Metti Rossini a fare la lap dance. Poteva venire in mente solo a Gianmaria Aliverta, spericolato regista di VoceAllOpera, che torna allo Spazio Teatro 89 con un’Italiana in Algeri rivista e corretta ai tempi di Donald Trump. E della pole dance. Che poi al palo non ci mette proprio Gioachino, ma il suo Mustafà, il Bey di Algeri, signorotto locale con il pallino di sposarsi una donna italiana.

La compagnia sperimentale milanese immagina un’Algeri conquistata dagli americani: il Bey – completo rosso e ciabattina blu – è un fan sfegatato del tycoon e, oltre a copiargli l’acconciatura scimmiotta la sua mancanza di rispetto per il gentilsesso. Barda le donne del suo harem sotto il velo, ma sogna un’italiana “bella e scaltra” perché si è convinto che, parafrasando Madonna, le italiane lo facciano meglio. Con buona pace della moglie Elvira, che non si rassegna: più lui la maltratta, più lei si attacca (letteralmente), si strugge insieme a Zulma, che, da brava amica, si improvvisa terapista per consolarla. E un’italiana a un certo punto arriva davvero, ma non come la immagina lui: occhiale specchiato, zaino e foulard al collo, somiglia tantissimo a una giovane Oriana Fallaci con la macchina da scrivere e la sigaretta in bocca. È Isabella, arrivata con una nave alla deriva insieme allo spasimante Taddeo, di giallo vestito e con lo zainetto sulle spalle come il bambino del cartone animato Up!. Uno che ha paura della propria ombra e passa il primo atto a disinfettare ogni cosa che tocca con l’amuchina. Problema: Taddeo è innamorato di Isabella, ma Isabella è innamorata di Lindoro, tenuto prigioniero dal Bey, che, ovviamente, si invaghisce di Isabella. Tutto questo girotondo di intrecci amorosi, escamotage ed equivoci si svolge in un unico cubo al centro della scena – ora un portico ora un’alcova- formato da quattro archi, le tende, e una poltrona reclinabile al centro. Non serve altro allo scenografo Danilo Coppola per ricostruire la reggia del Bey.

VoceAllOpera mantiene in ogni allestimento la cifra che la caratterizza dalle origini, una verve dissacrante capace di rivoltare le opere come un guanto: fedelissime al testo originale, ma con un colore totalmente nuovo. E così, nel Medioriente dominato dagli americani, Aliverta veste gli uomini di rosa e le donne da soldato (con l’occhio e le mani della costumista Sara Marcucci) gioca con i colori dei burqa, trasforma minacciosi integralisti in danzatori del ventre, e le spranghe in pali per la lap-dance. Nel finale si intravede la Oriana di Insciallah, pronta alla difesa del tricolore contro la minaccia islamica con l’elmetto in testa (“Patria, dovere e onore”, canta Isabella) ma non si arriva mai alla parodia, bensì alla satira, alla burla della donna capace di fregare l’uomo, battendolo al suo stesso gioco. “Le italiane son cortesi, nate son per farsi amar“. Se Angelo Anelli, il librettista, avesse scritto una cosa del genere nel 2020, sarebbe stato accusato – come minimo – di sessismo, e magari anche di razzismo. Invece l’Italiana è una critica del machismo due secoli prima del MeToo, con l’eroina che si sottrae agli appetiti del maschio alfa, riscatta la legittima sposa e le donne dell’harem e – già che c’è – salva pure i compatrioti dalle catene dei turchi. Poi, pare che il compositore Rossini fosse uno sciupafemmine conclamato, ma questa è un’altra storia. Avviso ai naviganti: si ride. Ebbene sì, all’opera si ride, e il merito è da dividere equamente tra il regista e Rossini.

Il cast è figlio dell’opera di scouting di Aliverta, che seleziona i migliori talenti al debutto: Marta Di Stefano (Zulma) e Kaori Yamada (Elvira) – che sono già una coppia comica – Lorenzo Liberali (Haly) Bekir Serbest (Lindoro). Applausi a scena aperta per Lorenzo Barbieri (un Mustafà interpretato con grande ironia e potenza) e per Sara Rocchi (squisita nel ruolo di Isabella). Irresistibile Alfonso Ciulla nel ruolo Taddeo, tanto per la potenza che per la naturalezza.

Aliverta è cresciuto: lo dimostra il controllo delle scene corali, quando a ogni angolo del palco c’è una scena diversa (Zulma che insegue Taddeo, Lindoro che s’avvinghia a Isabella, Elvira che placca Mustafà) e tutti sono perfettamente in sintonia, perfettamente coreografati. Il resto della magia la fa l’orchestra, cresciuta di rappresentazione in rappresentazione: sul podio il maestro Marco Alibrando, fine conoscitore di Rossini, che dirige con brio, estro, garbo. Sempre presente in prima fila la dottoressa Maria Candida Morosini, “angelo custode” della compagnia e mecenate di musicisti grazie al Fondo Morosini.

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