Frequentavo ancora il liceo, figuriamoci. Per una qualche iniziativa di avvicinamento alla lettura o alla scrittura, ci vennero messi tra le mani cinque romanzi contemporanei con la richiesta di sceglierne uno e recensirlo, giocando ai piccoli critici. Dopo infinite schede-libro, imposte, di grandi classici, fu un esercizio piacevole accolto con l’entusiasmo della novità. E’ così che mi capitò per le mani La forma dell’acqua di Andrea Camilleri, che era un perfetto sconosciuto per la me stessa adolescente, lettrice compulsiva di polpettoni ottocenteschi.

Mi rapì e mi piacque così tanto che decisi di fare la recensione di un altro testo, non volendo sembrare troppo entusiasta. Il critico deve criticare, mi dicevo. Dell’altro libro non ho memoria, ma tu guarda; invece con Camilleri iniziò uno di quegli amori che durano tutta una vita perché sono amori di carta.

La serie di romanzi ambientati nella Vigata ottocentesca. I polizieschi di Montalbano. Più radi all’inizio, poi usciti con una frequenza che ha finito con lo scandire certi momenti della mia vita. Ogni titolo mi ricorda un anno in particolare. E dire che non duravano mai più di due giorni. Letti spesso in viaggio, in pullman, in sala insegnanti nell’ora buca. Commentati con le colleghe al bar, “aspetta, ma l’hai letto questo passo?”.

Quelli che uscivano all’inizio dell’estate li tenevo da parte, anzi, mi ero inventata una specie di rito, una di quelle cose che fanno i folli e i lettori folli (non sembra ma c’è differenza). Aspettavo ad acquistarlo, per non avere la tentazione di leggerlo prima, e, quando finalmente mi decidevo, in genere era l’ultimo giorno di giugno, che corrispondeva spesso alla fine del mio contratto di lavoro.

Non un giorno particolarmente felice nonostante il sollievo di aver portato a termine la missione. Mi piaceva tantissimo presenziare al collegio docenti del 30 giugno con Salvo Montalbano nascosto in borsa. Ero bravissima, non lo sfogliavo neppure, mi limitavo a tenerlo lì, tra l’agenda e l’astuccio, con la consapevolezza che di sera sarebbe stato tutto mio. Anche iniziare un libro è un bel momento: devo sapere di avere davanti abbastanza tempo per assaggiarne un morso soddisfacente, non quattro righe di corsa con gli occhi a pampinedda prima di crollare. Quest’anno il rito mi è mancato.

A dire il vero, è mancato anche il collegio docenti, continuiamo a riunirci in videochiamate virtuali, spegniamo le telecamere, zittiamo i microfoni, stiamo lì, con una maglia decente sopra e le ciabatte ai piedi, a parlare a turno, partecipando alle votazioni inserendo un pallino nel form, intervenendo dopo aver alzato la mano con il tasto apposito. Decisamente quest’anno si è portato via tutto, anche le piccole abitudini che non immaginavo di rimpiangere così tanto, compresa la piccola grande gioia di avere la copertina di un libro nuovo dello scrittore amato da carezzare in borsetta.

Non vedo l’ora di averlo per le mani, l’ultimo. Da tenere. Da guardare. Ma aprirlo, aprirlo e leggerlo è un’altra cosa. Se ne starà lì per un bel po’, già lo so, accanto alla scorta d’emergenza. Sì, perché c’è un’altra cosa che fanno i lettori folli, ed è quella di tenersi sempre da parte una piccola scorta di libri ancora da leggere dei propri autori preferiti.

Mai leggere l’opera omnia, perché poi non ce n’è più. Per intenderci, io ho delle novelle di Pirandello da parte, tanto per restare in Sicilia. Io devo sapere che ho ancora qualcosa da scoprire, devo sapere che in caso di estrema necessità, di periodi duri (e quest’anno ci ha ricordato che arrivano eccome) posso attingere alla scorta d’emergenza e trovare ancora intatta una bottiglia d’annata mai aperta in perfette condizioni. Da stappare solo se è il caso.

E quindi, Maestro, anche se ci hai lasciati lo scorso anno e non eravamo nemmeno tanto pronti, e anche se tra poco le vetrine saranno invase da Riccardino, l’ultimo Montalbano, io scelgo di non farla finire ancora, la serie. Scelgo l’indeterminatezza, scelgo di tenermi da parte il tesoro, scelgo di non attingere ancora all’approvvigionamento. Scelgo, semplicemente, di averne ancora uno da leggere.

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