MIRCO MARIANI

PACIFICO

Gino – Parigi-Ensini!!

Mirco – Qui agli Ensini tutto a posto. E a Parigi?

Gino – Tutto bene!

Mirco – Ottimo!! Senti qua allora: ti mando un po’ di aria fresca di mare. « Non c’è più la vela bianca, con l’inverno c’è il gabbiano, e l’estate del mio amore è un ricordo ormai lontano. Al mio fianco si sdraiava, si bruciava sotto il sole, si assopiva sotto il vento, come un bimbo era contento. Insieme, Gino!! Ciao, ciao, ciao, ciao Gino. Anche se sei un po’ parigino, io ti voglio tanto bene, e lo sai. »

Gino – E siamo subito partiti con la rivisitazione di “Ciao mare”. Intanto, come stai?

Mirco – Ciao Gino! Ma che bello. Una Parigi-Ensini.

Gino – Una Parigi-Ensini. Allora, prima di tutto vogliamo fare un’introduzione su come si sta lì con la chiusura, o l’hai già fatta tutte le sere che sei in diretta?

Mirco – Cosa vuoi che ti dica… Io qua agli Ensini ho un bel giardino. Ci sei stato, no?

Gino – Si sta bene, lì.

Mirco – Si sta bene. Io ho tutte le mie cosine… Fino a cinque minuti fa ero a fare legna nel bosco.

Gino – Infatti mi sa che lì sotto indossi stivali o calosce.

Mirco – Ho escogitato questo trucco meraviglioso: dalla cintola in su sono praticamente un figurino, dalla cintola in giù è una vergogna. Pantaloni macchiati di grasso…

Gino – Senti, prima di iniziare a chiacchierare un po’ di musica facciamo questo brindisi, visto che oggi è il 25 aprile. Ti va?

Mirco – Oh, sì.

Gino – Brindiamo in onore degli eroi che hanno combattuto per la nostra libertà.

Mirco – Grande! Salute!! Viva la libertà!!!

Gino – Evviva. Dopo aver bevuto, adesso sarà tutto in discesa. Allora, in questa chiacchierata ti farò delle domande che forse ti ho già fatto anche in osteria. Ci siamo conosciuti un po’ di anni fa, quando eri venuto prima di un mio concerto a Bologna. Guardavi il set con quello sguardo un po’ così…

Mirco – No no, cercavo di rubare idee per poter affrontare nuovi orizzonti musicali. Tu non te ne sei accorto perché sono furbo. Io mi metto lì con una faccia un po’ così, e alla fine rubo rubo, rubo…

Gino – Sì, è per via della famosa tecnica dell’occhiale scuro…

Mirco – Qualche giorno fa un ragazza che doveva fare un dj set mi ha detto che aveva paura, io gli ho consigliato di mettere gli occhiali scuri. Questo è il consiglio che do’ a tutti: l’occhiale scuro. Ti rende impermeabile e soprattutto scegli di vedere quello che vuoi.

Gino – Tu li metti sempre, gli occhiali scuri?

Mirco – Ah per suonare sì, sempre! E mi viene da metterli anche in dirette live come questa.

Gino – Io sono miope, daltonico, astigmatico, le ho tutte. Quindi vedo poco, e questo mi protegge. Ma immagino che tu non abbia cominciato da subito a mettere gli occhiali scuri.

Mirco – Ti dico la verità. Con Vinicio Capossela ho sempre avuto un rapporto di amore e di difficoltà. A un certo punto non riuscivo più a gestire questa cosa, allora ho immaginato di essere un grande giocatore di poker che non deve mai far capire il suo stato d’animo. Se ero in difficoltà, lui non doveva saperlo. Mi ricordo uno degli ultimi concerti, una roba da record… Sono salito sul palco che era appena finito il disco, e io non conoscevo una canzone!! Conoscevo i bis. E per tutto il concerto sono stato obbligato a tenere gli occhiali scuri, perché altrimenti con l’occhio un po’ sbarrato venivo subito sgamato.

Gino – Invece l’occhiale scuro ti ha fornito l’alibi. E poi tu sei maestro dell’espressione imperturbabile. Ricordo benissimo un concerto quest’anno in cui io ero lì che alzavo la mano pallida nel buio, facevo l’espressione intensa, stavo per fare un monologo, credo. E sono partiti dei muggiti dal tuo strumento. Io mi sono girato, e tu imperterrito, come se avessi fatto la cosa giusta, almeno la tua faccia era da “cosa giusta”…

Mirco – Mi ricordo benissimo: erano pecore. Pecore al pascolo.

Gino – Ah, scusami… Allora, volevo parlare con te di questo: di come le persone cominciano a scrivere musica e in generale a fare gli artisti quando ancora non sanno che diventeranno artisti. Cioè, a me piacerebbe avere visto quello che hai visto tu per capire quello che suoni, poi arriveremo a quello che suoni adesso e a quello che hai fatto. Tu sei nato lì dove sei, più o meno…

Mirco – Sono nato a Bagno di Romagna, un paesino in provincia di Cesena, nell’Appennino romagnolo. Sono un campagnolo.

Gino – I tuoi genitori sono contadini?

Mirco – Mio babbo ha un’impresa edile e mia mamma ha fatto la parrucchiera di paese fino a poco tempo fa, ora è andata in pensione.

Gino – Io invece sono cresciuto nella famigerata periferia, ero nel limbo. Quindi la natura per me erano questi parchetti con gli alberelli con intorno la staccionata per tenerli su. Il fiume per noi era una roggia; e una volta ci hanno portati a vedere una fattoria, c’era una mucca che cagava da sotto la coda e siamo rimasti tutti a bocca aperta, il fattore che giustamente ci guardava schifato.

Mirco – Tu pensa invece a quando io sono arrivato al Chet Baker di Bologna la prima volta, ero talmente campagnolo che mi sono messo a fare la pipì lì dove si suonava. Non pensavo che ci fossero i bagni, nei locali, capito?! Mi hanno fermato dandomi una pacca sulle spalle: ehi cosa stai facendo? Ma perché, faccio io, cosa c’è di male?? Per me era normalissimo! Secondo me bastava voltare le spalle, girarsi, e potevi farla.

Gino – Quindi tu con le bestie, le rane, i polli, hai dimestichezza?

Mirco – A parte che tu sai benissimo che quando andiamo a mangiare su al lago, sopra casa mia, la rana fritta…

Gino – Beh, reincarnarsi rana dalle tue parti…

Mirco – Eh, sarebbe una bella sfortuna. Se poi attorno c’è gente selvaggia come noi, che siamo dei vichinghi dell’Appennino, la rana non si salva.

