Gli assi di legno del palco che scricchiolano sotto i piedi, il velluto del sipario che si scosta agitando la polvere, gli occhi della platea puntati addosso. Al centro della scena, c’è un ragazzo di nome Leo Gullotta: Catania, anni ’60, lo chiamano Gullottino, primi ruoli a teatro, in tasca pochi soldi ma grandi sogni. “Vai e mordi la vita”, sembra dirgli in punto di morte il padre – un operaio pasticcere – come se avesse intuito che il futuro di quel figlio (il sesto) non è imbrigliato in un posto fisso da insegnante di storia dell’arte ma sulle scene, per intrattenere ed emozionare, vivere tante vite quanti personaggi. “Mi ha insegnato tanto, indirettamente anche a osare” racconta a IlFattoQuotidiano.it l’attore, reduce dal Taormina Film Fest di cui è stato per la prima volta direttore, ripercorrendo cinquant’anni di vita e carriera, tra grandi successi e passione civile.

Chi era Gullottino e chi sognava di diventare?
Ero un quattordicenne dai sogni confusi che abitava in un quartiere popolare e aveva imparato a crescere in fretta. Ero un ragazzino curioso e quasi per caso mi ritrovai nella compagnia del Teatro Stabile a lavorare con professionisti straordinari, da Sciascia a Camilleri e Pippo Fava e tanti altri meno noti ma altrettanto talentuosi.

La scintilla che innescò il sogno della recitazione quale fu?
Probabilmente quel sogno era già dentro di me, lo scoprii un po’ alla volta e piuttosto in fretta. La gavetta la feci sul palco, macinando ruoli su ruoli fino a quelli più importanti: nel ’69 mi ritrovai protagonista al fianco di Turi Ferro in una tournée in Sudamerica. Confesso: sono stato un ragazzino fortunato.

Più fortunato o talentuoso?
Fortunato. Ma ho saputo coltivare bene il talento.

La provincia è stata un limite o un punto di partenza?
La provincia ti dà radici autentiche e se vuoi volare t’insegna a farlo in fretta. La provincia è bellissima ma ancora oggi, e soprattutto al sud, è incrostata in un’arretratezza che la politica sembra non voler in alcun modo scardinare.

54 anni di carriera: ha più dato o ricevuto dal suo lavoro?
Ho incontrato persone meravigliose, mi sono emozionato, ho cercato di rubare qualcosa da tutti quelli con cui ho lavorato. Ripeto, sono fortunato.

Il bilancio dunque è positivo.
Positivissimo. Un attore deve incamerare tutti i linguaggi, quello del palco, quello della macchina da presa, quello della fiction e del varietà. Ed io posso dire di avere fatto tutto, dal dramma shakespeariano al doppiaggio, dal teatro al cinema impegnato, benché sia un’etichetta che rifuggo.

Rimpianti?
Perché dovrei averne? Sarebbe ingiusto. Se guardo indietro, rivedo progetti come Un uomo perbene – il film sul caso Tortora -, Vajont, Baaria e mi emoziono.

Rispetto a molti suoi colleghi lei ha lavorato con continuità assoluta.
Gli alti e bassi ci sono stati anche per me. Ma a registi e produttori piace lavorare con i professionisti e a me viene riconosciuto di essere tale. Ho rispetto assoluto del set, non gioco a fare il divo, metto in tutto ciò che faccio una dedizione assoluta.

C’è mai stato un momento in cui ha pensato: “Basta, mollo tutto”?
No. Ci sono stati momenti di attesa, e sono i peggiori. Ma li ho sempre visti come passaggi naturali di una carriera.

Il suo impegno politico e sociale l’ha penalizzata?
Sì, fui censurato ma per carattere quell’episodio me lo buttai subito alle spalle.

Fu pure fischiato, al congresso di Rifondazione Comunista da alcuni militanti che volevano impedirle di leggere le lettere di alcuni partigiani in occasione del Sessantesimo anniversario della Liberazione.
Arrivavo da Il cuore nel pozzo, la fiction con cui raccontammo le foibe. Quei fischi servivano per provocare Fausto Bertinotti, che stimavo molto: cominciava la guerra interna per abbatterlo.

