di Federico Castiglioni

Non è una grande scoperta quella che vede il calcio essere in primis un’industria del divertimento, una delle più ricche e potenti del nostro paese, capace di generare un giro di affari intorno al 7% del Pil italiano. E non è una grande scoperta nemmeno quella per cui esistono differenti livelli di quest’industria pallonara, con una domanda e un’offerta estremamente diversificate, che vanno dal consumo di massa per gli “spettatori” nel calcio dei vertici fino alla fruizione locale, via via sempre più nel piccolo, non più solo come tifosi ma come protagonisti di un enorme numero di dirigenti, tecnici e atleti semiprofessionisti e dilettanti.

Le diverse esigenze delle varie branche del colosso calcistico si scontrano e stridono fortemente tra loro. Se per alcune settimane le dichiarazioni degli addetti ai lavori, in primis per risonanza mediatica quelle provenienti dalla Serie A, si limitavano a considerazioni un po’ superficiali fin troppo palesemente influenzate dalla posizione in classifica, negli ultimi giorni la lettera firmata Sky e Dazn (a picco dopo gli stop dei campionati) sulla necessità di rivedere i costi futuri per l’acquisizione dei diritti tv ha rapidamente riallineato la Lega Serie A. Si gioca, e quindi che ricomincino rapidamente gli allenamenti, ormai che siamo in fase 2.

Tuttavia, la ferrea volontà dei grandi club di non perdere in alcun modo il loro foraggio principale, ovvero la vendita dei diritti televisivi, rimane la voce di un coro che a nessun livello canta all’unisono e non ha idea di come possa continuare lo spartito. Dalla Uefa fino alla Lnd – per non parlare del governo -, esistono fisiologiche differenze di interessi che rendono estremamente difficoltosa l’elaborazione di una chiara e condivisa road-map di uscita dalla crisi.

Negli uffici di Nyon Aleksander Ceferin e soci cercano disperatamente di salvare coppe presenti e future nonché di garantire il regolare svolgimento di Euro 2020 (nel 2021), ovverosia la confederazione continentale prova a salvare le principali fonti di introito. Per premunirsi, hanno dato un’ulteriore spinta verso la ripartenza dei campionati agitando lo spauracchio della possibile esclusione delle squadre indicate dalle federazioni nazionali come ammesse alle coppe, qualora queste siano stabilite con un congelamento della classifica come appena avvenuto in Francia. Insomma, la “soluzione ideale” per la Uefa sarebbe determinare in qualche modo sul campo (che sia con playoff o con lo svolgimento delle partite rimanenti) i posti Champions ed Europa League. Un incentivo notevole per i top team italiani, bisognosi di garantirsi gli introiti derivanti dalle coppe per tenere a galla i propri bilanci.

All’altro capo del calcio, la Lega Nazionale Dilettanti temporeggia da settimane, limitandosi a dilazionare ogni quindici giorni qualsiasi provvedimento di chiusura o via libera e battendo cassa con vivida preoccupazione. Ben conscia di come lo stop prolungato stia mandando in malora numerose società, che stanno vedendo sfumare gli introiti dovuti dalla gestione e affitto dei campi sportivi (di fatto abbandonati da quasi due mesi e solo recentemente riaperti alla manutenzione), oltre a rischiare l’esodo degli sponsor e alle prese con situazioni imbarazzanti relative alle scuole calcio ora ferme (che si fa con chi chiede un rimborso, anche parziale, delle quote di iscrizione annue?), la Lnd vuole patti chiari e sostegno economico dai vertici dello Stato e del governo del calcio, affinché si eviti un tracollo delle squadre iscritte al prossimo campionato con perdite di introiti – e gettito fiscale – enormi.

