La rubrica nasce dal Movimento omonimo letterario Gli Imperdonabili, messo in piedi qualche mese fa da un gruppo di scrittori, poeti, editori. Mi sono ritagliata questo spazio perché fosse in linea con le ragioni del movimento letterario; ritengo che ci sia una parte di pensiero, una poetica ancor meglio, che l’editoria (consapevolmente), la grande distribuzione e i lettori ignorano perlopiù. Dunque vige una visione parziale di quel che oggi produce il talento, di quel che è il linguaggio, meno normalizzato, più complesso e vivace di quanto invece ci venga proposto o ci venga lasciato credere. Il preambolo vi serva per capire il significato di questa vetrina, che cercherò di curare con un appuntamento settimanale, un luogo dove ospitare testi di autori poco conosciuti, non per forza tutti solennemente geniali. Ma sarà un modo per autodeterminarli, per presentarveli, perché i loro scritti vi raggiungano. Quel che non fa l’editoria, insomma, si farà in uno spazio circoscritto, nella rubrica degli Imperdonabili. Qui, dunque.

Il primo nome che vi presento è di una donna, classe 1974, nata a Ferrara e che vive a Bologna: Viviana Viviani. Le sue poesie restituiscono la vita così com’è, tolgono accademismo e superbia a versi che piuttosto seguono il mood ondivago e talvolta spietato dei nostri giorni. Ci può essere un frammezzo dove collocare questi versi: per me sono più prossimi a piccole prose, veramente, che detengono una loro forza, una feroce credibilità aderente ai fatti dell’esistenza.

I versi che grondano il tempo che ci attraversa, nella sua contraddizione elevato e brutale, sono tratti dalla silloge che Viviana Viviani ha pubblicato nel 2019 con “Controluna – Il seme bianco”, dal titolo Se mi ami sopravvalutami. Viviana legge Lamarque e la Szymborska. Crede in un linguaggio nuovo, dice: “La poesia deve parlare il linguaggio del nostro tempo, senza nostalgie o tentativi d’imitazione dei grandi del passato, che rimangono grandi e inarrivabili”.

La prosa scandita in brani (continuo a definirla tale) con un suo ritmo, tragico e ironico insieme, riferisce la miserevolezza del mondo e dei suoi inadeguati frequentatori, finanche nelle nobili faccende che attengono all’amore.

Non mandarmi il tuo c@zzo in chat

Non mandarmi il tuo cazzo in chat
che ancora non ho navigato
le lunghe vene delle tue braccia
né attraversato fiumi
camminando sulle tue vertebre.
Non ho sovrapposto le impronte digitali
per vedere se si assomigliano
e nemmeno disegnato ghirigori
tra le nocche delle tue mani.

Non ho contato una ad una
le tue ciglia nel sonno
o soffiato parole audaci
nel labirinto delle tue orecchie.

Non ho ancora cercato l’orsa maggiore
tra le costellazioni dei tuoi nei
né dato un nome a quelle senza nome
sulla volta della tua schiena.

Non conosco le risse
dietro le tue cicatrici
e non so se odori più di bosco
di biblioteca o di autogrill.

Non mandarmi il tuo cazzo in chat
o finirà tra i tanti cazzi senza storia
che vivono nelle chat
spade di pixel sguainate nel nulla
non voglio sapere la sua solitudine
prima di conoscere la tua.

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