Gino -Io ho sempre la sensazione che ci sia tutto un lato selvatico, selvaggio, che tu in qualche modo hai difeso. Se sei entrato in un locale a pisciare! ?! Ma dove l’hai fatta, sul palco?

Mirco – Oh, ma era una battuta!

Gino – No, perché io ci ho creduto.

Mirco – Ma se vuoi, Gino, lo posso fare: durante un tuo concerto, mi giro e…

Gino – So che ne sei capace.

Mirco – Dai, era uno scherzo.

Gino – No, ma io non mi stupisco…

Mirco – Voglio salvarmi, non mi fare raccontare la verità…

Gino – Diciamo che se fossi stato il regista di un film quella è una scena che avrei girato, con te che salivi sul palco e Jimmy Villotti che veniva a fermarti dicendoti…

Mirco – Certo, immaginati uno che arriva dalla campagna in questo locale, il Chet Baker, il più bello di Bologna, dove giravano nomi a livello mondiale, c’erano Archie Sheep, Cedar Walton, Kenny Barron… C’erano dei nomi impossibili. Io arrivai lì con una valigetta e un quadernino su cui prendevo i nomi e i numeri di telefono dei musicisti, e tutti dicevano “ma cosa fa questo qua, cosa vuol fare?” Ero la macchietta, lo sfigato di turno. Poi è successo il miracolo e da lì mi sono ritrovato a suonare. Sono provinciale? Sì, sono così. Perché sai cosa c’è, Gino? Che se in una città dove ci sono tante possibilità tu ti comporti da provinciale e vieni preso male, è un casino, perché sembri quasi il furbo che si atteggia. Invece probabilmente hanno capito che io ero proprio così e di lì a poco mi hanno voluto un gran bene e alla fine poi questo locale è diventato la mia seconda casa: ci ho dormito, ci ho fatto di tutto.

Gino – Ah, ci dormivi?

Mirco – Sì, al Chet Baker suonavamo tutta la sera, poi finivamo a mangiarci i bomboloni al bar, tornavamo a suonare e andavamo avanti tutta la notte…

Gino – Era tutta musica. Lì eri sui vent’anni…

Mirco – Fine anni Ottanta, primi Novanta. Erano momenti in cui tu uscivi di casa e potevi incontrare tutti, una roba incredibile, bellissima.

Gino – Mi ricordo che con la band con cui suonavo, i Rosso Maltese, negli anni Novanta, abbiamo costruito la sala prove proprio andando a rubare i mattoni in un cantiere, con uno che distraeva il capo cantiere e gli altri che rubavano i mattoni e li caricavano in macchina. Insomma, c’era questa dedizione, questo non fermarsi… C’era gente che dormiva in sala. Io avevo ancora una casa, vivevo con i miei, ma c’era gente che dormiva in sala prove, dove c’erano delle misure di sicurezza che potevi morire con uno starnuto. Non c’era nessuna cautela, c’era la musica e basta. Qual è il primo ricordo musicale della tua vita?

Mirco – Togliamo la parentesi Cesenatico, quando ho fatto la mia prima stagione da musicista, era la prima volta che andavo a suonare. Però il ricordo più bello è legato proprio al Chet Baker di Bologna. Nel primo concerto che feci c’erano Piero Odorici al sax, Jimmy Villotti alla chitarra, Franco Nesti, un toscano di Firenze, al contrabbasso. Bravissimi. Io non sapevo niente, non sapevo neanche una regola del jazz, proprio zero. E quando arrivò il mio momento, quello della batteria… nella batteria ci sono i famosi scambi di otto, di sedici misure, devi stare dentro a queste misure…

Gino – Dei blocchi, delle durate prestabilite…

Mirco – Bravo. Mi hanno guardato e mi hanno detto: vai, sta a te. Io sono partito con questo scambio, e non mi fermavo più!! A un certo punto è arrivato Piero a darmi delle pacche sulla schiena: basta, adesso. Io andavo diritto, capito? Ero partito e non mi fermavo più.

Gino – Suonavi e basta.

Mirco – Però alla fine dei conti è andata bene, perché poi da lì in avanti… Me lo ricordo benissimo. Arrivai a febbraio a Bologna, e mi sembra il 14 di marzo ci fu questo concerto. Non era passato nemmeno un mese che ho iniziato a suonare e a campare di musica. Ti rendi conto che roba? Pensa cosa ti poteva fare Bologna in quegli anni. È incredibile. E per te invece?

Gino – Il mio primo ricordo – a parte mia madre che è di Salerno che per svegliarmi mi cantava le canzoni napoletane – è che siamo andati a vedere al teatro Odeon, che adesso è un multisala, ma all’epoca era definita la « bomboniera di Milano », ci sono ancora degli arredi dell’epoca…Siamo andati a vedere Carosone, perché quando c’era lui tutta la comunità partenopea non poteva mancare. Ricordo una serata in qualche modo di gala. Noi eravamo operai, quindi stavamo in piccionaia, però vedevo toilette, cofane in testa, commendatori. Era proprio una serata di gala anni Sessanta-Settanta… Ecco, questo è il primo ricordo musicale che ho, da ascoltatore. Comunque la musica ha fatto ingresso nella mia vita come uno spettacolo. In quel periodo andavamo diverse volte a vedere spettacoli; mi ricordo che mia madre portava anche i viveri. Durante l’intervallo tirava fuori una roba che aveva preparato a casa e mangiavamo. Diciamo che non rispettavamo un’etichetta borghese. Però c’è una cosa che mi interessa molto rispetto al liscio. Per dove sei nato, sei cresciuto, anche come ascolto, il primo ricordo che hai di musica in una festa di piazza, o in casa… Cosa ti viene in mente?

Mirco – C’è una cosa che ricordo molto bene. Mia mamma faceva la parrucchiera nella piazza del paese. A un certo punto, nella discoteca di Bagno di Romagna, che si chiamava Terme Club, doveva esserci un grande concerto dei Ricchi e Poveri. Mi ricordo che con ’sta storia dei Ricchi e Poveri non ci stavo più di testa, ero impazzito. Io ero piccolo, mi avevano promesso di portarmi a questo concerto, e io mi ero tutto vestito. Poi alla fine non mi hanno portato al concerto, non ci sono andato… Ci sono rimasto così male! Quella cosa mi ha scatenato dentro una rabbia, un orgoglio, che da lì in poi ho passato la vita a fare concerti.

Gino – Non li hai mai incontrati, poi, i Ricchi e Poveri?

Mirco – No, anche se mi piacerebbe, perché la morettina ha uno swing pazzesco, canta benissimo.

