“Sono tangenti. Ed Eni e Shell lo sapevano”. Non usa mezzi termini il pm della procura di Milano Sergio Spadaro durante la sua requisitoria nel processo sulle presunte mazzette versate dai due gruppi petroliferi per acquisire un giacimento offshore in Nigeria nel 2011. Fra i 13 imputati compaiono l’attuale ad del gruppo Claudio Descalzi (all’epoca direttore generale della divisione Exploration e production), il predecessore Paolo Scaroni, Luigi Bisignani e altri manager come Vincenzo Armanna, ora diventato grande accusatore dell’azienda. Con il loro operato, ha spiegato il magistrato, “Eni e Shell avrebbero provocato all’economia nigeriana un grosso danno, circa 800 milioni di dollari“.

La maxi tangente da 1,092 miliardi, ecco chi sapeva – In più di 7 ore di intervento, il pm milanese ha cercato di ricostruire il percorso della presunta maxi tangente al centro del processo. A suo parere, infatti, le compagnie petrolifere hanno pagato 1,3 miliardi di dollari per ottenere “senza gara” la concessione Opl245, ma la maggior parte (1,092 miliardi) sarebbe stata destinata all’ex ministro del Petrolio nigeriano Dan Etete e ad altri politici e funzionari del Paese. Circa 500 milioni, ha spiegato il magistrato, “sono regali a politici che hanno consentito la vendita di questi diritti”. Fra loro figurano l’ex presidente Goodluck Jonathan, il ministro della Giustizia Adoke Bello e la ministra del Petrolio Alison Diezani, annoverata nelle mail di Shell in quel “sacco di squali” che ambiscono a mettere le mani sulle mazzette. Tutti non imputabili in Italia per via della legge sulla corruzione internazionale, ma fondamentali “per comprendere la vicenda”. Dagli atti depositati al processo, inoltre, emerge che “nelle mail scambiatesi tra loro, i manager di Shell si scrivevano che ‘il ministro della Giustizia è coinvolto nell’affare, deve prendere soldi‘”. Nell’appunto di un altro dirigente si legge pure che, quando Shell offrì 300 milioni per il 20 per cento, “Etete ne avrebbe inteso trattenerne solo 40, mentre il resto sarebbe andato in giro per tangenti“. In sostanza, per il pm è chiaro che “Eni e Shell avevano già tutte le informazioni per evitare anche solo di mettersi a quel tavolo”. “Era cosa nota e accettata dalle compagnie petrolifere che pubblici ufficiali nigeriani su Opl245 cercassero di avere soldi. Le loro aspettative su Opl erano legate a prospettive di guadagno personale“.

Il ruolo degli intermediari Obi e Falcioni – In attesa dell’ultima parte della requisitoria, attesa per il 21 luglio, il magistrato si è concentrato anche sulle figure di Emeka Obi, già condannato in primo grado nel 2018 a quattro anni con rito abbreviato, e Gianfranco Falcioni. Entrambi sono considerati due intermediari chiave nella vicenda. “Eni dice che Obi è lì perché ha un mandato di Malabu“, cioè la società titolare della licenza Opl245 e dietro cui si cela l’ex ministro Etete. “Questa circostanza è documentalmente falsa”, sostiene il pm. “Quando Eni comincia a parlare con Obi, questi non ha nessun mandato. Manco lo conosceva Etete”. L’ipotesi è che dietro di lui – sostituito poi da Falcioni dopo la sua estromissione dal negoziato – ci fossero Scaroni e Bisignani. Tanto che, aggiunge il pm, “Bisignani si aspetta denaro da Obi e quando Obi entra nella disponibilità” della sua parte “paga Gianluca Di Nardo”.

Eni si difende: “Argomenti inconsistenti” – “Il pm, nel tentare di collegare Eni con un asserito quadro di corruzione della politica nigeriana, utilizza argomenti inconsistenti”, ha dichiarato un portavoce del cane a sei zampe al termine dell’udienza. Per Opl245 la compagnia ha pagato “un prezzo d’acquisto congruo e ragionevole (come dimostrato da uno studio specializzato presentato nel corso del processo) al governo nigeriano come contrattualmente previsto attraverso modalità chiare, lineari e trasparenti”. Definisce “assolutamente falso” di essersi avvalsa del mediatore Obi e, sulla presunta maxi tangente, dichiara che Eni non “era tenuta a conoscere l’eventuale destinazione dei fondi”.

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