Strambo. Al riparo di Kirsty Logan (Bompiani) è un libro strambo e disperato. Un esercizio di stile, d’accordo, uno di quegli arzigogoli da scuola creativa di scrittura, va bene. Però in controluce, e soprattutto nella prima parte, c’è uno stile fremente, una pulsazione vitale di energia letteraria, fiumi di parole che solcano irregolarmente la possibilità di toccare spazi reconditi dell’animo umano. La vita, la morte, il dolore, la gioia. Un campionario buono per ogni stagione e latitudine romanzesca, ma che qui si irradia tumultuoso tra idea, lingua e fabula. Intanto ci sono due mamme che raccontano ai loro bimbi ancora in grembo alcune storie, che poi sono favole, che quindi sono fantasia, ma che infine tornano alla realtà delle cose quotidiane. È come se mettessero in guardia gli esseri viventi futuri che fuori è un brutto mondo e che bisogna imparare a fare i conti con i singhiozzi, le coltellate, il piacere e le disgrazie. Il primo raccontino (Zanne) è carnoso, carnale, carnivoro. Un uomo e una donna sperduti in un capanno in mezzo al bosco a scuoiare bestie per cibarsi. Lui compie giri in barca per turisti in un lago scozzese. Lei è in attesa di un bimbo e intanto adotta un lupo feroce capitato lì per caso e lo difende con prepotenza dalla volontà di sbarazzarsene dell’uomo. La tensione, la paura, il timore che l’animale sbrani qualcuno, qualcosa, e sveli la sua natura irrazionale, cresce. Invece nulla, e i caratteri traslitterano, il contesto somiglia, le carte del destino si rimescolano. Ne La Cura c’è una donna prigioniera di un losco personaggio alla Barbablù. Le precedenti mogli ne allietano l’esistenza isolata in una roulotte con regalini gradualmente sempre più sanguinolenti, fino alla sua improvvisa fuga. E ancora: ne La moglie perfetta, vagamente ispirato a Le onde del destino, una forma di amore devozionale verso il proprio marito porta una donna ad una impressionante forma di autodistruzione. E via così fino a Il club de fantasmi dove un gruppetto di ghostbusters registra inspiegabilmente delle voci dall’aldilà e il dialogo possibile con i morti invade la scena. Fare e disfare, sfilare e riannodare, comporre e scomporre, Al riparo è una tela di Penelope spigolosa e inquieta che fa l’occhiolino ad un baricchismo d’annata. “È solo dopo che tutto è accaduto che tracciamo linee, uniamo i punti, cancelliamo ciò che non funziona. Creiamo storie per spiegare quello che è successo. È bello pensare che il mondo abbia senso. È bello credere di fare le cose con un senso. Ma a volte le cose succedono e basta”. Lavoro con straordinari del traduttore Pietro Lagorio. Voto: 7

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Lo Scaffale dei libri, la nostra rubrica settimanale: diamo i voti da Tracy Chevalier al folgorante esordio di Jane O’Connor. Spoiler: donne tu du du, in cerca di guai…

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