Ieri due notizie mi hanno colpito per divergenze (moltissime) e parallelismi (forse solo la categoria). Sono stata qualche giorno in Salento, tra Squinzano, paese natale, e Ortelle, dove trascorro le vacanze. I mezzi e le gabbie erano ancora fermi, fino a ieri appunto, quando, dopo quasi quattro mesi di stazionamento nel Parco di San Vito, hanno preso la via di Porto Cesareo per riprendere i loro spettacoli.

Non sono andata a vederli di persona perché non avrei retto. E ieri, in viaggio io, in viaggio loro. Il Circo Amedeo Orfei, con i carrozzoni e soprattutto i poveri animali, ha ricominciato la sua vita nomade dopo che il decreto Conte aveva fermato l’Italia l’11 marzo, congelando chiunque dovunque. E così la comunità della minuscola Ortelle, insieme a Caritas, Coldiretti e Campagna amica di Lecce, l’associazione RinnovaMenti di Spongano e una serie di aziende e supermercati locali, si sono presi carico di artisti e animali, provvedendo al loro sostentamento (sorte e vicende comuni anche ad altri circhi sparsi per l’Italia).

Sono contenta che istituzioni e privati costituiti in associazioni abbiano mostrato tutto il loro buon e miglior cuore, ma non posso che scandalizzarmi e disapprovare la presenza di animali nei circhi. Ancora oggi ci sono evidentemente parecchi genitori che portano i loro bambini a stupirsi di animali che, strappati al loro habitat e alle loro naturali occupazioni, sono costretti ad esibirsi compiendo azioni che mai farebbero. E non ci sono scuse. Nessuna. Gli animali esotici e selvatici si possono osservare nei documentari, che tra l’altro sono fatti benissimo. E non venitemi a dire che gli artisti li amano e li rispettano o che gli animali, quando nascono in cattività, non potrebbero stare altrove.

Questo sfruttamento, questo lavoro imposto agli animali non trova ragionevoli giustificazioni, nemmeno nella tradizione e nell’antichità della pratica. Ecco che un’emergenza come questa ha mostrato lo sfilacciamento di un sistema che si regge sulla prigionia: animali prigionieri di uomini prigionieri di un virus. Come e in quanto spazio vivono, cosa fanno quando si spengono i riflettori, quali temperature avverse affrontano, meglio non saperlo.

L’altra notizia di ieri: il Cirque du Soleil (anch’esso fermo per il coronavirus) ha dichiarato bancarotta per poter ristrutturare il suo debito attuale (investimenti degli scorsi anni a quanto pare ne avevano già appesantito i bilanci), farsi carico dei suoi oneri, sostenere i dipendenti (ci troviamo di fronte a un bacino di lavoro per valorosi artisti da tutto il mondo, compresa l’Italia, di quasi 5000 elementi), rimborsare i biglietti già venduti grazie alle liquidità degli azionisti principali e insomma salvare il futuro del colosso societario, futuro per il momento molto buio, mancando gli spettacoli (14 itineranti e 10 stabili, ognuno con differenti tematiche) e i grandi eventi con i quali lo stratosferico contenitore raccoglie capitali.

Trentasei anni di attività, il Cirque du Soleil fu fondato dal canadese Guy Lalibertè, ex mangiatore di fuoco giocoliere ambulante (che riuscì nel suo progetto inizialmente grazie agli investimenti di un amico miliardario conosciuto a Las Vegas), oggi eccentrico plurimiliardario che vive da ricco con il naso da clown, filantropo ed ecologista nonostante atollo privato, svariate fuoriserie, un paio di aerei, una stratosferica (immagino) barca a vela con pista d’atterraggio per elicotteri, insomma mezzi di ogni tipo e un bel viaggio nello spazio per il suo cinquantesimo compleanno, accanito giocatore professionista di poker, pare molto perdente.

Organizzazione di grande successo, vicina al circo tradizionale forse solo nelle intenzioni degli inizi, essendo diventata un patinato meraviglioso carrozzone tempestato di brillanti, al suo interno vanta numeri strabilianti in grado di incollare alla costosa poltrona prima di tutto i grandi, in un romantico immaginifico mondo di contorsionismi, equilibrismi, travestimenti, colori, suoni, coreografie, scenografie, il tutto portato alla massima espressione corporea e di mezzi.

A parte non valersi (finalmente) di numeri con animali, facendo leva solo sulla bravura degli uomini, ha fatto proprie diverse scuole circensi, tra cui quella russa e quella cinese, frullandole in un mix assolutamente unico e fregiandosi di peculiarità solo sue. Ad esempio una trama unica attorno alla quale ruotano le diverse scene (che non si susseguono staccate tra loro come normalmente accade), arricchita dalla presenza di ospiti che portano variazioni a ogni replica.

Ogni spettacolo inoltre è impreziosito da musiche create appositamente, eseguite dal vivo con i più disparati strumenti, colonne sonore vere e proprie che si ispirano a tantissimi generi musicali e che vivono una vita propria anche staccate dal contesto. Proprio a Lecce, nel 2008, la storica Piazza Sant’Oronzo fu teatro naturale e scenografia barocca di un’esibizione unica del Cirque du Soleil, Il Sogno di Volare.

Ricapitolando: il Cirque è fermo, Orfei è ripartito. Ecco, vorrei un futuro per il circo solo nella formula “Cirque”, una macchina perfetta ai nostri occhi bambini e sognatori, dove probabilmente c’è anche sofferenza oltre che duro lavoro imposto al corpo, ma non c’è impiego alcuno di esseri viventi che non hanno scelto questo mestiere.

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