioni, in una lingua contaminata, dai suoni esotici. La sua voce era rauca.

Il professore era molto rispettato. Se diceva: andate via. Andavate tutti via. Anche il balordo ubriaco. Anche Pietro sonnecchiante sulla poltrona di velluto di Damasco.

Anche io devo andare? Chiedevi, seduta sul letto della creaturina, con le mani giunte. Il professore si accalorava: sì devi andare via, perché dove sei tu c’è quel delinquente e si lamentano tutti, anche il cavaliere dell’interno 1. E il poliziotto. E la vicina del ballatoio comune che ti guardava con sospetto o stizzita dalla tua giovinezza impura, prossima al vituperio.

Il balordo, se aveva voglia ed era ubriaco, era feroce, come tutti gli slavi, la tua resistenza virginea era un corroborante di istinti diseducati. Era diseducato. Non diceva di amarti. Ma te lo dirà. A te non fregava nulla.

La reciprocità è una balla che vuoi concludere adesso.

Adesso sei la depositaria di una sola solitudine, non più di un collegio di omissioni. C’è soltanto la tua.

Ti sembrava di poter vivere finalmente, questa frase vale due soldi, ma tanto fu. Avevi abbandonato una prima giovinezza, la tua prima giovinezza era un cimitero. Non riuscivi a credere che fossi viva, fuori da quei morti, e guarda dove sei finita? Però eri viva. Mai stata più viva, malgrado le volte in cui hai capito che poteva essere l’ultima. Sopravvivevi. E non ti importava di essere amata.

Qualcosa di straordinario vige nella considerazione. Affannati nella reciprocità e creperai nell’angustia. Scegli. Non scegli.

Il professore si incazzava terribilmente perché sprecavi il tuo tempo con i balordi. Balordi è un termine che ti piace, come diseredati, non chiamerai nessuno per nome, non tutti, solo Pietro. Ti avevano contagiato il “prurido”, cos’era scabbia? E chi lo sa.

Eri viva perché non temevi la morte. Era troppo importante essere viva per temere la morte.

Il professore ti rimproverava, accidenti, studia, finisci l’università. E invece eri una debordante, una che non stava dentro i confini. La tua innocenza perdeva in qualcosa, ma acquistava in altro. Non hai mai perso la tua innocenza del tutto. Ed è interessante convenirne, se ci pensi.

Il professore ti chiede un giorno: “Perché, ragazza mia?”.

Rispondi.

(continua)

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