Gino – Loro tra l’altro sono fra i tanti che stanno patendo per le conseguenze della pandemia, perché hanno fatto una reunion e dovevano fare una tournée questa estate.

Mirco – Ah, non lo sapevo. Ascolta, Gino, ma tu come ti senti a essere il più bravo? No, io lo penso davvero, e lo dico sempre. Tutti mi odieranno, naturalmente, però mi viene da dirlo. Insomma, noi abbiamo fatto una tournée insieme, secondo me veramente poco italiana, per me bellissima. Non so se anche tu ne hai un così bel ricordo come me… Era così soave, così leggera, con la tua voce così leggera e intima; nello stesso tempo però noi riuscivamo a essere anche brutali, in qualche modo. Era una formazione ristretta però non mancava niente. Insomma, bellissimo. Io poi, una volta che finisco le cose… mentre le fai magari… Ti dico la verità: ho goduto anche mentre la facevamo, però, sinceramente, quando è finita mi è mancata tanto perché mi sono accorto – e lo dico perché lo penso, non per piaggeria – che tu scrivi delle canzoni da suonare. Sono canzoni “cantautorali”, però hanno una predisposizione verso i suoni che io non ho mai conosciuto in nessun altro cantante. C’è qualcuno che magari fa anche cose più complicate, più difficili, però alla fine dei conti tu riesci a essere in quella giusta posizione dove metti delle cose apparentemente semplici ma dove la musica viene agevolata. Io ti dico la verità, Gino, ne ho un ricordo incredibile. Te l’ho già detto ma te lo ripeto.

Gino – Grazie… A parte che io – e forse è questo il punto in comune – ho cominciato a scrivere i testi tardissimo, verso i quarant’anni. Prima non avevo mai scritto una parola. Per me esisteva solo la musica. Sono passato anch’io dal jazz, anche dalla fusion… C’era questa roba degli strumenti. Per cui per me la musica e le soluzioni musicali sono quelle che mi hanno sempre impressionato. Io i testi non li imparavo; ero un chitarrista da spiaggia bravo, quindi conoscevo un po’ di testi, però non li ho mai imparati a memoria. Forse questo fa sì che noi avessimo questo legame con la musica. E poi, vabbè, ci sono quelle alchimie che non si sa come succedono. E alla fine quando uno lavora con te… Io mi ricordo benissimo che quello di Ensini da te è stato un momento magico, da anni non mi succedeva di vivere un momento musicale così. Io vedevo che tu ti mettevi lì col bicchiere di vino e sentivi dei dischi dopo che avevamo provato, ed era una cosa che non mi succedeva da un sacco di tempo. Un disco dei Kraftwerk, di David Sylvian o di Susan Vega… E’ stata una cosa che se cerchi di indovinare la formula non riesce, invece poi era fantastica. È vero che c’era questo contrasto, che forzavamo anche, perché era costruito così lo spettacolo, il fatto di essere io un po’ rigido, nel ruolo, e voi i guastatori, che addirittura dopo ve ne andavate senza salutarmi, senza parlarmi. Ma infatti non credo che si sia messa la parola fine su quell’esperienza.

Mirco – No, è impossibile!! Impossibile. Abbiamo anche gli altri che… perché sono nati anche dei mezzi mostri, se ci pensi. Perché Pino, cos’è diventato Pino on Line? (Pino, nome d’arte di Luigi Savino, responsabile di ritmiche e programmazione elettronica nel gruppo). Abbiamo creato un mezzo mostro. La gente non lo sa bene, però in mezzo c’è stato veramente il finimondo.

Gino – E questa è una cosa che mi fa pensare, arrivando anche a Extraliscio. Un altro tuo progetto è Saluti da Saturno. Anche quello è stato un progetto importante. Ci sono state delle cose che ti sei portato in Extraliscio?

Mirco – Guarda, ti dico la verità: Saluti da Saturno l’ho portato più su di te. Senza batteria, senza basso, avere musicisti che suonano più strumenti, la formazione ridotta… Quello, diciamo, l’ho portato più sulla tua strada . In Extraliscio c’è più l’orchestra. Te l’ho raccontato prima al telefono e te lo racconto anche adesso…

Gino – Sì, che era bellissimo…

Mirco – Il terzo disco di Extraliscio – che spero di realizzare insieme a te perché veramente… già Merendine blu nel periodo di quarantena ha fatto fin troppo. Ti dico cosa vorrei fare: mi piacerebbe produrre i dischi come si faceva una volta, cioè andare in uno studio grande dove ci si può sistemare tutti insieme, comodi, separati ma insieme, dove si può suonare insieme. Dove veramente si fanno le take, le esecuzioni tutte intere, si suona, si canta e si arriva in fondo.

Gino – Senza troppe sovra incisioni, dici?

Mirco – Bravo, sì! I primi due dischi degli Extraliscio me li sono fatti tutti dentro il mio studio, dove ho tutti i miei strumenti ma dove non si può suonare insieme perché è piccolo, e non posso fare le batterie. Col terzo disco invece mi piacerebbe rientrare in questo mondo. Tu calcola che ho avuto una delle più belle telefonate della mia vita: avevo contattato Detto Mariano per la possibilità di registrare in studio il terzo disco degli Extraliscio. Lui all’inizio era un po’ freddo; mi disse: “Guarda, io ho una casa a Cervia, e quando componevo la colonna sonora per il film di Pozzetto Il ragazzo di campagna dovevo chiudere finestre, tapparelle e tutto perché a un certo punto partiva il liscio, lo suonavano dappertutto, mi devastava, non mi concentravo più.” Quindi quando gli feci la mia richiesta rimase un po’ lì. Poi mi fece un discorso bellissimo sul cantante, perché gli descrissi un po’ i personaggi, come Mauro Ferrara, voce della Romagna, la voce di Romagna mia, che finché non gli dai l’attacco non inizia a cantare, cascasse il mondo! Anche dopo quaranta minuti di introduzione se non gli dai il via non canta. Detto Mariano mi rispose: “Ecco, lui è il vero cantante. Il vero cantante guarda il direttore, il capo orchestra». Poi aggiunse: “Ho appena fatto il brano di Natale per la Russia” – e aveva guadagnato una cifra pazzesca – “pensavo di non fare più musica, però tu mi incuriosisci, mi incuriosite.” Insomma, è andato a vedere tutti i miei strumenti. Uno dei suoi amici – mi sembra di Bolzano – era anche lui un appassionato di strumenti particolari, e così eravamo d’accordo che ci saremmo visti a Bologna al Labotron insieme al suo amico… purtroppo, accidentaccio, è successo che è scomparso per il corona virus. Una roba bruttissima.

