Gli occhi spiritati di Schillaci per un rigore non dato. La serpentina di Baggio contro la Cecoslovacchia. Le feste in piazza dopo le vittorie azzurre. Notti magiche prima della serata tragica. Napoli divisa. Maradona e Caniggia e Goycochea. Poi l’uscita sbagliata di Zenga e la delusione, forse la più grande di sempre, per l’eliminazione in semifinale. Sono le immagini di copertina di un ipotetico libro dal retrogusto amaro. Titolo possibile: ‘Mondiali Italia ’90, storia di un’occasione persa’. Perché l’eredità del torneo non si misura con il misero terzo posto della nazionale di Vicini. Il flop fu soprattutto organizzativo: tra costi esplosi e ritardi, le opere realizzate (almeno quelle che non sono state abbattute) erano e restano l’emblema dello spreco. Eppure fu un’edizione epocale, anche e soprattutto dal punto di vista sociale e geopolitico. A trent’anni esatti da allora, raccontiamo – a modo nostro – l’Italia, l’Europa e il mondo di quei giorni. Le storie, i protagonisti, gli aneddoti. Di ciò che era, di cosa è restato. (p.g.c.)

Non mi vergogno. Non mi sono mai vergognato di dichiararlo. Il 3 luglio del 1990, giorno della semifinale della coppa del mondo di calcio tra Italia e Argentina, non ho tifato Italia. Che è cosa ben diversa dal tifare contro l’Italia. Un concetto complesso, per alcuni anche assurdo, che cercherò di spiegare innanzitutto per onorare la memoria di mio padre ed evitare la retorica patriottarda. Perché tifare contro l’Italia era soprattutto un atto di disobbedienza nei confronti di uno dei simpatici assiomi di mio padre sul modo di interpretare il tifo e il patriottismo. Quando eravamo ragazzini, nella fase in cui si consolidava la fede calcistica, risultato di un processo educativo orientato al più esasperato integralismo azzurro, io e mio fratello spesso ponevamo a mio padre un vero e proprio tormentone, la classica, stupida domanda: “Papà, ma se un giorno, ipoteticamente, il San Carlo Arena (squadra del nostro quartiere, militante nel campionato dilettantistico di prima categoria) dovesse giocare contro il Napoli, tu per chi tiferesti?”. E lui, con la sua incommensurabile pazienza, iniziava a sciorinare uno dei “comandamenti” che sono rimasti impressi nella nostra memoria di figli e di appassionati di calcio: “Uagliú, allora ora vi dico una cosa che dovrete ricordare per tutta la vita: se gioca San Carlo Arena-Napoli, dovete tifare San Carlo Arena; se il Napoli gioca contro una qualsiasi squadra del mondo, dovete sempre tifare Napoli; addirittura se il Napoli giocasse contro la nazionale Italiana, dovreste tifare Napoli; ma, laddove giocasse una squadra italiana, o la stessa nazionale italiana contro una squadra straniera, nessuno dubbio: dovete sempre tifare per la squadra italiana“.

Il precetto di mio padre era il risultato di una passione che veniva vissuta sulla base di una filosofia di vita che rappresentava una via di mezzo tra il pensiero di Guicciardini, un patriottismo machiavellico e il corporativismo fascista (lui che è stato antifascista tutta la vita). Ma il calcio, si sa, confonde le ideologie. Forse perché esso stesso è ideologia. E nella confusione di quegli anni, anche io ero “annebbiato”. Perché come ricordò Giovanni Arpino, magister assoluto, la parola tifo deriva dal greco thyphos che significa vapore, nebbia, fumo, ardore… Ma nessun comportamento può essere analizzato senza tener presente anche il contesto in cui si produce. La sirena Partenope, ‘o munaciello, il sangue di San Gennaro, ‘a bella mbriana. Eh, sì, è inutile nasconderlo, figure fantastiche, segreti e storie insolite accompagnano da sempre la vita di noi napoletani. Storie che poi diventano, per effetto di quel magico meccanismo della tradizione orale, leggende e mito. Racconti antichi che trovano una collocazione reale e meravigliosa in una accozzaglia variegata e fantasiosa di narrazioni, che appagano l’immaginazione e supportano l’orgoglio di appartenenza a un popolo. Ma noi napoletani siamo figli di tante culture e tante civiltà. E allora queste favole, romanzi e racconti li abbiamo stravolti e adattati alla nostra filosofia, spesso fondendo e confondendo anche le forme d’arte della letteratura epica. Favole che celebrano non solo personaggi con valori morali incorruttibili, con forza fisica, con carisma e assurti a simbolo di un popolo, di un’epoca, degni di essere ricordati nei secoli ma che rappresentano anche caratteristiche meno nobili (come la scaltrezza, l’astuzia e il buontempismo) di un popolo che riesce a ironizzare su santi, papi, nobili e notabili i cui vizi vengono messi alla berlina. In questo contesto si colloca Lui.

