“Il lungo andare del tempo ha sfigurato tutto, quelle pareti che furono ricoperte da tappezzerie variopinte e da arazzi ricamati d’oro, ora sono rivestite dall’edera. Spini e rovi crebbero dove sedettero insieme i tribuni avvolti nella porpora e le camere delle regine sono ora covo di serpenti; tanto effimere sono le cose e la natura dei mortali!”. Così Enea Silvio Piccolomini (Papa Pio II) nei Commentarii composti fra il 1462 e la fine del 1463.

Questo potente grido di dolore non poteva passare inosservato e doveva necessariamente essere raccolto dalle anime più sensibili che dettero voce e corpo alla piena “invenzione” del Rinascimento. Si tratta del medesimo scenario che vide anche Leonardo da Vinci con la sua presenza a Tivoli vecchio proprio nella Casa di Adriano alle prime luci del Cinquecento.

Dunque un luogo frequentato da coloro che miravano ai mirabili esempi per trarne sia spunti urbanistici, sia la giusta energia per nuove scoperte e non solo dal punto di vista architettonico. Un frammento che ci è stato trasmesso da Pietro Bembo (possessore a suo tempo di una testa di Antinoo nella sua collezione) ci consente di indagare una pagina di storia ancora oggi rivestita dall’edera e che andrebbe riscoperta al pari di quanto avvenuto in un giorno di aprile dell’inizio di un cinquecento, secolo di rinascita.

Nella celebre lettera che egli scrisse al Cardinal Bibbiena si anticipa l’intenzione di ritornare a Tivoli e con il preciso obiettivo di osservare “il vecchio e il nuovo” in compagnia di Navagero, Beazzano, Castiglione e Raffaello.

Siamo dunque a Villa Adriana verosimilmente il 4 aprile del 1516 e questa eccellente formazione si riuniva per apprendere dalle rovine tutti i possibili “messaggi” per la ricostruzione del futuro. Di questo passaggio restano diverse interpretazioni, quasi un gioco del rovescio. Si pensi al doppio ritratto realizzato da Raffaello ai nomi meno altisonanti della predetta formazione: un dipinto vibrante e intenso esemplare del carisma pittorico capace di differenziare qualcosa che dovrebbe essere in perfetto equilibrio.

È lo stesso Bembo ad aver commissionato l’eccellente pittura la quale, affermano autorevoli fonti, potrebbe essere stata eseguita proprio in occasione della “visita, gita o escursione archeologica” nella Villa di Adriano al tempo di proprietà degli Altoviti famiglia di banchieri di cui lo stesso divino artista ritrasse Bindo con una esecuzione di una bellezza che non conosce tempo.

I due letterati veneziani, protagonisti nel doppio ritratto e citati anche dall’Ariosto nel Furioso, probabilmente, supportarono i più blasonati personaggi nella minuziosa ricerca e decodificazione delle iscrizioni celate dai segni del tempo e dal vandalismo a beneficio di altri edifici “moderni” per la preziosa attività ricostruttiva alla quale l’Urbinate era stato chiamato per la rinascita di Roma il cui splendore era già visibile nei dettagli delle stupefacenti grottesche che solo l’arte di Raffaello poteva nuovamente sublimare e superare con la grazia di colui capace di trasformare le rovine in nuove Piazze d’Oro.

Di quella spedizione non restano resoconti (e nemmeno iconografie, se ne ipotizza una “scena” attraverso un estemporaneo acquerello) se non elementi più o meno approfonditi sulla base dei quali è possibile ritenere che proprio da Tivoli siano partite le righe sedimentate per anni prima di avere la forma della Lettera a Leone X scritta da Raffaello con il prezioso apporto degli occhi luminosi di Baldassare Castiglione, gli stessi che ancora oggi possiedono l’intatto magnetismo divinamente dipinto.

Basta leggere quella lettera, una delle più belle della storia dell’umanità, per capire quante difficoltà vi fossero e ancora vi sono nell’opera preziosa della ricostruzione; ecco ancora il gioco del rovescio: la distruzione della bellezza con il barbaro e dispregiativo appropriarsi di tutto ciò che rappresenta “il senso dei luoghi” che trova nella Villa di Adriano l’altissima espressione dell’universalità che non ha pari in altro angolo del mondo.

Purtroppo di quel lavoro di Raffaello non è pervenuto alcun documento integrale ma, fortunatamente, lo stesso è riuscito a disseminare nelle sue opere tutta la meraviglia possibile, quella che il “normale” occhio umano non riesce a vedere perché necessiterebbe di una divinità che rende gli umani immortali.

Agli studiosi e agli appassionati moderni il compito di cucire come un sarto fa con la stoffa, tutte le “tappezzerie variopinte” e soprattutto capire cosa sia davvero accaduto in quella straordinaria presenza a Tivoli annunciata dal Bembo, sublimata dal Castiglione e resa immortale da Raffaello;

forse oggi è davvero necessario richiamare l’attenzione multidisciplinare di umane risorse, ciascuna con il compito di ricostruire la memoria per nuovi e sorprendenti orizzonti, immaginando di possedere “un istromento tondo e piano, come un astrolabio”; Raffaello è dunque la “bussola” da seguire, per ripartire o più profondamente, Rinascere.

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