Appare comunque impraticabile l’applicazione di qualsiasi protocollo sanitario specifico nelle categorie dilettantistiche, impossibilità peraltro già constatata al livello superiore dalla Lega Pro che si è già espressa per la fine dei suoi campionati, con promozioni in B delle prime in classifica e il blocco delle retrocessioni, creando un ulteriore problema alla Lnd a sua volta impegnata a risolvere anche la questione delle promozioni dalla Serie D alla Serie C. Mentre i soldi svaniscono pericolosamente, lo spettro di una marea di ricorsi incrociati alla giustizia sportiva e ordinaria aleggia sulle decisioni dei vari organi del pallone.

In tralice a questo contesto ci sono i governi, ognuno con il proprio orientamento. Se altrove si è arrivati già alla chiusura (Olanda, Belgio, Francia) o al via libera per ripartire (Germania, Regno Unito), in Italia lo scontro tra il ministro Vincenzo Spadafora e i vari dirigenti sportivi ha spesso assunto toni da commedia alla De Filippo, con un costante rimpallo di responsabilità.

In questo momento è probabile che Palazzo Chigi, oltre ai rischi per la salute, ritenga politicamente poco spendibile il riavvio dei campionati, visto l’orientamento negativo dell’opinione pubblica sulla questione. Non è un caso che per gli allenamenti di squadra gli ultimi dpcm non abbiano concesso alcunché per il 4 maggio, nonostante ordinanze regionali tentino di aggirare la questione deliberando in favore di sedute di allenamento individuale, il tutto mentre lo stesso Spadafora abbia fatto capire che al massimo se ne riparla al 18 maggio e che i protocolli sanitari presentati dalla Lega Serie A al momento siano insufficienti. Nel frattempo, circolano indiscrezioni di un ennesimo decreto volto allo stop definitivo in attesa del nuovo, forse ultimo, vertice tra Comitato tecnico-scientifico e Figc sulla stesura di un protocollo accettabile da entrambe le parti.

Guardandola dal semplice punto di vista sportivo, fatta ferma l’impossibilità di far ripartire i campionati minori, la ripresa della Serie A non può che destare ovvie perplessità. L’eventuale ripartenza delle gare a giugno per portare a termine il campionato di fatto significa una mini-stagione a sé, che ben poco potrebbe avere in comune con il campionato 2019-20 interrotto a marzo, se non la classifica. Tre mesi di pausa sono troppi perché possa esistere una continuità sul piano psicofisico, senza contare altri fattori contingenti conseguenti alla crisi sanitaria.

Inoltre il termine derogato per il completamento delle competizioni, 2 agosto in luogo del 30 giugno, creerebbe in 6/7 settimane una concentrazione di partite estenuante per gli atleti, e stiamo parlando solo delle dodici giornate del campionato, senza contare gli eventuali impegni di Champions ed Europa League, quindi almeno due ulteriori gare per Inter, Roma e Atalanta, e almeno un’altra per Juventus e Napoli. Il tutto con un quesito che rimane ancora aperto: in caso di nuovi contagi tra i giocatori, che fare? Ripartire per sospendere nuovamente? Non si sa.

Ma al di là delle valutazioni sportive sulla sicurezza degli atleti – dove non a caso l’Assocalciatori è apparsa, tra le varie parti in causa, la più fredda di tutte verso una ripartenza immediata – e quelle sulla dubbia “qualità del prodotto” per il tifoso-spettatore, il grande escluso dal dibattito è l’appassionato più classico, il tifoso da stadio. Le porte chiuse in questo momento sono un dogma, e per il calcio come per tutto il settore dello spettacolo dal vivo al momento non c’è stato alcun abbozzo di ragionamento su come in futuro farne a meno. Per un’industria che vede pericolosamente destabilizzarsi la sua bolla finanziaria, il pensiero per i tifosi e gli appassionati non può andare oltre il semplice abuso di retorica sull’alleviare le sofferenze con il calcio e sul paese che riparte.

Forse solo il diffuso desiderio di normalità potrebbe salvare il giocattolo dal disamore incombente, ma la prospettiva di riavere surreali domeniche calcistiche come quella dell’8 marzo non sembra essere così stimolante.

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