Gino – Detto Mariano era uno dei più grandi arrangiatori che abbiamo avuto.

Mirco – Per la forma canzone, per me è il più grande, perché è il più irriverente, è quello che ha avuto le idee più sinistre, quello che faceva le cose fuori regola.

Gino – Basterebbe Prisencolinensinainciusol…

Mirco – È un brano ribaltato. Già Celentano cantava con un testo inventato, però Detto Mariano si è permesso di ribaltarlo ancora di più, ha messo il battere nel levare con la batteria e da lì in poi è una roba pazzesca, un colpo di genio che… mamma mia! Purtroppo Detto Mariano non viene mai ricordato abbastanza, mi sembra che la gente si scordi di tutto. Ha fatto delle robe enormi. Era un mostro, un personaggio gigante.

Gino – Una cosa che riguarda quello che dicevi prima della tournée che abbiamo fatto assieme. Tu hai intorno dei personaggi incredibili che però sono anche musicisti pazzeschi, e riesci a tenerli assieme. Addirittura alcuni, come Alfredo Nuti, che suona la chitarra, l’hai cresciuto, quasi. Era un ragazzino quando l’hai incontrato…

Mirco – Alfredo, insieme a Marcello Monduzzi, anche se diversi, sono entrambi due chitarristi stratosferici. Alfredo è nato nell’ 1981. Mi ricordo che suo babbo incontrò il mio in piazza e gli disse: “U m’è nat el burdèll”, mi è nato il bambino. Io mi ricordo il giorno in cui è nato. Poi alla fine ha lavorato spesso con me. Un po’ forse l’ho anche cresciuto.

Gino – Tu hai tantissimi progetti. Secondo me chi si avvicina a te in qualche modo rimane influenzato. Lo sono stato anch’io. In questi giorni in cui ci sentiamo e ci scriviamo, continuo ad appuntarmi cose in cui c’è dentro un germe, un seme… non so se di Extraliscio, o comunque di una cosa tua. Quando viaggiavamo e ascoltavamo le canzoni in furgone, ricordo che eri abbastanza refrattario, in genere, al rock, al post-rock, ti rompevi un po’ i maroni. Mentre tutte le cose con dentro un po’ di follia… E’ come se la rabbia – almeno la rabbia veicolata dalle canzoni rock, che è un po’ calcolata – ti interessasse meno della follia. Eri più incuriosito da Young Signorino, o magari dal cantante lirico che canta fuori dal suo genere. Tutto il filone, che è anche cinematografico, di Kaurismaki, tutta la musica di Kusturica, contengono un’imprevedibilità che mi sembra ti interessi molto di più.

Mirco – Qui apriamo una finestra. Io, essendo diplomato in contrabbasso, ho studiato, come tutti, le regole dell’armonia, le note. Poi a un certo punto mi sono appassionato al suono. In sette anni di Conservatorio, non mi ricordo un professore che mi abbia mai parlato del suono. Ho pensato molto a questa cosa. Io invece sarei per mettere il suono al primo posto. Il suono, nella musica, secondo me è fondamentale, va di pari passo con la libertà. In fin dei conti facciamo musica, non facciamo i medici. Forse anche il medico può pensare alla libertà, perché magari pensandosi più libero può scoprire una cosa nuova, però ovviamente deve stare legato alle cose che funzionano, a quello che sa che non lo farà sbagliare. Nella musica, invece, l’errore fa parte della creatività. Per tutta la vita ringrazierò Enrico Rava perché lui mi ha insegnato a sbagliare. Ragazzi, saper sbagliare è metà del lavoro, perché comunque dallo sbaglio può nascere qualcosa che stupisce te per primo, e ti vai a cercare qualcosa di nuovo che non avresti mai fatto prima. Senti Gino: la musica che si fa adesso… quando sento che c’è troppo il computer, c’è troppo il calcolo, la somma, più che la testa e il cuore, sinceramente mi blocco un pochino; rimango sempre più affezionato a quella musica dove si sente l’imprecisione, quel qualcosa buttato di getto che non la fa invecchiare e la fa rimanere più viva nel tempo.

Gino – Mi ha colpito sentirti dire “questa roba mi sembra medioevo”. Una tua sintesi, magari erano canzoni in testa alla classifica, però ci sentivi un atteggiamento più ragionato, meno vivo. Una cosa che a me è piaciuta tantissimo del lavoro fatto insieme, e che secondo me è proprio tua e delle persone che finiscono per suonare con te, insieme a te… L’ho vista in particolare quando abbiamo fatto Risorgimarche con Neri Marcorè…

Mirco – Che spettacolo! Spettacolare quel concerto.

Gino – La cosa sorprendente è che c’era un pubblico assolutamente di ogni età, bambini, anziani, ed erano tutti felici. Non tanti mi conoscevano, e questo mi capita spesso, ma in quel caso la cosa bella era che erano tutti entusiasti perché avevano sentito una scossa di energia… gli è arrivato quello, poi gli è arrivata la canzone. Però per questo dicevo che ci sono delle cose dove senti che c’è un’energia meno sincera. E spesso il pop è costruito un po’ come si costruiscono le canzoni quando devi fare degli spot pubblicitari. Cioè, non si può utilizzare Sapore di sale e allora se ne fa una simile. In quello che ti interessa c’è una vitalità che mi sembra di ritrovare nei tuoi progetti. È evidente, cazzo… Ho detto una parolaccia?

Mirco – No. Comunque sono d’accordo: la musica deve in qualche maniera emozionare, stupire. Sicché devi farlo anche tu che suoni. Senza farlo come fanno certi cantanti… Non faccio nomi, ma ultimamente in televisione ho visto delle robe che a questo punto io preferisco parlare di altro. Perché non si può emozionare più il cantante di chi lo sta ascoltando. Ho visto cantanti famosissimi che cantano una canzone, si leggono il loro testo e mentre dicono delle robe che possono essere belle o meno belle si emozionano più di chi ascolta, convinti di dire la cosa più pazzesca del mondo. Io qui mi fermo. Fin lì non ci arrivo. Capito, Gino? A un certo punto tu fai la canzone; emozionati, perché devi emozionare, ma non esagerare, non diventare tu il primo ascoltatore. Non so come faranno questi qua con la quarantena; molti si ammazzeranno, forse. Ce n’è qualcuno che mi fa venire veramente il latte alle ginocchia. Tu ci vivi, con la musica pop, invece io non ci sono mai entrato, però certe cose non m’interessano, ecco.

