di Massimo Arcangeli

Il vocabolo anglo-americano lockdown esprime, nell’attuale stato di crisi sanitaria mondiale, il divieto imposto alle persone di accedere a un territorio, a un’area, a un edificio, ecc., e di uscire liberamente dalla propria abitazione, fatti salvi comprovati casi di necessità o di salute o specifici permessi concessi dai governi o dalle autorità territoriali o locali.

Il composto può essere calato in varie espressioni: da preventive lockdown a lockdown protocol (“protocollo d’emergenza”), il pacchetto degli interventi draconiani decisi nei diversi paesi, per impedire l’ulteriore propagazione del coronavirus, che abbiamo visto spesso tradotto in questi mesi in italiano con l’espressione ‘misure di contenimento’.

Si può comunque definire lockdown qualunque intervento di ordine pubblico, a tutela della salute o della sicurezza, reso necessario da una situazione emergenziale: dopo l’attentato suicida alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 i cieli americani, per tre giorni, furono interdetti al traffico aereo civile.

Lockdown, che può anche indicare il protocollo di protezione di un sistema informatico da attacchi esterni o le procedure d’isolamento dei detenuti nelle loro celle, adottate per ragioni di sicurezza più o meno temporanee (per ripristinare l’ordine dopo una rivolta carceraria, per mantenerlo in momenti delicati o difficili, ecc.), è un composto di down (“giù”) e lock “chiusura”, “serratura” (to block “chiudere”, “bloccare”, “blindare”, “confinare”).

Si è proposto di tradurlo in “blocco” (totale, o completo), “isolamento”, “chiusura totale”, o addirittura “serrata” (ingl. lockout) o “coprifuoco”. La serrata è però la temporanea chiusura di un’impresa o di un esercizio commerciale per opera dell’imprenditore o del proprietario, in forma di rappresaglia contro i suoi dipendenti (o di pressione nei loro confronti), oppure di protesta contro provvedimenti che si riflettano negativamente sulla sua attività, mentre il coprifuoco si applica notoriamente col sopravvenire del buio.

In tempo di guerra, onde evitare che un centro abitato possa essere un facile bersaglio per un bombardamento aereo, è spesso accompagnato dall’obbligo di spegnimento di ogni luce artificiale. Ad adottarlo, nell’emergenza al tempo del coronavirus, sono stati diversi paesi, con orari variabili: da Israele alla Turchia, dall’Arabia Saudita all’Algeria, dall’Egitto a Porto Rico.

C’è un solo termine in grado di rendere efficacemente lockdown nella nostra lingua ed è “confinamento”. Se pensiamo a “confinare”, nel significato di “costringere a stare in un luogo chiuso, remoto, separato dal mondo”, non facciamo certo fatica a riconoscerci nella comune sorte, condivisa da centinaia di milioni di persone sparse per tutto il pianeta, di confinati in casa.

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