Le tribune dello stadio Azteca di Città del Messico sono deserte. I tifosi se ne sono andati già da un pezzo. Hanno ingoiato i loro cori, hanno arrotolato le loro bandiere, hanno pulito via le lacrime di dolore e lasciato che quelle di gioia si asciugassero sul loro viso. Il mezzo al campo, in quel pomeriggio del 22 giugno 1986, c’è solo Diego Armando Maradona. E un centinaio di giornalisti. Penne in resta, si avvicinano fin quasi a schiacciarlo. E poi mitragliano una domanda dopo l’altra. “Dite che sono un dio? Io sono solo un calciatore – risponde infastidito – capitano della Nazionale argentina”. Mente, Diego Armando Maradona. E lo sa benissimo. Perché in quel pomeriggio di giugno ha abbandonato una volta per tutte la dimensione terrena per trasformasi in una divinità.

In verità il suo processo di beatificazione era iniziato tre anni prima. Nel gennaio del 1983 D10S è a Lloret de Mar, sulla Costa Brava spagnola. Corre e suda. Suda e corre. Sta cercando in tutti i modi di riprendersi dall’epatite che stava martoriando la sua prima stagione con la maglia del Barcellona. A un tratto suona il campanello. È Carlos Bilardo, il nuovo ct dell’Argentina. “Mi stavo preparando per andare a correre – racconta Maradona – il Narigon mi salutò, mi dette un bacio e mi disse: ‘Hai una felpa per me?’. Gliene detti una e mi chiese: ‘Posso venire a correre con te?’. La prima cosa che pensai fu esattamente la stessa che pensai molte altre volte, nel corso di tanti anni di rapporto: ‘Questo tipo è matto, questo tipo ha problemi di testa’”.

E invece l’allenatore-ginecologo aveva un piano ben preciso in mente: la sua Argentina deve fondarsi su un solo calciatore, un uomo che deve diventare icona, un’icona che deve diventare guida per una Nazione intera. E quell’uomo deve essere per forza Maradona. Durante ogni viaggio Diego comprava una fascia da capitano. Ne ha circa duecento, tutte chiuse in un cassetto. E ora è arrivato il momento di tirarne fuori una. Il numero dieci si cala nel ruolo, butta giù un piano. “La prima cosa che mi proposi fu di mostrare qualcosa, una coscienza: giocare per la Seleccion doveva diventare la cosa più importante del mondo”. Così è. L’Argentina si qualifica con qualche difficoltà per i Mondiali messicani del 1986. La squadra fatica ad assorbire le richieste di Bilardo e ad attrarre le simpatie dei tifosi. “Più che entusiasmo, suscitavamo rabbia“, dice Maradona.

È comunque benzina, carburante buono per far andare a mille le gambe dei calciatori e per far palpitare i loro cuori. In Messico le cose cominciano a cambiare. L’Argentina vince il suo girone (composto da Italia, Bulgaria e Corea del Sud), poi agli ottavi batte 1-0 l’Uruguay. Diego fatica. Più fuori che dentro il campo, in verità. Si lamenta per gli orari delle partite che costringono i calciatori a giocare sotto il sole infuocato di mezzogiorno. Un caldo che inzuppa le magliette e svuota i polmoni. “Prima delle partite io andavo sempre a dormire tardi e mi svegliavo alle undici – racconta nella sua biografia – invece per giocare a mezzogiorno dovevo svegliarmi alle 8 del mattino”. Anche sua madre si preoccupa. Gli telefona e gli chiede se mangia abbastanza, se si riposa abbastanza. Perché dalle immagini della televisione la palla sembra passare solo dai suoi piedi.

Succede anche il 22 giugno, quando l’Argentina affronta l’Inghilterra nei quarti di finale. Una partita che assomiglia a una guerra. Nel vero senso della parola. Quattro anni prima l’Argentina era sul punto del tracollo. La crisi economica martoriava la popolazione che aveva iniziato a scendere in piazza. Al governo del generale Galtieri serviva un jolly, qualcosa che potesse riaccendere lo spirito nazionale. Così aveva deciso di dichiarare guerra all’Inghilterra e reclamare la sovranità argentina sulle isole Malvinas. Doveva essere una battaglia facile, si è trasformata in un lago di sangue. E la marina di Sua Maestà aveva vinto senza troppi problemi.

