La platea all’ombra del portico della cascina, il palco sotto al vecchio fienile, le quinte iniziano tra sterrato e erba tagliata all’inglese, la brezza primaverile al posto dell’aria condizionata. La lirica non solo esce dai teatri pieni di luccichii, non raggiunge solo le sale e e le associazioni di periferia, ma si spinge fino alla campagna lombarda, tra Gaggiano e Rosate, a mezz’ora di macchina da Milano. Lo fa VoceAllOpera, compagnia sperimentale giovane nello spirito e all’anagrafe, grazie all’ospitalità, alla vitalità e alla visionarietà del suo angelo custode, Maria Candida Morosini, da ieri anche presidente onorario della compagnia. Ogni anno, per celebrare l’inizio della primavera e per ricordare il figlio Francesco, Morosini spalanca i cancelli della sua cascina, un complesso tipico del Settecento, circondato da verde e corsi d’acqua, agli amici di VoceAllOpera e agli appassionati dei paesi vicini. E non manca nessuno dei riti e delle liturgie dell’opera lirica: il sindaco di Rosate in prima fila, il buffet generoso e casinista a fine rappresentazione, il tintinnio di bicchieri che porta dal sipario (che non c’è) al calar del sole, in senso stretto in questo caso.

E a essere originale è anche l’opera. E’ una Carmen anni Cinquanta, epoca di costumi castigati e stringenti convenzioni sociali, ma anche di pin up e rock’n’roll, di perbenismo e trasgressione: c’è tutta l’essenza del dramma di George Bizet nella versione tascabile di 70 minuti del regista Gianmaria Aliverta su un modello di Peter Brook. Asciugata da tutto il folklore spagnolo e dalle scene corali – le sigaraie, i soldati, la corrida – Carmen torna ad essere una storia d’amore e di disperazione, un dramma che intreccia quattro vite e ne rovina almeno tre.

La protagonista di Aliverta non è una sigaraia ma un meccanico, con la tuta blu e il fazzoletto sui capelli in stile Rosie the Riveter, interpretata da Elena Caccamo, di cui si apprezzano molto le doti espressive, oltre a quelle canore. Siamo negli anni Cinquanta, in una Siviglia che potrebbe benissimo essere l’Italia del Dopoguerra, o qualche città sperduta del Colorado. Nell’autofficina dove lavora Carmen si incontrano Don José (Alessandro Goldoni) sergente con il motore in panne e Micaela, la fidanzatina arrivata dalla provincia per cercarlo, che ha il volto e la voce della bravissima Barbara Massaro. Micaela, tutta leziosa con la gonna a ruota e la camicetta abbottonata fin sotto al mento, vorrebbe portare a José “il bacio di sua madre” e fa un po’ la ritrosa sui sedili di una Cinquecento. Si mette in mezzo – letteralmente – Carmen, che, divertita da tante sdolcinatezze, si avventa sulle labbra di José: quante scene per un bacio, ragazzi miei, guardate qui come si fa. Glielo spiega lei, ai piccioncini, cos’è l’amore: è figlio di zingari, un oiseau rebelle, un uccello ribelle impossibile da catturare. Ti avvicini sicuro di averlo in pugno, e puff, sparito, andato, visualizzato-e-non-risposto. José imparerà presto che l’amore ha la pessima abitudine di arrivare all’improvviso, preferibilmente per la persona sbagliata, e andarsene altrettanto velocemente. Ha promesso fedeltà a Micaela, ma la passione lo attira verso la sconveniente Carmen, che fa un lavoro da uomo, è piena di tatuaggi e pare abbia pure un caratteraccio. Inevitabilmente, Carmen e Micaela se le danno di santa ragione: José prova ad ammanettare Carmen, ma è già caduto vittima del suo fascino, e infatti in manette finisce lui.

La rivede al locale di Lillas Pastia, una di quelle tavole calde americane con le luci al neon, i poster di Via col Vento e i cartelloni pubblicitari scoloriti. Carmen torna vestita da pin up, con i jeans Levi’s arrotolati, le zeppe e la camicetta a quadri annodata sotto il seno. Lui è più preoccupato dalla ritirata dell’esercito che dell’ondeggiare dei fianchi di Carmen e lei ben presto s’annoia. Più lui la supplica, più lei sbuffa insofferente. A complicare le cose arriva Escamillo (Omar Kamata) che ha un furgoncino ambulante di carne: il toro lo infilza sì, ma con lo spiedo. Carmen da lontano si lecca le labbra: Escamillo ha il fascino rude di chef Rubio, niente a che vedere con quello zerbino di Don José, che s’è pure fatto un tatuaggio per dimostrargli il suo amore. Lo aveva avvertito, Carmen, che l’amore non fa promesse, ma José non vuole e non può capire. Siamo negli anni Cinquanta, il femminismo e la rivoluzione sessuale sono ancora ben lontani, José ragiona con la testa di un militare: l’uomo comanda, la donna obbedisce. Non si rassegna. Prima la supplica, poi prova a prenderla con la forza, si dispera, perde la testa. La modernità di Bizet sta, tra le altre cose, nell’aver dipinto José come uno di quegli uomini che i vicini a tragedia avvenuta descrivono sempre come “brave persone”: salutava sempre, è stato un raptus di gelosia, un momento di follia, lei se la sarà cercata. Una bravissima persona, Don José, ma con una pessima convinzione: che la “sua” donna sia come la sua auto, vincolata da un atto di proprietà. Carmen lo sa e gli intima risoluta: se non vuoi lasciarmi andar via, ammazzami. E lui lo fa, nell’estremo, folle tentativo di legarla a sé.

Aliverta lavora benissimo per sottrazione: tutto nell’opera è funzionale, un’ora e un quarto senza fronzoli né sbavature. La scenografia di Danilo Coppola (giovanissimo, 23 anni) è essenziale ed evocativa, i costumi di Sara Marcucci come al solito funzionano benissimo, ricercatissimi fino al dettaglio nella loro apparente semplicità. I cantanti sono accompagnati al pianoforte dalle abili mani di Eleonora Barlassina. Aliverta ha dimostrato insomma che l’opera si può fare ovunque, anche in campagna: ma se questa Carmen capitasse a teatro, sarebbe un peccato perdersela.