La quarantena forzata sta tirando fuori il meglio da docenti e studenti italiani, costretti a reinventare un modo di insegnare e apprendere che era praticamente immutato da un secolo.

Nei giorni scorsi ho pubblicato alcune storie di successo, ma è inutile nascondersi che ci sono anche parecchi problemi (continuate a raccontarmeli all’indirizzo s.feltri@ilfattoquotidiano.it).

Giuliano, un papà di Carpi, cittadina vicino alla mia Modena, per esempio mi racconta questa situazione di suo figlio, studente delle medie.

Per 3 settimane dopo la chiusura delle scuole non era successo niente. La quarta si è fatto vivo un prof. La quinta altri 2 prof. Ora siamo “a regime” con dieci ore settimanali.

Dieci ore non permettono di completare alcun programma. E Giuliano teme che la promozione garantita a tutti quest’anno sia soltanto la premessa di una bocciatura altrettanto certa per suo figlio a giugno 2021, causa formazione inadeguata.

A Giuliano ho consigliato di far conoscere a suo figlio i video della Khan Academy su Youtube: sono gratuiti e fenomenali per tutto quello che riguarda la matematica, pensati per studenti di ogni età e Paese (confesso: li uso anche io qui negli Stati Uniti per i corsi di un MBA, ma vanno benissimo anche per chi è alle elementari, medie, superiori…). Certo, sono in inglese, ma così si imparano due cose insieme…

Un altro papà, di Roma, solleva una questione più preoccupante sulla quale non ho proprio consigli da dare: i figli delle famiglie più solide, con una buona connessione Internet e genitori in grado di seguire i ragazzi nei compiti e nella didattica on line, riescono a gestire al meglio la transizione. Ma nella classe di sua figlia si è persa traccia dei ragazzini figli di immigrati, quelli che già erano meno seguiti prima, figurarsi adesso. Alcuni pare siano in negozio con i genitori, altri a fare le pulizie con la mamma. Alle lezioni on line non partecipano.

Il rischio è che la didattica digitale faccia esplodere divari già esistenti sono enormi.

Ai problemi di contesto creati da questa fase senza precedenti si sommano le rigidità di molti insegnanti, che cercano di replicare in digitale la stessa scuola che per decenni hanno vissuto in classe. Chi ha la sventura di avere professori poco flessibili, avrà una preparazione molto diversa dai suoi omologhi più fortunati, come racconta Paolo F., studente di quarta superiore che in queste settimana alterna lo studio con il volontariato per la Protezione Civile.

La didattica a distanza già dalle prime settimane si è dimostrata un grande strumento per noi studenti. I professori che hanno iniziato ad utilizzare le varie piattaforme sono aumentati, ma non si sono organizzati tra loro neppure per concordare gli orari delle video lezioni, dimostrando un enorme egoismo verso noi studenti e gli altri docenti.

Anche lui si preoccupa già per il prossimo anno, teme di arrivare alla maturità senza aver completato il programma necessario e, se torneranno anche i commissari esterni, questo significa rischiare di sbagliare le prove ministeriali o anche l’orale.

Abbiamo chiesto ai nostri docenti di andare avanti con il programma e la loro risposta è stata che viene prima la valutazione. Secondo me con una promozione “assicurata” quest’anno la valutazione deve venire al secondo posto, perché il quinto è un anno importantissimo e come tale bisogna andare avanti con il programma per affrontare meglio l’esame.

Questi sono i problemi per i livelli più alti di istruzione, quelli nei quali è relativamente più facile trasformare la didattica di classe in un flusso di interazioni digitali. Ma più i bambini sono piccoli, maggiori sono le difficoltà.

Leggete la storia di Lorenzo, altro papà, con una figlia di 2 anni e mezzo iscritta a un asilo nido del Comune di Milano, chiuso dal 24 febbraio.

A oltre 1 mese di distanza dalla chiusura dei nidi, il Comune di Milano ha attivato solo qualche settimana fa una piattaforma online (Padlet) per garantire una sorta di “didattica” per i più piccoli. Padlet raggruppa diversi nidi e scuole di infanzia ed una volta a settimana ciascun istituto carica un nuovo contenuto sulla piattaforma: un testo o un breve video di 4 o 5 minuti, con una canzoncina, o qualche consiglio per i genitori su attività didattiche da realizzare con i propri bambini. Dato che i nidi e le scuole di infanzia hanno più classi, può accadere che il video sia realizzato da educatrici di una classe diversa rispetto a quella cui appartengono i nostri bambini che, per poter vedere solo qualche minuto un viso conosciuto, devono attendere 2 o più settimane. Non mi aspettavo certo lezioni di 8 ore al giorno, ma che almeno ci fosse un minimo di continuità, per noi e per loro, quello sì: un video di 5 minuti a settimana è davvero troppo poco.

Chissà che confusione avranno in testa questi bambini, costretti a imparare a gestire relazioni digitali prima ancora di aver sperimentato quelle reali.

Avete storie simile ma, soprattutto, avete suggerimenti basati sulla vostra esperienza per rispondere a questi problemi? Come tenere coinvolti i ragazzi che hanno alle spalle famiglie fragili, con pochi strumenti culturali (e digitali)? Che cosa si può fare per i più piccoli? C’è modo di garantire a chi pensa già al prossimo anno di non perdere tempo prezioso e arrivare preparato agli esami?

Condividetele qui nei commenti o scrivetemi a s.feltri@ilfattoquotidiano.it

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