Apre una tavola rotonda a Dallas per discutere di riforma della polizia e discriminazioni razziali, a oltre due settimane dalla morte di George Floyd. Ma Donald Trump non lo nomina mai, e all’incontro mancano anche i tre dirigenti più alti in grado delle forze dell’ordine locale, tutti afroamericani. A meno di cinque mesi dalle elezioni presidenziali, gli Stati Uniti – ancora nel vortice della pandemia coronavirus – sono alle prese con le proteste antirazziste più importanti degli ultimi 50 anni e la Casa Bianca è travolta da scontri istituzionali con le forze di sicurezza, dal Pentagono ai militari. Oltre che da imbarazzanti gaffe su Twitter. Ma il presidente, sfidando quella che a molti sembra già una seconda ondata della pandemia, riprende i suoi comizi elettorali e riparte da Tulsa, in Oklahoma: una data e un luogo simbolici per le lotte anti razziali che hanno infuocato l’America dopo la morte di Floyd, rilanciando pure la guerra alle statue confederate. Ma per Sherry Gamble Smith, presidente della Black Wall Street Chamber of Commerce di Tulsa, “scegliere quella data e venire a Tulsa è totalmente irrispettoso, uno schiaffo in faccia a quanto accaduto”. Contrari anche molti leader afroamericani, così come la senatrice dem Kamala Harris: “Non è solo un occhiolino ai suprematisti bianchi, sta offrendo loro una festa di benvenuto”.

Anche LeBron James chiede agli afroamericani di votare E in queste settimane di fermento, dove il rivale dem Joe Biden teme che Trump possa “rubare” le elezioni anche boicottando il voto per posta, esponenti di spicco della comunità afroamericana intervengono per scoraggiare l’astensionismo: dopo Michael Jordan, che per la prima volta ha rotto il silenzio prendendo posizione, anche LeBron James, stella dei Los Angeles Lakers, vuole motivare chi spesso decide di non votare perché non si sente rappresentato. E per farlo ha creato un gruppo ‘More Than a Vote’, cavalcando l’onda delle proteste in tutto il paese contro le diseguaglianze razziali e la polizia violenta. “Con tutto quello che sta succedendo – ha detto James – le persone finalmente ci stanno dando ascolto. Stiamo finalmente mettendo un piede dentro. Per quanto tempo questo sta a noi. Non lo sappiamo. Ma abbiamo la sensazione di avere orecchie che ci ascoltano e attenzione. È tempo per noi di fare finalmente la differenza”.

Gli esclusi dalla tavola rotonda di Dallas – Sono la sceriffa Marian Brown, il capo della polizia Renee Hall e il procuratore distrettuale John Creuznot, tutti afroamericani. La decisione ha scatenato un’ondata di polemiche, ma è stata giustificata dalla Casa Bianca con il fatto che il presidente avrebbe ascoltato comunque opinioni diverse, come quella del capo della polizia di Glenn Heights, una piccola cittadina a sud di Dallas. “Naturalmente Trump non ha ottenuto un quadro completo dei suggerimenti da parte delle forze dell’ordine – ha commentato il procuratore Creuznot – siamo noi (tre, ndr) le persone sul terreno”. E oltre a questo fronte, al centro dell’incontro c’è stato il nodo del taglio dei fondi alla polizia: Defund The Police da slogan è diventato movimento in queste settimane, ma Trump – così come Biden, i repubblicani e buona parte dei democratici – è contrario. “Dobbiamo difendere la nostra polizia e non tagliare i fondi alla polizia”, ha proseguito il tycoon a Dallas. “Dobbiamo assicurare che la nostra polizia venga formata bene, istruita perfettamente e sia dotata del miglior equipaggiamento”. Poi ha aggiunto che gli Stati Uniti “non possono fare alcun progresso etichettando milioni di americani come razzisti“.

Cosa significa ripartire da Tulsa – Il 19 giugno infatti con il ‘Juneteenth‘, la commemorazione annuale della fine della schiavitù, che non è una festa federale ma è largamente celebrata dagli afroamericani. Ricorda la lettura della proclamazione di emancipazione degli schiavi afro-americani in Texas, ultimo Stato della Confederazione sudista a riceverla il 19 giugno 1865, mesi dopo la fine della guerra civile. Ma anche Tulsa è altamente significativa, essendo stata teatro di uno dei più gravi episodi di violenza a sfondo razzista nell’intera storia americana: tra il maggio e il giugno del 1921 orde di bianchi attaccarono con armi ed esplosivi la comunità afroamericana nel quartiere di Greenwood, una delle più prospere degli Usa tanto da essere soprannominata ‘Black Wall Street’, uccidendo sino a 300 persone e distruggendo circa 1000 tra case e negozi.

La campagna di Trump ha difeso la scelta di tempo e luogo affermando che “il partito di Abraham Lincoln, i repubblicani, sono orgogliosi della storia del Juneteenth”, per aver vinto la guerra civile e messo fine alla schiavitù. Ma nella comunità afroamericana – e non solo – sta montando il malumore dopo l’imbarazzante gestione delle proteste razziali da parte del presidente. Il tycoon ha scelto di ripartire dall’Oklahoma perché ha uno dei tassi più bassi di covid-19 del Paese (7500 circa) ma ha annunciato altri comizi in Florida, Arizona, North Carolina. E in Texas, dove vola oggi per una tavola rotonda nella quale potrebbe rompere il silenzio sul razzismo.

L’ansia dei sondaggi e la convention sdoppiata – La campagna del tycoon pensa che sarà più difficile per gli oppositori criticare i suoi rally dopo le grandi folle per Floyd. In ogni caso Trump ne ha un disperato bisogno per rimontare nei sondaggi Joe Biden. Intanto per la prima volta la convention presidenziale repubblicana si sdoppia: il partito ha votato per tenere a fine agosto una convention in scala ridotta di 336 delegati nella sede originaria, Charlotte (North Carolina), dove verrà discussa la piattaforma rispettando gli obblighi contrattuali e le misure di distanziamento sociale richieste dal governatore dem per il covid-19. Ma Donald Trump terrà il discorso di accettazione in un’altra location, senza restrizioni di sorta: in pole position c’è Jacksonville, Florida, uno degli Stati in bilico.

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