Già è difficile partire per le vacanze in treno ma questo agosto lo è ancora di più anche se sono meno gli italiani in movimento. Dopo l’ordinanza del ministro della Salute, Roberto Speranza, che ha reinserito il distanziamento a bordo dei treni è scoppiato il caos. Sono coinvolti nella guerra tra Regioni del centro nord e lo Stato anche i trasporti locali regionali e urbani. I governatori del centrodestra sono intenzionati ad esercitare le loro competenze federaliste nei trasporti che fino ad ora non hanno dato risultati: i trasporti ferroviari locali sono rimasti quelli di 30 anni fa ma sono aumentati i contributi pubblici.

Il tema oggetto di “scontro” non è particolarmente edificante visto che si tratta di superare il vincolo sul 50% dei posti deciso dal ministero in base alle indicazioni del comitato tecnico scientifico data la situazione sanitaria. Situazione che richiede una qualche prudenza e non sconvolge la vita degli italiani. Sconvolge invece le Regioni e le aziende ferroviarie oggettivamente impreparate nel far fronte alla domanda di trasporto crescente della fase 2.

Le Regioni anziché aumentare il numero dei treni per risolvere il problema, tornando alla offerta di treni della situazione pre-Covid, vorrebbero ammassare i pendolari a bordo dei già scarsi treni programmati (ma sono pagati anche quelli non effettuati). Diventa così politica una questione del tutto organizzativa che vede Trenitalia – e soprattuto la lombarda Trenord – “boccheggiare” sotto il profilo gestionale e le aziende di trasporto urbano stare alla finestra. Nessuno vuol prendere atto che dal Covid ad oggi quei pochi viaggiatori che utilizzano i treni meno del 7% del totale hanno, anche quelli, abbandonato il treno.

Non è affidabile normalmente, di questi tempi può diventare pericoloso visto che si litiga su come gestire anche i distanziamenti dato che sono rari i controlli a bordo. Abbiamo migliaia di utenti che rimarranno a piedi e che contrariamente alle dichiarazioni “green” del governo useranno la loro automobile per andare in vacanza e al lavoro.

Ma se la fotografia del trasporto locale è deludente anche i trasporti ad Alta Velocità segnano una situazione negativa. I gestori privati di Italo hanno dovuto sopprimere i treni mentre la statale Trenitalia no: i primi non hanno sussidi, i secondi fanno parte di quella galassia “gruppo Fs” che divora 12 miliardi l’anno e che dunque possono far girare i treni semivuoti (tanto paga Pantalone).

La ministra, Paola De Micheli, ha annunciato un intervento normativo quadro che lascia alle Regioni facoltà di applicare autonomamente le decisioni. Quindi: il decreto “Cura Italia” assicura le stesse risorse al trasporto pubblico come se tutti i treni fossero in attività grazie al Covid e proroga i contratti di servizio: questo vuol dire che le gare per l’affidamento dei servizi ancora una volta non si faranno.

Restiamo dunque fermi nel caos quotidiano con una parola d’ordine che accomuna tutti: più soldi al trasporto pubblico. La gara di amministratori regionali e manager a chi chiede di più è partita. Tranquilli perché avremo il Ministero dei Trasporti che darà più soldi a tutti. I servizi saranno ancora inefficienti (senza riforme e più responsabilità gestionali) e gli italiani penseranno che per risolvere il problema ci vogliono più risorse. Un giochino che dura da 30 anni e infatti siamo il Paese più motorizzato d’Europa e più indebitato.

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