Quel quarto di finale si era trasformata ben presto in un caso diplomatico. Nei pub inglesi Maradona comincia a essere chiamato Mendez, come il generale che aveva comandato senza grande successo le truppe argentine. Alcuni deputati si spingono ancora più in là. Dichiarano che l’Inghilterra non dovrebbe neanche scendere in campo contro gli argentini. La Gran Bretagna si spacca a metà. “Da una parte ci sono quelli che ‘schifano’ gli orribili e arroganti nemici e quelli che vorrebbero ripetere sul campo di calcio il trionfo delle Falkland riportato dall’ammiraglio Sandy Wooward con l’affondamento del Belgrano”, racconta il corrispondente da Londra della Repubblica.

Il Sun, nel suo consueto stile, titola: “Vi veniamo ad acchiappare señores”. Da Buenos Aires arriva la proposta di rendere omaggio alle vittime della guerra. Ma non tutti sono d’accordo. Alcuni senatori peronisti chiedono addirittura al presidente Raul Alfonsin di ritirare la squadra dal Mondiale. Un gruppo di ex soldati afferma che invece l’Argentina deve scendere in campo con la maglia bianca in segno di pace e i calzoncini neri in segno di lutto. Maradona cerca di dribblare le polemiche. “Dobbiamo giocare con il pallone, non con il fucile”, dice. Solo che poi parte in contropiede. “No, non so parlare l’inglese. E anche se lo sapessi non lo parlerei“.

Di quella partita non si ricorda più nessuno. Perché tutti si ricordano solo dei due gol di Maradona. È il 51’ quando Valdano si allarga sulla destra del limite dell’area e riceve da Maradona. Solo che “El Poeta” manca l’aggancio e fa schizzare il pallone verso l’alto. Il difensore inglese che lo marca è sbilanciato ma decide di intervenire comunque con il sinistro. Ne esce un campanile altissimo che sembra piombare placido dalle parti di Shilton. “Quando ho visto che la palla andava su, su, su mi sono detto: ‘non la raggiungerò mai’. Così ho cominciato a ripetere ‘abbassati per favore, abbassati’ – racconta Maradona – è stato in quel momento che mi è venuta in mente un’idea: saltare di testa ma anche con la mano. Quando sono atterrato Shilton non aveva idea di dove fosse il pallone. Era nella rete”. Diego osserva il guardalinee correre verso il centro del campo. Il gol è valido.

“Quello stupido di Checho si è avvicinato e mi ha detto: ‘Ma hai segnato con la mano!’. Gli ho detto: ‘Chiudi la bocca stupido e abbracciami’. Così tutti hanno iniziato ad abbracciarmi. Poco dopo Valdano mi fa: ‘Non dirmi che l’hai segnato con la mano. A me devi dire la verità’. Gli rispondo: ‘Dopo ti spiego, Jorge. Ora smettila di rompermi le palle’”. Tre minuti dopo Maradona riceve palla a centrocampo, con una finta con la suola mette a sedere due centrocampisti inglesi, poi inizia a correre. È veloce e imprendibile, elegante e letale. Salta gli avversarsi uno dopo l’altro. Un dribbling, due dribbling, tre dribbling. Poi mette a sedere Shilton e segna il 2-0.

È il gol più bello della storia dei Mondiali, il gol che rende inutile la rete di Lineker. A fine partita i britannici sono sdegnati. Ripetono che, in fondo, “nessun inglese è mai stato battuto lealmente”. Diego, invece, inizia il suo show davanti alle telecamere. “Se ho segnato con la mano? È stata per metà la testa di Maradona e per metà la mano de Dios“. E ancora: “Il mio secondo gol è una meraviglia? Ma per favore, la sola meraviglia che conosco è Raquel Welch“. Ma il prossimo obiettivo è piuttosto chiaro: “Adesso voglio arrivare in finale, magari contro la Francia, così finalmente si vedrà se è più forte Platini o il sottoscritto”.

La storia andrà diversamente. L’Argentina arriverà in finale, ma contro la Germania Ovest. La Selección vincerà 3-2, ma Diego non troverà il gol. Poco male, perché era già diventato leggenda in quel pomeriggio del 22 giugno 1986. “Si è trattato di un gol assolutamente legittimo – dirà un anno dopo alla Bbc – perché convalidato dall’arbitro. Io non sono nessuno per dubitare dell’onestà dell’arbitro”. Nella sua autobiografia, invece, dirà: “La mano de dios? È stato come rubare il portafoglio agli inglesi“. Niente di più vero.

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