Gli occhi spiritati di Schillaci per un rigore non dato. La serpentina di Baggio contro la Cecoslovacchia. Le feste in piazza dopo le vittorie azzurre. Notti magiche prima della serata tragica. Napoli divisa. Maradona e Caniggia e Goycochea. Poi l’uscita sbagliata di Zenga e la delusione, forse la più grande di sempre, per l’eliminazione in semifinale. Sono le immagini di copertina di un ipotetico libro dal retrogusto amaro. Titolo possibile: ‘Mondiali Italia ’90, storia di un’occasione persa’. Perché l’eredità del torneo non si misura con il misero terzo posto della nazionale di Vicini. Il flop fu soprattutto organizzativo: tra costi esplosi e ritardi, le opere realizzate (almeno quelle che non sono state abbattute) erano e restano l’emblema dello spreco. Eppure fu un’edizione epocale, anche e soprattutto dal punto di vista sociale e geopolitico. A trent’anni esatti da allora, raccontiamo – a modo nostro – l’Italia, l’Europa e il mondo di quei giorni. Le storie, i protagonisti, gli aneddoti. Di ciò che era, di cosa è restato. (p.g.c.)

Sorrisi larghi sui mascelloni yankee, capigliature che si abbinano perfettamente a un giubbotto di pelle in pendant con una Chevrolet o una Mustang, la benedizione del presidente Bush (padre) che li guarda (o così dice) da casa. Così, e con più diffidenza che curiosità ad accompagnarla, arriva la nazionale Usa a Italia ’90. Prima volta dopo 40 anni, da quando fu messa insieme una squadra di giovanotti che nella vita faceva tutt’altro, ma che almeno una volta aveva tirato un calcio a qualcosa che non fosse ovale e fu spedita in Brasile, facendo pure una discreta figura.

Era il 1950: nel frattempo gli Usa hanno cambiato il mondo ed è cambiato anche il calcio. Ma se in tutti i campi, dalla politica, all’economia all’intrattenimento e anche nello sport, gli Stati Uniti dettano legge, nel calcio sono rimasti pressoché quelli di 40 anni prima. I tentativi di portare il “soccer” all’attenzione degli statunitensi sono tutti falliti, non esiste ancora un campionato professionistico, molti dei giocatori messi assieme dal buon Gansler, ct di origine ungherese, si dividono tra i campi di futsal e quelli di calcio. E spuntano pure i problemi sindacali: la federazione vuol pagare sui 20mila dollari i calciatori che partecipano al mondiale, che è quanto prende un impiegato in un anno, ma infinitamente meno rispetto agli altri calciatori professionisti e soprattutto rispetto a un giocatore di baseball, di football o del Dream Team di basket.

Ma quelle sono stelle, e stelle nella nazionale di calcio statunitense non ce ne sono: qualcuno si è affacciato in Europa, come Vermes che ha giocato qualche partita in Ungheria, nel Raba Eto. O come Eichmann, altro talento del futsal dalla pesantissima e solo casuale omonimia, acquistato dal Werder Brema, dove però non ha mai giocato ed è tornato in patria. Qualcuno è pure bravino, come Wynalda, Balboa o come i “paisà” Caligiuri, Tab Ramos, Neil Covone e soprattutto il portiere Tony Meola originario di Torella dei Lombardi, in provincia di Avellino. Li guardano con curiosità, tra quattro anni toccherà a loro ospitare un mondiale. L’auspicio è che per allora il pubblico americano si innamori del calcio: quella squadra dunque ha una missione importante.

L’impatto però è disastroso: a Firenze gli uomini di Gansler ne beccano cinque dalla Cecoslovacchia, a casa i pochi che guardano le partite alle 11 del mattino invitano la nazionale a ritirarsi per evitare umiliazioni. In Italia diventano oggetto di dibattito nei salotti televisivi: “Col mondiale 1994 il calcio farà breccia e anche loro diventeranno una buona squadra o resteranno sempre degli eterni dilettanti?”. La cosa più interessante che emerge da quel dibattito è che a sostenere la seconda tesi sono proprio i big che in America ci hanno giocato: Beckenbauer ad esempio. Anche Chinaglia. Per loro è meglio lasciar perdere: il calcio resterà roba marginale. C’è chi invece per opposto, vista anche la prospettiva di creare una lega professionistica (imposta dalla Fifa per l’assegnazione del mondiale) e naturalmente le disponibilità economiche dei futuri presidenti immaginano un’evoluzione dignitosa o anche di più del pallone a stelle e strisce. Il ct azzurro Vicini ad esempio era convinto di questa seconda ipotesi.

La realtà però è quella dei dilettanti di Gansler, cui dopo lo scivolone contro la Cecoslovacchia tocca la superfavorita Italia, coi bookmakers che quotano la possibilità di una vittoria Usa da 1 a 50 in su. Tra il maggior impegno di Caligiuri e compagni e la scarsissima vena dell’Italia che come sempre nel suo stile in questo tipo di partite va in campo già convinta di avere la vittoria in tasca, gli uomini di Vicini la spunteranno con uno striminzito 1 a 0 firmato da Giannini. Salvata almeno la faccia senza un’altra imbarcata, ma di fatto eliminati, gli Usa lasceranno il mondiale perdendo anche l’ultima gara del girone contro l’Austria, salutando l’Italia e l’elite calcistica con l’etichetta di eterni dilettanti appiccicata addosso.

La risposta a quei quesiti di 30 anni fa? Da un lato avevano ragione Chinaglia e il Kaiser: neppure il mondiale casalingo ha mai fatto scoppiare una vera e propria passione per il calcio negli Stati Uniti, certo la Mls oggi è un campionato a tutti gli effetti e in cui giocano campioni (seppur quasi sempre a fine carriera) ma in un contesto comunque mediocre. Dall’altro avere un campionato professionistico, l’arrivo di molte scuole calcio di club europei e la maggior attenzione per questo sport ha permesso ai giovani più promettenti di arrivare in Europa e formarsi. La nazionale dopo il buon risultato di Milutinovic nel 1994 è diventata una cosa seria. Si è qualificata sempre ai mondiali, a parte l’ultima edizione e sempre, a parte nel 2006, ha superato i gironi arrivando addirittura ai quarti nel 2002 con l’esplosione della miglior generazione di calciatori mai prodotta: i vari Donovan, Cobi Jones, McBride. Ad oggi, seppur tutti professionisti, il livello della nazionale è tornato molto basso. A riguardare le pettinature in stile Miami Vice di Meola, Balboa e Ramos, le loro interviste in cui ammettono candidamente di aver paura di giocare di fronte all’Olimpico pieno, viene tenerezza e nostalgia: proprio come quando si guarda un telefilm americano di quegli anni.

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