Cristina Caloni, milanese. Giovanissima autrice, esordisce con il romanzo La mia stagione è il buio, per Castelvecchi, nel 2017.

Mi commuove. È imperdonabile forse anche perché mi commuove. Il talento e la vita che si oppone. Scrivere, desiderarlo ardentemente, averne ragione, dalla propria parte il talento. Poi un giorno, lo strumento che dovrebbe sostenerti, la vista, ti abbandona, piano piano. È la storia di Cristina Caloni. La scrittrice che rimane, lo è, non arretra, non si compiange, procede come può, ovvero con un grandioso, pervicace talento. Ecco perché ve la presento, perché anche lei rientra nel giro di anime che superano il tempo, oggi e domani. Deve essere letta e dovrebbe pubblicare di più.

L’ho scoperta per l’appunto con questo suo romanzo d’esordio, “La mia stagione è il buio”. Romanzo di formazione, romanzo di una generazione, sono gli anni 2000, affiorano anomali o privi di connotati, svuotati ancor meglio, imbastarditi da ingannevoli spiritualità, lontane dal fulcro, dalla luce; una generazione attraversata dall’inquietudine e dal dramma che diventa la domanda esistenziale. Il suicidio di un amico, una compagnia di giovani, è il fil rouge nella narrazione.

L’inquietudine. Julian Tartari è il protagonista, ma è l’assente. Il suicida. Fuggitivo. Folle? Lui si declina. E questo è lo straordinario incipit: “Vi saluto, sono morto”. Il monologo avanza, dentro nubi gotiche, semplicemente ombre che attentano alla rivelazione. La luce e l’oscurità, fendono le pagine, di volta in volta è una presa che Cristina Caloni riesce a mantenere con magistrale destrezza fino alla fine. Governa la parola e la misteriosa attesa che vi soggiace.

Mirabile e perfetta, la scrittrice milanese, empatica, fragilissima, continua a commuovermi, ogni volta che torno a lei.
Leggo a pagina 72 de “La mia stagione è il buio”: “Desiderava tornare là dove lo credevano morto e risorgere dalle sue ceneri, come una sfolgorante fenice. Sì, sono tornato dal mondo dei morti per salvarvi tutti, vi ho perdonato tutti, ho perdonato la vostra cattiveria, la vostra stupidità, la vostra nullità. (…) Mentre affogava lentamente, qualcuno lo prese per i capelli e lo trascinò a riva. L’acqua profumava di gigli. Allungando una mano, afferrò un ciuffo di alghe crespe. Una donna lo asciugava con lunghi capelli rossi. Sentì in lontananza la dolcissima voce di sua madre. Decise di lasciare in mano alle donne il destino del mondo”.

Potentissima. La scrittura di Cristina è violenta nella sua purezza e tragicità. È un pathos che la contiene, un evento naturale e insieme portentoso. Quel pathos non lo impareremo mai, non riusciremo se non nel privilegio di un dono, un talento. Questo è scrivere. Non pubblicare romanzi, ma scrivere. Questo è.

Da pagina 42: “(…) La festa più bella che io abbia mai organizzato è stato il mio funerale. Smisi la maschera e tornai a essere me stesso, al caro prezzo di un trasferimento con ponti crollati e strade allagate, cuori spezzati, dolore nelle persone che mi stavano accanto, e vuoto e silenzio intorno a me. Non sapevo che, abbandonando la mia casa, avrei lasciato indietro anche il peggior inferno della mia vita. Ma ne è valsa la pena. Ora sono un uomo nuovo, sono vivo”. La parola vibra nell’impronunciabile assenza, nell’impronunciabile gravità.

Cos’altro aggiungere? Cristina Caloni resta come in penombra. Non esaltata come dovrebbe. Allora bisogna che l’andiate a cercare nelle librerie on line (considerati i tempi). Riscopritela, per dovere, per merito. Leggetela. È un auspicio per voi. Mi darete ragione.

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