Gino – Io continuo a dire “follia”…però non ho mai incrociato Mauro Ferrara e non ho ancora avuto la fortuna di conoscere Moreno e gli altri. Quindi quella che io chiamo “follia” magari è una cosa che loro vivono tranquillamente. È chiaro comunque che questi personaggi hanno intorno un alone leggendario. Una cosa che mi colpisce molto di quell’ambiente è prima di tutto la qualità dei musicisti. Mi ricordo che quando ero ragazzo un giorno venne a provare con il mio gruppo un batterista di liscio, ed era un mostro. All’epoca il liscio per me era una specie di valzerino, erano canzoncine. Quello là invece era un mostro, infatti ci ha snobbato e dopo dieci minuti ci ha mollato. A parte che lui lavorava trecento giorni all’anno mentre noi eravamo dei saltafossi, quindi non c’era proprio partita, Però quelli che hai intorno tu spesso sono dei musicisti straordinari. Come Fiorenzo Tassinari.

Mirco – Tassinari io lo chiamo il Maradona del sax perché è uno che non è mai soddisfatto e nel frattempo fa delle robe che ti chiedi come cavolo faccia. Pietro Tonolo, uno dei più grandi jazzisti italiani che ha suonato con Paul Motian e Gil Evans, ha voluto che gli facessi incontrare Tassinari. Ti potrei raccontare mille cose, ma per sintetizzare te ne dico una che le contiene tutte: Tassinari riesce a scavalcare i generi. Se giudichi il musicista in base al genere prendi una doppia bastonata, perché poi alla fine ti rendi conto che la musica di serie C, come il liscio, magari è fatta da musicisti che sanno tutte le regole, sanno tutto quello che bisogna sapere della musica. E in più suonano anche di brutto. Però la cosa che mi piace del liscio è che in qualche maniera… Detta così forse non si capisce bene, però il liscio mette un po’ in secondo piano la musica, o almeno la musica dove quello che conta è l’ostentazione: essere protagonisti, essere delle star. I musicisti del liscio, invece, mettono davanti il lavoro. Per loro il liscio è il lavoro, come per mia mamma fare la parrucchiera. Questo mi piace davvero tantissimo, perché toglie tutti quegli impicci di stress e di ansie che nel mondo della musica invece si vivono. Guarda, ecco una lezione di Conservatorio di Big Mauro Ferrara. Andiamo a fare un concerto a Monghidoro. C’era ’sto tendone bianco con i neon. Io ero praticamente morto, perché se ho un neon sopra la testa vado in depressione, comincio a vedere le ombre che si muovono, robe strane… Non potevo quasi suonare. Mauro Ferrara sparisce. Dov’è Mauro Ferrara??!? Oddio oddio, è andato via. Io penso: suonare in questi posti glaciali lo fa col liscio, ma non lo può fare con Extraliscio, ed è andato via. Invece no: era andato in ritiro. È arrivato cinque minuti prima che attaccassimo a suonare. Davanti al palco c’erano dieci persone, erano tutte lontane, sparse. Dopo cinque minuti, al secondo pezzo, il tendone era pieno zeppo e si respirava un clima di entusiasmo. Mauro Ferrara correva sul palco… Quella sera Moreno non c’era, io volevo dargli un cambio a cantare. Beh, Mauro non mi ha fatto cantare una canzone: ha fatto il concerto da solo. È partito con dieci persone ed è finito con la gente che si strappava i capelli. Sembrava Mick Jagger. Hai presente Mick Jagger quando canta? Siamo nel liscio, ma c’è quella cosa lì, quella magia, quella cosa che ti fa dire: mamma mia, che supereroe!

Gino – Mauro Ferrara e Moreno il Biondo sono cantanti storici del liscio.

Mirco – Mauro Ferrara è proprio la voce di Romagna mia nel mondo, è riconosciuto come la voce della Romagna. Moreno il biondo invece è uno dei più importanti capo orchestra del liscio. Il capo orchestra del liscio è tutto. Io da Moreno il biondo ho imparato tante di quelle cose che potrei scriverle in un libro. Tipo, un termine che lui usa è “misurare la febbre al pubblico”, in modo da capire quale brano suonare dopo. Se hanno ballato un valzer con gusto, o gli metti un altro valzer o cambi completamente. Insomma, tutte queste strategie tra un brano e l’altro. E lui interpreta questa cosa perfettamente. Be’, lui è un maestro, e mi ha talmente trasmesso questa cosa che adesso la gestisco io, con Extraliscio, non la fa neanche lui, perché è diventata così mia, è un divertimento chiamare i brani in base all’umore del pubblico. Mentre il brano è a metà tu capisci già come sta andando, così magari prepari gli altri al brano successivo e quando il pezzo finisce non stiamo lì a guardarci in faccia chiedendoci quale brano facciamo. Siamo già tutti pronti, finito un pezzo partiamo subito con l’altro, come se fosse in scaletta. Una scaletta ogni sera diversa.

Gino – È una cosa che sento molto, che capisco, ma io, forse per quello che scrivo, faccio fatica. Sento che il pubblico è più o meno reattivo, soprattutto in situazioni in cui non vengono appositamente per me, però è difficile modulare il mio repertorio, renderlo più adattabile…

Mirco – Guarda, Gino, dovresti ascoltare la persona che ci ha messi insieme anche oggi, che è Elisabetta Sgarbi. Mi ha chiamato due ore fa, ero in mezzo al bosco a cercare la legna, e mi ha parlato di te, e ha detto cose che mi sono dimenticato perché erano talmente tanto belle che mi hanno fatto andare subito un po’ in gelosia. Capito?! E così le ho mandate via: andate via, andate via! Però, Gino, io questa la vedo come la tua grande possibilità, te lo dico con tutto il bene del mondo. Perché io sono sincero quando dico che sei il più bravo. Tu ci giochi sempre su questa cosa, ti tiri sempre un po’ indietro, invece l’incontro con Elisabetta Sgarbi potrebbe veramente darti più fiducia anche per le tue qualità live. Da quando sento Elisabetta… è tutto diverso da quando la sento, da prima della quarantena a adesso. Quando noi facciamo un discorso, quando pensi a un disco, pensi a un concerto, pensi sempre in grande, pensi di fare sempre cose diverse, cose che non si sono mai fatte. Ma tutti che ti dicono: no, Mirco, non si può più fare così, non è mica più come vent’anni fa, ora le cose sono cambiate, una roba dura un attimo etc etc. Ecco, Elisabetta Sgarbi è proprio l’opposto.

Gino – Lei rilancia…

Mirco – Se tu le dici una cosa, lei te la amplifica, lei te la fa diventare più esplosiva. Sicché, Gino, tu che vivi il live come seconda sponda, perché lo sanno tutti che sei un grandissimo scrittore di musica e di testi, sul live invece potresti puntarci di più… hai delle canzoni così belle e un repertorio così vasto… avere tante canzoni così belle non è da tutti. Spero che l’incontro con Elisabetta Sgarbi ti possa aiutare in questo.

