La notizia: dalla prima settimana di giugno è possibile scaricare in tutta Italia l’app Immuni, sviluppata per permettere il tracciamento dei contatti e dell’esposizione individuale al rischio di contagio. La polemica sull’app: infuocata, come da migliore tradizione nazionale.

Immuni sembra essere diventata una vera e propria app della discordia, riedizione 2020 del più famoso – ma meno cool – pomo. Per una introduzione alle funzionalità dell’applicazione, si può consultare il sito del ministero per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione. Gli importanti punti di privacy e utilità su cui esperti legali e di tecnologia dibattono, invece, sono stati ospitati sia su questa testata che su numerosi altre sezioni d’articoli di opinione praticamente da aprile.

Per carità, la discussione ci sta tutta, ma non è il tema di questa osservazione. Più che altro, ci si pone un paio di domande collaterali. In primo luogo, può questa funzionare nella maniera più efficiente possibile se, intorno, c’è un po’ il deserto digitale di sempre? E ancora, perché non sfruttare questa occasione per cominciare una trasformazione digitale più ampia e profonda, almeno a partire dalla sanità?

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