Ben più grave fu quando le tolsero un ruolo perché aveva rivelato di essere gay.
Dovevo interpretare Don Puglisi in un progetto importante, stavamo per iniziare a lavorarci quando il regista mi chiamò: pensavo che si trattasse dei soliti ritardi, invece mi disse che il mio nome era saltato. A qualche funzionato della Rai suonò il campanello d’allarme per la propria carriera: “Chissà cosa dirà il Vaticano se scegliamo un omosessuale dichiarato per interpretare Padre Puglisi”. Fu uno schiaffo tremendo, ma non mi arresi.

Lei fece coming out nel ’95, quando pochissimi artisti e uomini pubblici si dichiaravano omosessuali.
Dopo la conferenza stampa di Uomini uomini uomini, il film di Christian De Sica che raccontava la vita di quattro borghesi omosessuali, mi chiesero se fossi gay e risposi: “Sì, perché?”. Ho sempre vissuto serenamente la mia vita e combattuto senza paura per i miei diritti.

A distanza di venticinque anni però c’è ancora molta ipocrisia nel mondo dello spettacolo e del teatro.
Al World Gay Pride del 2000 dissi: “Sono l’unico omosessuale nello spettacolo, in Italia”. Qualche passo in avanti per fortuna si è fatto ma il nostro è un paese ipocrita: ancora oggi c’è chi tace e soccombe per la paura di perdere il lavoro.

Gli italiani sono omofobi?
Gli episodi di omofobia e razzismo sono sotto gli occhi di tutti ma la vita è meravigliosa e dobbiamo andare avanti. Papa Francesco l’ha detto chiaro: “Chi sono io per giudicare?”. Chi si professa cattolico, segua il suo insegnamento.

Lei nel 2019 si è sposato con il suo compagno, cui è legato da 42 anni, ma lo ha detto solo a cose fatte.
Sì è fatto tanto per i diritti civili, ancora molto bisogna fare, ma appena è arrivata la «timbratura di legalità» con le unioni civili, ne abbiamo approfittato. Non ho messo i manifesti e non ho chiamato i fotografi perché non m’interessano le briciole di pubblicità. “Aspetti, per lei prepariamo al volo la sala grande”, mi ha proposto un funzionario del Comune quando mi ha riconosciuto. “Va benissimo questa piccolina”, ho risposto.

L’Italia che non le piace?
Non mi piace il servilismo, l’Italia dell’approssimazione, dell’ambiguità, quella che si è rassegnata a tutto. Io sono un cittadino che s’indigna quando leggo ciò che è accaduto nella caserma di Piacenza, o per il caso Cucchi o ancora per il caporalato.

I vizi e i tic degli italiani li avete raccontati e scherniti sul palco del Bagaglino, di cui lei ha fatto parte per vent’anni.
Venti edizioni, vent’anni di vita. Il Bagaglino era una vignetta televisiva sui politici e sui personaggi più in voga e inevitabilmente raccontavamo il Paese, benché in chiave caricaturale. La stessa Signora Leonida era una parodia di un certo stereotipo.

Se dovesse spiegare a un giovane che non l’ha mai vista chi era la Signora Leonida, cosa direbbe?
Ai tempi di Biberon, uno degli spettacoli più di successo, Pingitore s’inventò una famiglia che aveva come vicini di casa una serie di politici. C’era il marito frustrato, interpretato da Pippo Franco, il nonno rompicoglioni impersonato dal grande Oreste Lionello, e siccome mancava la moglie, la feci io. Usavo gli stilemi di quel periodo per incarnare le donne arricchite, parvenu che s’atteggiavano a signore bene ma scivolavano miseramente su sfondoni grammaticali.

Cos’è stato il Bagaglino negli anni ’80 e ‘90?
Un fenomeno televisivo, un’impressionante macchina da guerra in cui tutto era scritto e provato per andare sempre in diretta senza sbavature, una compagnia teatrale che ha realizzato spettacoli cult. Per me è stata soprattutto una famiglia.

Lei disse che c’era un pregiudizio verso gli spettacoli di Pingitore, perché considerati satira di destra.
Lo ribadisco. Il passato e le idee di qualcuno venivano ciclicamente tirate fuori per etichettare gli spettacoli. Ma per me quella non è mai stata satira di destra.

E lei che è sempre stato un uomo di sinistra, come si regolava?
Era lavoro e divertimento, non m’importavano le idee politiche dei miei colleghi. Ho lavorato con professionisti incredibili come Pingitore, Pippo Franco e Oreste Lionello, per me un amico straordinario.

