Oggi si ricorda la strage di via d’Amelio, dove un’autobomba – 28 anni fa – stroncò la vita di Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina e Claudio Traina. Insieme a Giovanni Falcone, Borsellino è stato il principale protagonista del pool di giudici istruttori di Palermo ( guidato prima da Rocco Chinnici e poi da Nino Caponnetto) che dopo anni di rassegnata o complice sudditanza seppe adottare contro Cosa nostra un nuovo metodo di lavoro, finalmente vincente.

Il risultato fu il “maxiprocesso” che – prove ineccepibili alla mano – fece emergere decenni di misfatti impuniti della criminalità mafiosa, individuandone ad ogni livello i responsabili. Non più “regolarmente” prosciolti, ma condannati a pene severe. Il crollo del mito dell’invulnerabilità di Cosa nostra. Senza ombra di retorica, una vera rivoluzione, anche come recupero di credibilità e rispettabilità, capace di ridare qualche significato alle parole “lo stato siamo noi”.

Ma la storia di Paolo Borsellino non è fatta soltanto di belle pagine splendenti. Ce ne sono anche di cupe e pessime, fino a quella terribile della strage del 1992 che lo uccise. Una diretta conseguenza della sentenza della Cassazione che nel gennaio di quell’anno aveva confermato in via definitiva le condanne del “maxi”. Per i boss un’intollerabile sconfitta, dopo che avevano messo in campo tutto e di più per “appattare” il processo. Un affronto che dovevano per forza vendicare, colpendo a morte i “traditori” che non avevano mantenuto le promesse e insieme i nemici responsabili della loro disfatta: Falcone e Borsellino, stroncati dalla rappresaglia mafiosa uno dopo l’altro, nell’arco di neppure due mesi. La loro colpa? Essere dei “professionisti dell’antimafia”. In quanto tali, vissuti dalla mafia come un pericolo tremendo, una specie di siluro sotto la linea di galleggiamento dell’organizzazione. Un contrasto abissale rispetto a quanti hanno usato la stessa formula per denigrare e delegittimare il pool.

L’esordio di questa incredibile inversione di valori si ebbe con la nomina di Borsellino a procuratore di Marsala. Leonardo Sciascia (un gigante della letteratura, che in questo caso ebbe una grave dèfaillance) scrisse un articolo – che fu intitolato appunto “Professionisti dell’antimafia” – nel quale Borsellino, che il Csm aveva preferito ad un magistrato più anziano ma inesperto di mafia, veniva disinvoltamente additato come un arrivista. L’accusa era di strumentalizzare l’impegno contro la criminalità mafiosa al fine di acquisire personali vantaggi di carriera, scavalcando colleghi altrettanto se non più meritevoli. Una bestemmia, ma poi sostanzialmente ripresa quando si trattò di nominare il successore di Caponnetto a capo dell’ufficio istruzione ( quello del pool). Ribaltando di 180 gradi la decisione di Marsala, questa volta il Csm applicò non il criterio della professionalità ( ancorché specificamente previsto per gli uffici direttivi in terra di mafia) ma quello dell’anzianità. Preferendo così a Falcone, il primo dell’antimafia, l’erede naturale di Caponnetto, un giudice infinitamente più anziano ma totalmente digiuno di mafia. La gerontocrazia al potere: demoliti in un battibaleno il pool e il suo metodo di lavoro, l’antimafia riportata a quando i mafiosi la facevano sempre franca e la magistratura appariva impotente.

Contro chi pensava di poter ridurre la lotta alla mafia ad una questione di ladri di polli furono in pochi ad insorgere. Fra questi vi fu Borsellino, che lanciò pubblicamente l’allarme in convegni e interviste (memorabili quelle a Bolzoni di Repubblica e Lodato dell’Unità). Lo fece con generosità, andando allo scontro, rischiando come sempre di persona, dimostrando che il nuovo corso era del tutto irresponsabile. Ma le fondatissime critiche di Borsellino, invece di essere discusse nel merito per invertire una tendenza suicida, gli valsero un procedimento paradisciplinare per aver praticato con le sue denunzie vie… non istituzionali! Dopo la gerontocrazia, l’ipocrisia al potere! Con un paradosso davvero incredibile e assurdo, sarà la mafia, con le stragi del 1992, a ristabilire… la verità dei fatti.

Ma la storia di Borsellino dovrà purtroppo registrare altri affronti ancora. Prima la misteriosa ed inquietante sparizione dell’Agenda rossa. Poi l’anomalo e scellerato sviluppo degli accertamenti giudiziari sulla strage che ne aveva causato la morte. A Caltanissetta (sede giudiziaria competente) sono stati celebrati al riguardo vari processi. Fino al cosiddetto ‘Borsellino quater’, che ha segnato un vero ribaltone, perché la motivazione della sentenza di primo grado (1865 pagine, depositate il 30 giugno 2018) è totalmente sconvolgente: le dichiarazioni del pentito Vincenzo Scarantino, poste a fondamento dei precedenti processi sulla strage e di svariate condanne all’ergastolo, sono false, in quanto frutto “ di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”’, realizzato da “soggetti inseriti negli apparati dello Stato”, appartenenti al gruppo di investigatori appositamente istituito per le indagini sulle stragi del ‘92 presso la Procura di Caltanissetta. Sarebbero stati loro a indirizzare l’inchiesta costruendo falsi pentiti, “per scopi che sicuramente vanno ben oltre l’ansia di ottenere risultati”.

Ricordando il sacrificio di Borsellino, coerente e coraggioso nel continuare ad impegnarsi strenuamente anche dopo Capaci (pur essendo ben consapevole che la stessa sorte sarebbe toccata a lui ) non si possono dimenticare i lati oscuri della sua storia. L’ostilità fino all’isolamento di chi fa il suo dovere è una vergogna che non deve mai più ripetersi. Neppure in questi tempi che il Presidente Mattarella ha definito di “modestia etica” riferendosi anche alla magistratura.

P.S. – Ho fatto parte parte del Csm 1986-90, quello che ha deciso il caso Marsala e la successione di Caponnetto. Posso orgogliosamente rivendicare di aver sempre votato a favore di Borsellino, di Falcone e della tutela del pool.

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