Gino – Speriamo! L’ho sentita anch’io, in questi giorni. Era la prima volta, tra l’altro.

Mirco – Ma a livello anche umano, hai capito? Perché lei non si occupa di musica: lei si occupa di arte, lei si occupa di cultura. Lei è veramente uno Shuttle in mezzo alle città, capisci, e quando parte devi attaccarti e starci sopra perché capisci che va oltre.

Gino – È una di quelle persone che… Ti ripeto, la conosco poco, però per quel poco che l’ho sentita… Mi è capitato raramente, di avere a che fare con persone con le quali quando ci parli senti di avere una possibilità, più che un limite e una cautela. E questo per un artista è molto stimolante, perché con gli anni gli artisti hanno imparato, con la prudenza rispetto ai budget, a essere molto cauti. Non che non sia giusto non esserlo, però insomma… Però mi devi far conoscere anche Moreno il Biondo, perché questa capacità di sentire il pubblico devo impararla.

Mirco – Sono quelle cose che ti cambiano. Io, Gino, sono diplomato in contrabbasso, però ho suonato la batteria per una vita. Perché? Perché quel giorno al Chet Baker mi hanno fatto suonare la batteria. Io non volevo suonare la batteria ma…

Gino – E poi hai buttato via il contrabbasso?

Mirco – Sì, perché ha preso i tarli. Lo tenevo nella casetta vecchia qua vicino; dalle travi sono cascati i tarli. Un giorno vado lì e vedo che il manico era mangiato e piegato in avanti, allora l’ho venduto e non l’ho più comprato. Però la cosa bella è che non mi ricordo che domanda mi hai fatto.

Gino – Ero tornato ancora su Moreno il Biondo. Dopo duemila concerti… perché quella cosa che mi dicevi sul lavoro di interpretazione del pubblico…

Mirco – Sì, volevo dirti che alla fine la scuola vera è il palco. Va bene studiare le regole, ma è il palco, palco, palco, palco, palco… perché allora capisci. Comunque hanno alle spalle tanti di quei concerti che stando con loro non puoi non prendere i loro insegnamenti.

Gino – Tu quanto palco hai fatto, ormai?

Mirco – Ti racconto la mia esperienza sul palco. Guarda, nella prima parte, essendo, come dicevo prima, un po’ campagnolo, ingenuo, l’ho sofferto. L’ho sofferto perché mi chiedevo se non fosse il genere sbagliato, oppure c’era meno gente… insomma, c’era sempre qualcosa che mi faceva tornare a casa con l’aria insoddisfatta e analizzavo sempre tutto. A un certo punto, è scattata la magia, il regalo della vita, e il palco è diventato il posto più bello in cui vivere, quello dove ti senti più tranquillo, dove ti senti a casa tua. È diventato come stare con te adesso, la stessa cosa.

Gino – È interessante, questo. Non so come succeda. Cioè, adesso tu sei un musicista autorevole e anche se ti hanno rubato tutti gli strumenti e hai solo una chitarra vai in scena sicuro. Non so cosa debba succedere, per metterti in difficoltà, per farti sentire in soggezione. E’ molto difficile che succeda questo, oggi, con te. Ormai hai un’autorevolezza sul palcoscenico… Credo che a un certo punto sia successo che sei diventato così. Non so se ci sono episodi specifici. Forse è proprio una paura che è passata…

Mirco – Sì, prima la vivevo come se dovessi dimostrare qualcosa, ma poi temevo sempre di non aver dimostrato abbastanza. Da un certo punto in poi è scattata questa cosa qua e la vivo come un regalo bellissimo, come un dono meraviglioso. Me la godo fino in fondo. Non per fare lo sbruffone, perché non lo sono, ma sono d’accordo con te: ho fatto un concerto a Bologna al Bravo Caffè. Avevo dimenticato le bacchette e ho suonato la batteria con due mestoli di legno, ormai ero lì, mi hanno portato questi due mestoli dalla cucina, e allora sono arrivato fino in fondo così.

Gino – Sì, non mi stupisce. Con me avevi due bottiglie di plastica…

Mirco – Le bacchette me le scordo spesso. Mi ricordo bene quella sera con te, ero senza bacchette, ho riempito a metà due bottiglie di plastica e ho

suonato con quelle.

Gino – Senti, ma questa cosa che stai facendo adesso te la sei inventata proprio tu? Queste persone, gli Extraliscio sei andato a cercarteli tu?

Mirco – No, innanzi tutto Extraliscio nasce con Riccarda Casadei, che mi ha fatto conoscere Moreno il Biondo. Se io non conoscevo Moreno il Biondo, Extraliscio non nasceva perché ognuno rimane chiuso nel proprio genere. Mauro Ferrara non si sarebbe messo a fare Extraliscio, perché non era nella sua mentalità. Moreno il Biondo invece ha avuto la capacità di pensare a qualcosa che non c’era e di mettersi in gioco su una musica su cui non si può giocare, non si può scherzare, perché il liscio per loro è una cosa seria. Così è nato Extraliscio e da quel momento abbiamo incontrato tante persone, tante persone si sono unite. Il disco nuovo è una specie di circo perché ci sono altri cantanti, Roberta Cappelletti, Armando Savini… Tutti con una storia pazzesca alle spalle che sarebbe da raccontare. La cosa bella però è che io ho iniziato Extraliscio con l’obiettivo di portare il liscio ai giovani. In qualche modo ci siamo riusciti, perché per qualche anno abbiamo suonato in locali dove suonano gruppi di musica indie. Il mio vero desiderio, però, era un altro, ma da solo non potevo realizzarlo. Il mio desiderio era quello di riportare il liscio a quello che il liscio ha avuto, quella nobiltà, quell’arte che è la musica. Nei primi dischi di Casadei si sente il legno del violino, la chitarra… quei suoni tipo jazz, sembra jazz, è una cosa bellissima. Da allora a oggi è successo un po’ il finimondo: sono partite le basi, balli di gruppo, karaoke, di tutto e di più. Allora il mio intento era quello di prendere queste radici e di deformarle, però da solo non potevo farcela. Diciamo che anche in questo caso c’è stato un incontro magico, quello con Ermanno Cavazzoni, un grandissimo scrittore che si è innamorato di Extraliscio e abbiamo iniziato a fare gli spettacoli insieme. Noi suonavamo le nostre cose, lui faceva i suoi interventi di lettura, anche con parti futuristiche, un po’ surreali, facevamo ballare i ballerini con una sedia, con un mocio Vileda… tutte cose veramente estreme, che a me fanno impazzire. Poi è successo che un giorno Cavazzoni doveva fare uno spettacolo alla Milanesiana, che è un festival importantissimo di Milano organizzato da Elisabetta Sgarbi e ci ha proposto di andare con lui. Lì abbiamo conosciuto Elisabetta Sgarbi. Qui nasce il miracolo Extraliscio, una volta che ci ha visti, anche lei ha sentito qualcosa, magari si è accorta che Mauro Ferrara assomiglia un po’ ad Alain Delon o che l’angioletto sopra la capanna nel presepe sembra Moreno il Biondo… Non so, è scattato un feeling, e lei ha girato un film – abbiamo quasi finito, manca un’ultima giornata di riprese – su Extraliscio. Gino, se tu queste persone non le vedi in faccia, non le senti parlare e non ascolti la loro storia, è difficilissimo che arrivi, perché è troppo complicato parlare di liscio, parlare di una musica maltrattata… E invece, con questo film il mio sogno si avvera. Fin dall’inizio ho pensato che senza un film è difficile raccontare questa musica. L’ho sempre detta, questa cosa, ma non avrei mai immaginato che sarebbe potuta succedere. Be’, è successa.