Dopo stagioni di grande successo, con picchi di 15 milioni di spettatori, arrivò il declino.
Non lo chiamerei declino. Semplicemente era cambiata la tv e il tipo di racconto televisivo. Abbiamo vissuto stagioni indimenticabili e tante critiche: ricordo quando la Rai dei professori sospese lo spettacolo e poi furono costretti a richiamarci di corsa perché gli investitori pubblicitari erano imbufaliti.

Le sue imitazioni erano un cult: ha mai avuto reazioni negative?
Macché. Venivano tutte a vedere lo spettacolo e si divertivano, da Maria De Filippi alla Carrà, dalla Lambertucci a Sandra Milo. La parodia è da sempre sinonimo di successo.

I politici se la prendevano?
Affatto. C’era la fila bipartisan per venire a vederci e pur di apparire c’è chi accettò di prendere una torta in faccia: una comparsata davanti a 10 milioni di spettatori valeva più di una campagna elettorale.

La Signora Leonida, croce o delizia?
Mi ha fatto entrare nelle case degli italiani, perché dovrei rinnegarla? Ma da anni è definitivamente in pensione: è un personaggio che non uscì mai da quel palcoscenico nonostante mi abbiamo offerto cifre incredibili per riproporlo in serate ed eventi.

Perché rifiutò?
Non m’interessava essere timbrato a vita con un personaggio. Io ho sempre cercato di buttarmi, gustare tutti i sapori del mio lavoro, tentare strade diverse senza paura.

Ha scontato qualche pregiudizio per aver indossato quei panni?
Non ho perso pubblico né credibilità, tanto che negli ultimi vent’anni ho fatto di tutto, da Pirandello a Shakespeare fino al film Il delitto Mattarella.

Le ha regalato più popolarità il Bagaglino o lo spot dei torroncini?
Entrambi in egual misura ma in tempi diversi.

Ha guadagnato di più dalla tv o dalla pubblicità?
Da entrambe. Ma mio padre mi ha insegnato il giusto distacco dal denaro. E mi piace investire i miei guadagni: l’ho fatto ad esempio per produrre Lettere a mia figlia, un corto sull’Alzheimer, che ho realizzato senza chiedere un euro a nessuno. Così come ho fatto con il documentario di Mimmo Verdesca su Lilia Silvi, la diva del cinema degli anni ’40: credevo in quel progetto e ci ho visto giusto tanto che vinse un Nastro d’argento nel 2012.

Risponda telegrafico: Nanni Loy com’era?
Un’intelligenza vivissima, un uomo perbene, un compagno di lavoro eccezionale.

Giuseppe Tornatore chi è per lei?
Un amico prima che un grande regista. Lo stimo e so che lui mi stima.

Un incontro indimenticabile?
Quello con Marcello Mastroianni. Lo conobbi sul set di Stanno tutti bene, in cui avevo solo un piccolo ruolo: lavorai con lui per due giorni e capii che era davvero un uomo straordinario.

Chi le piace invece oggi?
Quando vedo Albanese e Crozza dico “chapeau”: si vede che c’è tecnica, preparazione e talento.

Come ne uscirà il mondo del teatro dal post Covid?
Viviamo un momento di follia totale, è difficile rispondere. È tutto fermo da mesi – io per esempio ero in tournee con lo spettacolo Bartleby lo scrivano – e sembra che a nessuno interessi una filiera che da lavoro a 80 mila persone, che sono senza ossigeno e ammortizzatori sociali.

La risposta della politica?
Non pervenuta. I politici non conoscono la macchina dello spettacolo e si capisce da come sono stati scritti alcuni protocolli, che sono insensati. In più ci scontriamo con regole sindacali vecchie che vanno ridiscusse: è un sistema fragile che va ripensato completamente e in chiave ambiziosa. La cultura dà lavoro ma molti lo pensano come un passatempo.

Si chiede mai che papà sarebbe potuto essere?
No. Ma so che “papà” sono per i miei nipoti, per i miei amici e per gli attori con cui lavoro. Mi piace il confronto, l’insegnamento, dare delle occasioni ai più giovani. Tutti dovrebbero farlo, invece questo continua a essere il paese dell’”io so io e tu non sei un cazzo”.

Quando si guarda allo specchio cosa vede?
Un uomo di 74 anni sereno e curioso. Ecco, la curiosità è stata una delle mie più grandi fortune, assieme all’umiltà. Ho sempre tenuto i piedi per terra: mai credersi un divo mettendosi sul trespolo perché se trema, ti schianti a terra e ti fai male.

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