Attenzione, qui non si vuole dire che con delle prescrizioni digitali si possono risolvere tutti i mali della sanità tradizionale. Piuttosto, è bene ampliare lo sguardo nella discussione su servizi pubblici, diritti sociali e digitale, per non perdere di vista gli interventi strutturali che è ancora necessario fare.

Per quanto riguarda gli aspetti organizzativi e culturali, per esempio, la questione si fa più complessa. Trasformazione digitale, infatti, non vuol dire solo infrastruttura e piani d’azione. “È importante che gli utenti, sia cittadini che operatori, comprendano e si fidino delle opportunità offerte dal digitale. Questo non vuol dire che si debba essere sempre aggiornati sulle ultime tendenze o innovazioni. Ma dovrebbe essere chiaro che questi strumenti migliorano la qualità dei servizi offerti, per tutti”, dice ancora Vainsalu.

Ed è interessante vedere come, proprio nella sanità, ci sia ancora un certo conservatorismo verso molti processi di innovazione tecnologica, da parte sia dei medici che dei pazienti. L’hanno rilevato chiaramente un recente studio di McKinsey & Company e un lungo reportage del New Yorker.

“Ma è qui, invece, che i decisori pubblici dovrebbero assumere una posizione più ambiziosa, ed elaborare soluzioni più inclusive. Ad esempio, definire una roadmap unica e precisa per tutti gli operatori della sanità e della tecnologia sarebbe fondamentale in questo senso. Così, si può cominciare un percorso evolutivo a tutti gli effetti per il modo in cui istituzioni e privati interagiscono tra loro, e per un’erogazione dei servizi di base più efficiente”, conclude Vainsalu.

Più il pubblico riesce a far propria (per davvero) una completa trasformazione digitale, meno problematiche saranno crisi come quella del coronavirus – almeno per quanto riguarda il funzionamento delle amministrazioni. Fatto trenta, facciamo trentuno: parliamo di Immuni, ma non fermiamoci a quello.

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