Lui è mito le cui scene di vita quotidiana e ordinaria si sono trasformate spesso in leggende metropolitane. Lui è Maradona, Armando Diego. Già il solo fatto che a noi basta dire Lui per identificarlo rende l’idea della venerazione. Quel Lui, che utilizziamo solo quando puntando un dito e lo sguardo al cielo ci rivolgiamo a nostro Signore, da 36 anni nel nostro immaginario blasfemo è anche Maradona. Quel Lui il cui piede sinistro è stato definito da Erri de Luca “il più sofisticato strumento di precisione della geometria e giocoleria del calcio”. La sirena Partenope, ’o munaciello, il sangue di San Gennaro, ’a bella mbriana e… Maradona. Ma veniamo a noi. Palazzi, vicoli sotterranei, piazze e… lo stadio sono da sempre il perfetto scenario per culti religiosi e laici, dal “tesoro di San Gennaro” alla famosa “mano de d10S” che solo l’ironia e il cuore di un napoletano potevano creare. E io sono napoletano e il 3 luglio del 1990 ero uno dei partecipanti alla messa laica che si officiava allo Stadio San Paolo. E lo facevo lontano dal santuario, guardando la partita nel bar sotto casa a Roma dove vivevo da sei mesi per frequentare il Master in Business Administration. Un musulmano in una sinagoga. Io, quel giorno, ho tifato Maradona, non per l’Argentina né contro l’Italia.

Eppure vi meraviglierete se vi dico che Lui non è stato un mio idolo. Lui, Diego Armando Maradona, occupa un posto a parte nel mio immaginario. È stato il più grande di tutti, inutile scrivere cose già lette. Lui è mito. Il mito (dal greco racconto o parola) è un modo fantasioso adottato dagli Antichi per provare a spiegare la realtà ed il comportamento degli uomini. L’idolo (dal greco figura, aspetto), invece, è un personaggio che si segue perché riflette il tuo modo di essere ma che può essere per gli altri del tutto indifferente. Un personaggio solitamente pubblico in cui molte persone si identificano o che ammirano. L’idolo si stima e si emula. Il mito sei obbligato a stimarlo perché è riconosciuto tale da una collettività in quanto personaggio di un evento straordinario, qualcuno che compie un’impresa difficile, quasi impossibile. Ecco il punto. Le delusioni, anche quelle del tifoso, fanno parte della vita. Gli psicologi dell’ovvio ribadiscono che uno dei rimedi per attutire gli effetti negativi di una delusione è quello di non darle troppo peso, evitando di parlarne e di pensarci (altrimenti la palla di neve diventerà sempre più grande e si trasformerà in una valanga) ma soprattutto, scoperta del cavolo, di concentrarsi sulle cose belle che ci succedono.

Vi starete chiedendo: e cosa significa? Io sono tifoso di una squadra che ha vinto pochissimo, che ha poche cose belle da ricordare. Il mio cervello è quello di un tifoso non abituato a vincere. Pertanto, per il tifoso di una squadra pocovincente (meglio di troppoperdente così accontentiamo anche gli psicoterapeuti), la delusione ha un diverso peso in relazione a una variabile temporale. Consentitemi di spiegare questa mia folle teoria. Quelli erano gli anni in cui, dopo una vita di delusioni, erano arrivate le vittorie. Le prime vittorie. A tale proposito, tengo a sottoporvi un secondo, irrazionale e personalissimo enunciato: per un tifoso, anche la lettura della storia della squadra del cuore si basa su una calendarizzazione particolare. L’anno zero è rappresentato, lungi da me l’idea di essere blasfemo, dalla data di nascita e soprattutto dalla capacità di memoria del tifoso. Esiste un’era prima del tuo ricordare gli eventi vissuti da supporter e una storia che parte dal tuo divenire un tifoso consapevole. Un ulteriore princìpio (sempre personale) che trova fondamento nel fatto che l’albo d’oro delle vittorie e delle sconfitte di un tifoso è personalizzato in base al suo “aver vissuto” quei momenti.

Per essere chiari, mio figlio Agostino, affetto dalla stessa patologia genetica, nato nel 1994, nel suo personale palmares ha “solo” tre coppe italia (2011-2012, 2013-2014 e quella di poche settimane fa) e una Supercoppa italiana (2014-2015), ma ancora non ha vinto uno scudetto, anche se il Napoli ha trionfato due volte, nel 1987 e nel 1990. Allo stesso modo, il tifoso di una squadra pocovincente, per gli stessi motivi già espressi nell’enunciato di cui sopra, ha una memoria selettiva che gli permette di identificare immediatamente, sciorinando anche i più minuziosi dettagli, le (poche) vittorie. La memoria non è, infatti, un supporto magnetico cui attingere dati ma è una funzione attiva della nostra mente, che sa in partenza a quale tipo di informazioni rivolgere la propria attenzione e quali, invece, trascurare. Nei vari file presenti nella nostra testa, quello relativo alle “prime volte” ha una dimensione maggiore e nel nostro personale motore di ricerca, nel Google del nostro cer- vello, ha sempre il miglior posizionamento. Soprattutto quando la tua squadra festeggia le sue “prime volte” dopo 61 anni! E solo perché lo aveva voluto Lui. Scusatemi ma quel giorno proprio non potevo tradirlo.

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