In un video postato su YouTube il 19 luglio il Movimento No Tav mostra le riprese di piccole telecamere nascoste nei boschi della Val Susa dalla polizia al fine di spiare gli attivisti, che le hanno scovate e rimosse diffondendone il contenuto. Da torinese ho riconosciuto due caprioli, un camoscio e il dirigente della Digos Carlo Ambra ma, ben oltre gli aspetti esilaranti, mi ha colpito negli ultimi frame un ironico “ringraziamento” all’azienda fornitrice dei dispositivi alla questura: l’Area Spa di Vizzola Ticino.

Leggere quel nome mi ha fatto rabbrividire. Area non è un’azienda qualunque. È accusata di una delle più grandi e meno conosciute vergogne della storia italiana recente: la fornitura di strumenti di intercettazione online al regime siriano di Assad nel 2011, durante le proteste popolari soffocate nel sangue.

Bloomberg denunciò il contratto tra Area e Syrian Telecom a repressione ancora in corso, nell’autunno di quell’anno, quando il ministero italiano per lo Sviluppo economico, tenuto a concedere e revocare autorizzazioni per commesse di questo tipo, era presieduto da Paolo Romani (PdL), che ancora di recente ha palesato le sue simpatie per Assad nonostante le migliaia di manifestanti sparite o torturate nelle carceri di Damasco.

La denuncia di Bloomberg indusse il governo a revocare l’autorizzazione. Il giornalismo può fare davvero tanto, quando vuole: anche salvare vite umane. L’azienda fu indagata per queste forniture nel 2016, con la contestazione di aver ri-esportato tecnologie Usa nonostante l’embargo statunitense contro la Siria del 2004.

Può sembrare un po’ poco di fronte a quelle che ritengo violazioni palesi e di massa dei diritti umani, che non sarebbero state meno gravi senza l’embargo di un paese terzo; ma che la capacità della legge di sanzionare tali connivenze fosse labile lo mostrò, pochi mesi dopo, la scelta del nuovo ministro dello sviluppo Carlo Calenda (governo Renzi) di autorizzare Area a esportare nuovamente tecnologie per l’intercettazione di internet, stavolta a favore del regime egiziano di Al-Sisi, tra l’altro poche settimane dopo il ritrovamento del cadavere di Giulio Regeni.

Calenda sospese le forniture soltanto un anno dopo, e intanto rispose: in assenza di limitazioni specifiche, come un embargo, la legge tutela la libertà di mercato. Gli egiziani avranno ringraziato: chi? Lui, la legge o il mercato? L’idea che la libertà sia quella di guadagnare anche quando il guadagno nuoce alla vita degli altri è l’architrave, purtroppo, della società in cui viviamo.

L’episodio valsusino, come spiega il Movimento No Tav sul suo sito, mostra che lo Stato è legato anche da interessi diretti agli spregiudicati esportatori nostrani di repressione, perché analoghi rifornimenti di malware sono destinati alla polizia e alla magistratura italiane. Il trasferimento dei nostri soldi a un’azienda che secondo me getta disonore sulla nostra reputazione presso popoli stranieri non ci mette, però, soltanto in delicata contrapposizione con milioni di innocenti: crea un contesto per noi stessi opaco.

Dal 2018 Area è sotto processo per aver scaricato i dati personali di migliaia di italiani sui propri server dopo averli raccolti per 37 procure. Perché? Per occupare inutilmente giga di spazio o per fare altro? Non chiedete all’intelligence: i dati dei servizi italiani potrebbero esser stati a loro volta scaricati, e poi hackerati, sui server di un altro fornitore italiano di Area, Hacker Team (sì, suona ironico).

Il Consiglio di Stato ha dichiarato per questo nel 2019 l’illegittimità dell’assegnazione ad Area di nuovi appalti statali, ma l’uso di tecnologie dell’azienda contro i No Tav in Val Susa insinua il dubbio che gli apparati di polizia siano all’oscuro anche di questo. Non è affatto vero che tutto ciò che si fa senza violare la legge è perciò stesso accettabile; né che, in nome della legge, ogni cosa sia lecita. Senza un indipendente criterio etico la scelta di farsi guidare dai codici è anzi, come mostrano casi come questo, pericolosa.

Aziende senza scrupoli possono fare del mondo un luogo peggiore senza uscire dalla legalità – protette da leggi che “tutelano il mercato” – e magari acquisire potere su di noi (in modo illegale) grazie a uno Stato che a sua volta (legalmente, ma non meno pericolosamente) accumula i nostri dati per contrastare il dissenso. Le telecamere in Val Susa non sono mera cronaca: sono parte di un puzzle epocale, che dovremmo iniziare a ricostruire.

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