L’ex avvocato esterno dell’Eni Piero Amara non andrà a deporre al processo in corso a Milano sulla presunta corruzione in Nigeria. Lo ha deciso il Tribunale che ha respinto, ritenendola “non decisiva”, la richiesta di prove aggiuntive formulata dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e da pm Sergio Spadaro e cioè di convocare in aula l’ex avvocato esterno al gruppo Piero Amara e Leonardo Marchese. Il primo, come ha detto il procuratore aggiunto, addirittura “seppe di interferenze delle difese di Eni e di taluni imputati nei confronti di magistrati degli uffici giudiziari milanesi con riferimento al processo Olp245″. La requisitoria dei pm è attesa per il 27 marzo. Nel processo Eni/Shell dunque non entrerà la vicenda – ancora in fase di indagine – sul complotto-depistaggio e, in particolare, il capitolo che riguarda la ipotizzata “grave e continua interferenza” che sarebbe stata condotta dalla compagnia petrolifera per “alterare la genuinità” delle dichiarazioni rese durante il dibattimento dal’ex manager Vincenzo Armanna, imputato e ora grande accusatore della società di San Donato e dell’ad Claudio Descalzi.

La settima sezione penale, presieduta da Marco Tremolada, con il rigetto delle richieste di prove aggiuntive, ha dato ancora una volta ragione alle difese di Eni, di Descalzi e degli altri imputati del gruppo. Come hanno fatto notare in aula, in particolare gli avvocati Paola Severino e Nerio Diodà, le dichiarazioni su presunti “condizionamenti o pressioni” che Armanna, l’ex manager licenziato nel 2013, ha reso in dibattimento nei mesi scorsi, sono “prove superflue che non servono a nulla ai fini della decisione”.

Il procuratore aggiunto De Pasquale, leggendo la sua istanza messa pure per iscritto, ha elencato punto per punto le dichiarazioni di Amara e di Marchese sulle quali ha ritenuto necessario un “compiuto accertamento” con la convocazione dei due avvocati. Dichiarazioni rese nei mesi scorsi nell’inchiesta del procuratore aggiunto Laura Pedio e del pm Paolo Storari e che riguardano l’”attività di Eni e Descalzi volte a eliminare le prove” a loro “carico” e che riguardano oltre alla “gestione di Armanna, per ricondurlo all’’ovile”, la raccolta di notizie, “anche attraverso pedinamenti” dei magistrati che si occupano procedimento con al centro il blocco Opl245.

Prima del rigetto della richiesta di prove aggiuntive dei pm e della chiusura dell’istruttoria dibattimentale, i giudici hanno respinto pure la richiesta di De Pasquale di acquisire agli atti documenti arrivati via rogatoria relativi a un bonifico del 2013 di 5 milioni di dollari effettuato da Roky Top Resources, società dell’ex ministro nigeriano e tra gli imputati Dan Etete, a Owen Software Development, società statunitense che vedeva tra i soci un dirigente nigeriano della compagnia petrolifera olandese. “Riteniamo sia un dato di estrema rilevanza – ha detto De Pasquale – che dà forma a quanto scritto nel capo di imputazione di ritorni di denaro a manager sia di Eni sia di Shell”. Tale istanza è stata però bocciata dal collegio in quanto i fatti non sono riferibili agli imputati del procedimento. Infine c’è da registrare che Isaak Eke, il super poliziotto nigeriano oramai noto come il ‘nuovo Victor‘, chiamato nella scorsa udienza come teste di Armanna e della Procura, è indagato per falsa testimonianza e nelle ore successive la sua deposizione, mentre si trovava in una stanza di albergo a Milano, è stato perquisito su disposizione di De Pasquale e Spadaro.

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