Come se non bastassero questi giorni tormentati, complicati dalle preoccupazioni sul presente e peggio ancora per quel che ci attende, se e quando tutto sarà passato, in questa “indistinta e infinita domenica, senza il beneficio di un lunedì”, come scrive Maurizio Di Fazio su Il Fatto Quotidiano. Oltre a dati e allarmi – cui si aggiunge anche la siccità, le gelate tardive che compromettono i raccolti e, ci si deve aspettare, l’invasione delle locuste provenienti dai deserti africani – ci tocca anche sorbire gli ultimi contraccolpi della politica politicante interpretata dai due omonimi.

Lo so, nessuno di noi avrebbe né bisogno, né voglia di occuparsi di tali figuri; vorremmo occuparci semmai dei problemi degli italiani ma, parafrasando Massimo D’Alema, loro due sono problemi degli italiani, almeno finché qualcuno continuerà a dargli spazio. D’altra parte, non è difficile capirli quando si sbracciano per imporsi all’attenzione: è l’unica cosa che sanno e possono fare, non avendo fatto altro nella vita. Entrambi hanno bisogno di visibilità sui media ancor più dell’aria che respirano, con e senza ventilatore.

Sono i figli degeneri, politicamente parlando, dell’essere più degenere che la politica italiota ha potuto partorire in seguito alla crisi dei primi anni 90. Il vecchio tycoon, tutto affari avviati con soldi di dubbia provenienza e problemi con la giustizia.

Contro un tale coacervo di impicci non poteva che usare, come arma più potente a disposizione, il martellamento ultratrentennale, su ogni sede, dai talk show alla pseudo-informazione, dalle riviste sportive a quelle gossippare, su un unico tema: i difetti della giustizia. Il discredito dei giudici “comunisti” è l’unico modo per arginare l’accertamento e messa in evidenza delle magagne, soprattutto agli occhi dei suoi seguaci più accecati.

Per loro e per tutti editoria, giornali e tv sono dispiegati per la delicata operazione di riscrittura addomesticata della storia recente. Intanto, se non altro per l’inesorabile questione anagrafica, pare che per ora si sia alquanto sopita la tempesta, salvo qualche rigurgito che di tanto in tanto si appalesa, com’è successo con il tentativo bislacco di riabilitazione dei reduci craxiani.

Tuttavia, in ossequio alla legge di Murphy, ciò che resta rischia di essere anche peggiore, se a ereditare saranno i due soggetti di cui sopra. Costoro prendono dal padre putativo solo l’aspetto della sovraesposizione mediatica, senza neanche quel substrato economico-finanziario che, al netto delle considerazioni sulla liceità e moralità, in qualche modo ne giustificava l’esistenza. Com’è avvenuto con Trump, il maggior successo planetario della clonazione avvenuta nei laboratori sperimentali italici.

Finora i due, nonostante questa inconsistenza di base, forti delle loro indubbie capacità mediatiche che trovano facile gioco in tv e giornali ossequienti, hanno potuto vivacchiare per anni di chiacchiere da bar. D’improvviso è sopraggiunto l’imprevisto: la pandemia. La paura reale di cose realissime spinge verso figure di opposta natura: medici, scienziati, studiosi, esperti e, per somma sfortuna dei due omonimi, politici che hanno la sobrietà come carattere distintivo, anche a volte loro malgrado.

Nell’epoca, auspicabilmente passata, delle dichiarazioni urlate e degli imbonitori, dei venditori di patacche imprestati alla politica, apparivano quasi estranianti gli interventi di Sergio Mattarella, monotoni, privi di enfasi, praticamente incomprensibili al microfono. E anche Conte si mostra misurato, senza eccessi, equilibrato, serio e proprio per questo capace di dare quell’idea di competenza e rassicurazione di cui ora c’è disperato bisogno. La rivincita dell’umano e, come nel caso degli aiuti albanesi, persino del poetico nel politico.

Tutte cose che spiazzano i due istrioni della comunicazione sbraitata, che per pura sopravvivenza si vedono costretti ad alzare sempre più l’asticella, scappare a far dichiarazioni dall’estero o in qualunque redazione compiacente che gli dia spazio. Una gara quotidiana a chi la spara più grossa, senza curarsi del contenuto né della coerenza delle posizioni, forti della memoria debole e del vecchio motto: anche male, purché se ne parli. Una rincorsa che potremmo tranquillamente definire patetica se non fossero ancora troppi che, assuefatti a decenni di politica da tifoseria calcistica, sono ancora disposti a dargli credito (in verità, solo a uno di loro).

Ecco, è chiaro a tutti che la presente crisi gravida di conseguenze drammatiche lascerà tante vittime, in un mondo profondamente cambiato nei suoi equilibri geo-socio-politici. Possiamo almeno sperare che, tra le macerie e la ricostruzione, un lampo di lucidità illumini i superstiti per fare in modo che sappiano ricordare, tra tutto quel che dobbiamo subire in questi giorni, gli atteggiamenti di certi figuranti. Almeno chi non riesce a sopperire ai bisogni primari e avverte la vera fame si possa distinguere da chi è affamato solo di notorietà.

Se così non sarà, se certi modi di fare politica sopravvivranno anche a questa fase e continueranno ad avere successo, ci resterà solo il meteorite. Ma di quelle grossi, devastanti.

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