Non entro nel merito delle polemiche che stanno accompagnando la concessione della detenzione domiciliare ad alcuni detenuti condannati per reati di mafia. Ho già scritto più nel dettaglio qualche giorno fa su queste pagine. Non entro dunque nel merito – vecchie norme, nuove norme, controlli di polizia o altro – ma vorrei riflettere sulla forma di queste polemiche stesse.

Si criticano le decisioni dei giudici, ad esempio di quelli del tribunale di sorveglianza di Milano che hanno concesso la detenzione domiciliare a Francesco Bonura (è stato questo il caso che ha sollevato la questione, ma la stessa cosa vale per la scarcerazione di Michele Zagaria, dove tra l’altro il magistrato relatore del provvedimento è persona che da sempre ha posizioni limpide e lineari sull’argomento).

Vi è un bivio dal quale non si scappa: si ritiene che i giudici che hanno preso questa decisione siano in malafede o si ritiene che siano in buona fede? Si ritiene che siano persone oneste o si pensa che siano collusi con la mafia? Questo vorrei sapere da chiunque abbia criticato quelle ordinanze.

Se si ritiene che i giudici milanesi abbiano mandato a casa Bonura utilizzando la scusa della sua salute, gonfiando i dati sulla sua infermità, al fine di metterlo in condizione di continuare a portare avanti indisturbato i propri affari mafiosi, allora li si denunci. Non capisco da dove possa arrivare un tale pregiudizio, ovvero un giudizio che arriva prima di qualsiasi dato di fatto, poiché non credo che nessuno di coloro che ha criticato la decisione del tribunale abbia notizie sulla frequentazione da parte di quei giudici di ambienti di criminalità organizzata.

Ma se è questo che si pensa, li si denunci. È un’accusa gravissima, sarebbe un reato gravissimo, non ci si può limitare a insinuarlo nelle colonne di un giornale. Si facciano indagini, si dimostri che è così, si mandino in galera quei giudici.

Se invece si ritiene che i giudici siano in buona fede e abbiano deciso secondo coscienza, la cosa cambia. Il compito del giudice è quello di applicare al caso singolo le leggi generali vigenti. Nel nostro sistema di esecuzione delle pene non esiste alcun automatismo: il giudice valuta caso per caso. Assume tutte le informazioni, legge le relazioni del carcere, delle forze dell’ordine, le perizie dei medici, tutto ciò che può servire ad assumere una decisione consapevole che tenga in equilibrio esigenze di sicurezza, di salute e quanto altro, e poi delibera. Continua a essere un pregiudizio (giudizio emesso prima di conoscere) quello di chi sostiene che la decisione dei giudici, pur valutandoli in buona fede, sia scorretta, posto che costui non ha letto nessuna di queste relazioni, perizie, documenti.

Anche questo secondo pregiudizio, seppur meno crudele, è rischioso per l’equilibrio del sistema democratico. La decisione caso per caso del giudice deve essere, appunto, del giudice. Si fonda su questo la divisione dei poteri e l’intero assetto della nostra Repubblica. La magistratura si autogoverna. Non può essere eterodiretta dal governo o dai media. Credo che bisognerebbe avere più rispetto per i giudizi dei giudici e meno per i pregiudizi degli altri.

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