Addio Ulay. È morto nella sua casa di Lubiana, in Slovenia, l’ex partner nella vita, e in scena, di Marina Abramovic. L’artista di origine tedesca (era nato a Solingen nel 1943) aveva 76 anni e dal 2013 era malato di cancro. Ulay e la Abramovic hanno scritto uno dei capitoli più discussi, originali, e successivamente ipersfruttati da frusti epigoni dell’arte contemporanea. La loro performing art, il loro uso del corpo nel qualificare senso all’esecuzione artistica, ha letteralmente segnato immaginario e pratica mondiali dagli anni settanta ad oggi.

La collaborazione tra i due inizia nel 1976 con la performance Relation in space: due corpi nudi in movimento che camminano uno di fronte all’altro si incrociano, si sfiorano, si scontrano. Nel 1977 il bis. Contestatissimo, provocatorio, l’Imponderabilia che si tiene alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna è forse il loro lavoro più celebre. Ancora i due completamente nudi, questa volta immobili, uno di fronte all’altro, ad accogliere silenziosi il pubblico all’entrata del museo. Pubblico costretto ad infilarsi tra di loro, a sfiorarli, a strisciarsi addosso toccandone involontariamente genitali. La performance originariamente prevista di sei ore, ne durò tre visto l’arrivo delle forze dell’ordine che ne bloccarono il proseguimento. Azione riproposta, senza i due originari protagonisti, l’anno passato durante la mostra omaggio dedicata alla Abramovic a Palazzo Strozzi a Firenze.

Sodalizio artistico e sentimentale tra i due che durò 12 anni e che venne tristemente troncato con un’ulteriore performance a dir poco magniloquente. Nel 1988 si posizionarono ai due estremi opposti della Muraglia Cinese – Ulay a Nord e Marina a Sud – e camminando uno verso l’altro per 2500 chilometri in circa tre mesi si incontrarono a metà del percorso. The Lovers, questo il titolo del loro addio umano e artistico mostrato in mondovisione. Performance ideata anni prima e mai concretizzata, ma con l’intento contrario: incontrarsi a metà percorso e sposarsi. Successivamente Ulay e Marina passarono più tempo a battibeccare e litigare, tramite uffici legali, per i diritti d’autore di quelle incredibili performance.

Solo nel 2010 con The artist is present, presentato al MoMA di New York, i due si incrociarono inaspettatamente nel set della performance della Abramovic. Il lavoro prevedeva che l’artista rimanesse seduta ad un tavolo per ore (alla fine furono 716) mentre davanti a lei si dovevano succedere decine di persone che potevano rimanere lì a fissarla, ma anche alzarsi e toccarla fin quando volevano. Tra questi si presentò a sorpresa proprio Ulay condividendo con lei l’ultima di tante trovate concettuali che volenti o nolenti, hanno lasciato il segno.

Va segnalato che dopo pochi istanti la Abramovic cominciò a piangere, durante quella che probabilmente rimane uno dei momenti più autentici della loro arte in comune. Ulay nel frattempo era tornato alla vecchia passione della fotografia con la serie Berlin Afterimages (1994-’95). Dal 2013 in avanti, dopo che i medici gli diagnosticarono il cancro, Ulay diede vita ad un’altra iniziativa artistica legata alla fotografia: Project Cancer. Mentre in una delle sue ultime mostre, quella alla Boers Li Gallery di New York nel 2018 e quella nel 2019 alla Richard Saltoun di Londra, mostrò alcune polaroid scattate negli anni settanta e un video del 1977 girato a Parigi dove lui, alla guida di un furgone, e l’ex partner, a sedere di fianco a lui, girano in tondo davanti al Musée d’arte Moderne di Parigi. La Abramovic tira subito giù il finestrino e con un megafono grida il numero dei giri completati progressivamente. Le cronache ricordano anche che nel 2013 Ulay era riuscito a vincere una causa in tribunale per ottenere una porzione di diritti legati ai lavori effettuati per dodici anni insieme. L’artista tedesco portò a casa la scarna cifra di 250mila euro.

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