Gino – Io ho questo ricordo del liscio. A un certo punto i miei genitori hanno cominciato a comprare dischi di liscio, che negli anni Settanta divenne una moda, con questi pezzi di grande successo. Io non conosco le radici del liscio, non so da dove arriva come musica, però diciamo che Ciao mare e Romagna mia sono diventati dei fenomeni discografici, dei brani pazzeschi. Io da ragazzo la vedevo come una musica troppo leggera. Tra l’altro mi piacerebbe sapere come da dentro loro guardano alle altre scene musicali. Se ne sbattono altamente oppure soffrono di essere poco considerati? Penso a tutti questi musicisti che fanno liscio, perché abbiamo detto che sono dei grandi artisti. Ricordano molto gli artisti circensi; tu vai al circo e vedi gente preparatissima che fa delle acrobazie incredibili. In realtà sono dei grandi artisti, ma sembrano minori rispetto a quello che canta per due ore ma è in scena con duemila luci…

Mirco – I maestri del liscio sono dei grandi musicisti e hanno grande rispetto per chi fa musica e solitamente vedono tutti più bravi di loro anche se spesso non è vero. Con grande intelligenza sono stati capaci di accettare che noi non aderissimo alle regole del liscio. Quando nasce la magia della musica le regole vanno in secondo piano. Quando ascolti un brano di liscio devi sentire l’odore dello zucchero filato, devi immaginarti il lungomare.

Gino – Però è vero che senza la storia, senza le facce, le parlate, ti perdi molto. Esattamente come quando ti avvicini – faccio degli esempi disparati – a Leningrad Cowboys o a Jim Jarmusch o a Kusturica o a Buena Vista… Anche Buena Vista, grande emozione, grandi artisti, però abbiamo imparato a conoscerli quando è uscito il documentario su di loro, sennò forse si sarebbero persi nel mare dei suoni dal sudamerica.

Mirco – Ah, se non c’era il film, Ibrahim Ferrer, un cantante stellare, sarebbe morto e il mondo non avrebbe conosciuto Buena Vista. Rubén Gonzáles, che suonava con l’artrite alle mani, poveretto, ma era un mostro di bravura, oppure Compay Segundo. Ry Cooder e Wim Wenders hanno fatto quella cosa che io spero, possa fare con il suo film Elisabetta Sgarbi. Sarei troppo felice se succedesse qualcosa di bello con questo film, ma ci tengo particolarmente per Moreno, per Mauro, per Fiorenzo Tassinari, per Armando Savini… per tutte le persone che hanno contribuito a rendere questa musica quello che è, perché è una musica grandiosa, sono voci importantissime. Ferrara è come Claudio Villa, è il Claudio Villa della Romagna, quando apre la bocca è lui. Se un altro cantante canta invece di Mauro Ferrara non è quella roba lì, non è più liscio, è già un’altra cosa. Secondo me Elisabetta ha avuto un tempismo pazzesco, perché per fare questo film dove ci siamo radunati così in questa cosa un po’ sconclusionata… Be’, è veramente emozionante!

Gino – Hai realizzato un sogno.

Mirco – Sì, un sogno. È un sogno perché è la prima volta, Gino… cioè, quando io e te suoniamo abbiamo mille cose belle di cui parlare. Parliamo tantissimo di cinema, parliamo di tante cose, e poi suoniamo. Suonando con loro in me è scattata una cosa unica, che va oltre la musica. È una sensazione irripetibile, capisci? Poi naturalmente come musicista io magari mi diverto di più a suonare una canzone tua perché entro con i miei suoni di Mellotron che colleziono da anni, e magari con Extraliscio faccio dei rumoracci tutta la sera per creare lo spaiamento necessario. Sai Gino, si è creata veramente un’esperienza di vita musicale. Ed è una cosa unica.

Gino – Fra poco ci lasciamo, a parte che stiamo parlando da quasi un’ora. Non sembra ma…

Mirco – Veramente?

Gino – Qua a Parigi tra l’altro fra poco c’è l’applauso dai balconi.

Mirco – Oh, Elisabetta dice che non mi si vede. Non mi sono collegato. Tu mi vedi?

Gino – Ma no!! Ma come, non sei collegato??!

Mirco – Tu mi vedi?

Gino – Io ti vedo benissimo.

Mirco – Allora speriamo di sì. Io vedo dalla tua finestra che a Parigi c’è molta luce. Qua agli Ensini è quasi buio.

Gino – Sì, più sali in Europa e più c’è luce. Qua è ancora luminoso. L’ultima mia curiosità, e poi ti lascio. I cantanti di cui abbiamo parlato non sono mai impreparati, quella è gente che arriva sempre preparatissima in scena, non scherzano…

Mirco – Allora, tu Gino dovresti fare un corso…

Gino – Ho visto che ci sei.

Mirco – Prima non c’ero. Bellissimo! Be’, l’importante è che ci sei tu.

Qua vedo Elisabetta che scrive “patafisico”.

Gino – Vuol dire che la rifacciamo, la replichiamo.

Mirco – Per concludere questa chiacchierata, i cantanti, sì, sono preparatissimi, è tutta gente preparatissima, però io cerco di sprepararli. Come dicevo prima, se Mauro Ferrara canta Romagna mia io posso permettermi di fare le chitarre alla Arto Lindsay, alla Derek Bailey, perché tanto se Mauro canta Romagna mia rimane Romagna mia. Questa e una forza pazzesca.

