Gianluca Barbera è lo scrittore del linguaggio perfetto. Mi piace definirlo così, classe 1965, nasce a Reggio Emilia. Oggi vive a Siena.

Con il suo nuovo romanzo, Il viaggio dei viaggi (Solferino, 2020), che esce ad aprile, conferma l’assunto di cui sopra. Per questo è Imperdonabile tra gli Imperdonabili. Ritengo che la lingua sia superiore a ogni altra condizione, per Gianluca Barbera, come mi auspicherei per ogni scrittore.

Filippo La Porta osserva: “Lo stile di Barbera è polimorfo, memore della grande epica”. Esattamente. Basterebbe leggere anche solo i precedenti Magellano e Marco Polo, pubblicati entrambi da Castelvecchi, per averne contezza. La misura e la forma di una trama a metà tra romanzo avventuroso e storico si incontra con pagine di elegante rigore. La parola intesa come un irrevocabile ritmo, la collocazione temporale e geografica, il margine su cui lavorare con estrema destrezza.

Alla fine Barbera pubblica romanzi che valgono per tutti, ognuno dentro vi legge la propria storia. Romanzi peraltro tradotti in tutto il mondo, fortunatissimi, con ragione, con merito. Per questo Gianluca Barbera è Imperdonabile, perché la sua cifra è una ricerca tout court, è la perfezione, o: la ricerca della perfezione. Di seguito riporto un brano del romanzo “Il viaggio dei viaggi”:

“(…)Una notte sognò Sut, la sua gatta, che salita in cielo si trasformava in una costellazione. E poi Anubi, testa di canide, guardiano dei morti. Anubi dai molti titoli e dalle innumerevoli facce; colui che presiede all’imbalsamazione; che sta sulla montagna degli ipogei e sorveglia l’accesso all’oltretomba, annidandosi tra le bende.

Il dio lo fissava ai piedi del letto, come se fosse lì da sempre, ed era in tutto e per tutto simile a un uomo, eccetto per la testa di sciacallo, che stava a indicare la sua fame insaziabile di carogne, e dunque la vicinanza alla morte. La testa era nera e richiamava alla mente l’idea della putrefazione, il bitume impiegato nella mummificazione, ma anche il fertile limo. Alle sue spalle ecco comparire il fetido Upuat colui che apre la via, figlio di Iside, avvolto in una pelliccia grigia imbrattata di sangue, armato di mazza e arco(…)”.

Questo viaggio attraversa l’umanità intera nei millenni. Dalla contemporaneità ai viaggi de capitano Cook, dalle miniere d’oro di Yaquil alle sirene delle Galàpagos, da Darwin al Grand Tour di Goethe. E sono soste dentro i secoli, capaci di elargire generosamente la bellezza dell’erudizione. Sono storie raccontate da un abile cantastorie, affabulatore, esecutore della parola nelle infinite grazie che essa restituisce.

Leggi Gianluca Barbera e trovi una infinità di rimandi. E il feedback non ti lascia esausto e mortificato, perché piuttosto tutto viene spiegato semplicemente e complicatamente insieme, dentro un’architettura incrollabile, impossibile aggiungerei, disegnata da una mente eccellente, da un intellettuale sopra i ranghi. Lui, Gianluca Barbera, che vi invito a leggere, dunque.

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