Gino – Comunque secondo me tu suoni appropriato sempre, anche se fai rumore.

Mirco – Sai, io sono attratto da queste robe. Due giorni fa ho visto un dj set di una ragazza che mi ha sconvolto. Sai qual è la parola giusta? Sconclusionato. In fin dei conti la mia idea massima è proprio quella di arrivare a fare delle robe così. Perché se tu sai già cosa vai a fare o cosa vai ad ascoltare ti annoi subito, invece lì l’improvvisazione… cambiare brano in modo inaspettato è bellissimo. E io cerco di imparare da queste cose, perché significa saper distruggere le regole avendone rispetto.

Gino – Io direi che è una bellissima conclusione. Volevo chiederti se per mandarci indietro nell’infanzia o su nello spazio, accenneresti Merendine Blu. Puoi farlo? O vuoi parlarmi di Merendine blu?

Mirco – Merendine blu, dai, l’abbiamo fatta io e te, non possiamo fare una canzone che abbiamo fatto io e te.

Gino – Però in fondo è la prima cosa che abbiamo scritto assieme, ce la siamo portata in tournée tutto il tempo…

Mirco -Eri un grande suonatore di Mellotron su quel pezzo.

Gino – Ma stai scherzando? Non beccavo una nota neanche… Suonavo in modo sconclusionato come piace a te.

Mirco – Comunque voglio salutarti con questa canzone Sento la nostalgia d’un passato, dove la mamma mia ho lasciato. Non ti potrò scordar casetta mia, in quella notte stellata la mia serenata io canto per te.

Gino – Mirco, adesso che ti vedo capisco che sei il più elegante. Vuol dire che replicheremo.

Mirco – Oh, avresti dovuto vedere te…

Gino – Ringrazio anche il pubblico che vedeva che c’era un problema, ma per gentilezza nei miei confronti non ha segnalato che non ti vedeva. Poi alla fine ce l’hanno detto ed eccoti qua, sei riapparso. Non so neanche come sia successo. Veramente qua la perizia tecnica… siamo due esperti di tecnologia. Allora ti mando un bacio da Parigi a Ensini.

Mirco – Gino, io ti dico una cosa: mi manchi. Quando finisce l’isolamento vienimi a trovare. Aria aria aria, mangiamo, facciamo camminate e facciamo della musica, scriviamo brani, ci divertiamo e stiamo un po’ insieme.

Gino – Dobbiamo. È un appuntamento. Poi, come sai, i giorni agli Ensini sono stati tra i più belli, tra musica e rane.

Mirco – Che bello, rane rane rane… Tutte robe molto delicate, rane, porcini fritti, cervo, camoscio…

Gino – Io però le rane non le ho mangiate… Baci.

Ciao, Mirco!!!

Mirco – Ciao Gino!!

Pacifico, nome d’arte di Luigi De Crescenzo, è nato e cresciuto a Milano.
Musicista, autore e cantautore tra i più stimati ha pubblicato sei dischi e un EP a suo nome. Con il suo album di esordio- Pacifico, 2001 – riceve diversi riconoscimenti, tra cui Targa Tenco per l’opera prima e Premio Grinzane Cavour. Nel 2004 ha partecipato al Festival di Sanremo con il brano Solo un sogno, aggiudicandosi il premio della Critica. Ha duettato con alcuni dei più grandi artisti italiani e internazionali – Gianna Nannini, Ivano Fossati, Malika Ayane, Samuele Bersani, Marisa Monte, Ana Moura. Nell’aprile 2015 ha scritto e interpretato con Samuele Bersani il brano “Le storie che non conosci”, con la partecipazione straordinaria di Francesco Guccini. Il brano si è aggiudicato la Targa Tenco 2015 come Migliore canzone dell’anno. Nel febbraio 2018 partecipa al festival di Sanremo presentando con Ornella Vanoni e Tony Bungaro il brano Imparare ad amarsi, che riceve il premio per la migliore interpretazione. Nel marzo del 2019 esce il suo ultimo disco, Bastasse il cielo. Nel dicembre 2020 tiene una settimana di spettacoli, la Settimana Pacifica, presso il Teatro Filodrammatici, teatro storico nel cuore di Milano. Ogni sera in scena canta e riceve un’ospite prestigioso, Malika Ayane, Samuele Bersani, Gianna Nannini, Francesco De Gregori, Francesco Bianconi, Gianni Morandi, Neri Marcorè. Per il cinema, ha lavorato con Gabriele Muccino – Ricordati di me – e Roberta Torre – Sud Side Story. Per il teatro ha scritto e messo in scena un monologo, Boxe a Milano. E’ uno dei più celebrati autori italiani. Ha scritto per Gianna Nannini, Adriano Celentano, Malika Ayane, , Marco Mengoni, Andrea Bocelli, Giorgia, Gianni Morandi, Zucchero, Eros Ramazzotti, Samuele Bersani, Francesco Gabbani, Musica Nuda, Frankie Hi erg, Extraliscio e tanti altri. Attualmente vive a Parigi, dove ha iniziato a collaborare con artisti francesi. Per Baldini & Castoldi ha pubblicato una raccolta breve di pensieri, dal titolo Le Mosche; e, nel 2016, il suo primo romanzo, Ti ho dato un bacio mentre dormivi.

Mirco Mariani è un’ istituzione della scena musicale romagnola. Negli anni ’90 prende parte alla realizzazione di sei album e dei relativi tour di Vinicio Capossela. fonda i Mazapegul e i Daunbailò e suona in alcuni tra i più importanti festival italiani ed europei. Appassionato ricercatore di strumenti dimenticati della tradizione italiana, ha creato il LABOTRON, uno dei più importanti laboratori europei, che riunisce tutti i suoi strumenti, pensato come centro di sperimentazione musicale aperto alle più disparate collaborazioni, dove nel 2010 nasce il progetto Saluti da Saturno, un piccolo combo dedicato alla forma-canzone. Fonda assieme a Moreno il Biondo dell’Orchestra Grande Evento, il gruppo ExtraLiscio, che comprende anche la storica “voce della Romagna nel mondo” Mauro Ferrara. Tra il 2018 e il 2019 lo ritroviamo al fianco di Pacifico nella sua ultima tournée “Bastasse il Cielo”. Nel Febbraio 2019 esce l’album d’esordio del suo nuovo progetto FWORA JOERGENSEN con ospiti come Mitchell Froom, Francesco Bianconi e Mauro Ermanno Giovanardi. Attualmente lo vediamo impegnato con “Merendine Blu”, il nuovo singolo di successo degli Extraliscio, uscito a marzo 2020, che porta la firma di Mirco Mariani e Pacifico.

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