Il dramma In piedi nel caos (testo di Véronique Olmi e regia di Elio De Capitani), proposto in questi giorni dal teatro Elfo-Puccini, mette in scena ‘effetti collaterali’ del conflitto più rimosso del pianeta: la guerra in Cecenia, che Putin ha domato consegnando il paese alla mafia ‘islamica’ di Ramzan Kadirov, dopo che un quarto della popolazione era scomparso nei terrificanti “campi di filtraggio” russi.

La vicenda, ambientata nel 1995, si svolge tutta nella cucina di una komunalka (un appartamento condiviso) di Mosca, dove una bravissima Carolina Cametti interpreta Katia, la moglie di Juri, un reduce sfregiato nel corpo e nell’anima che affoga i rimorsi nell’alcol. La figura di Juri, interpretato con brutale energia da Angelo Di Genio, è la messa in scena di un corpo afasico, che sanguina, ma non riesce a confessare a se stesso e alla moglie quello che ha fatto. L’arto massacrato che trascina sul palco è la zavorra maleodorante di un passato che non passa e che lui e la Russia non possono amputare.

Juri mi ha ricordato una storia che avevo studiato a lungo prima di andare in Vietnam a girare un reportage per “Storie di confine”: la storia del soldato Varnado Simpson. Nel documentario Quattro ore a My Lai, girato nel 1989 e dedicato al più famoso massacro americano commesso in Vietnam, Varnado racconta di aver personalmente ucciso circa 25 persone: “Vecchi, uomini, donne, bambini, bufali d’acqua – racconta – sparandogli, tagliandogli la gola, tagliandogli le mani, le lingue, scotennandoli”. Nell’intervista-confessione, forse la più sconvolgente mai registrata con un criminale di guerra, Varnado, gonfio di farmaci e di rimorsi, ‘anticipa’ in qualche modo il suicidio che avrebbe commesso nel 1997.

Nel 1977, quando suo figlio di 10 anni fu ucciso per sbaglio in una sparatoria di quartiere, Varnado disse: “È morto tra le mie braccia. E quando l’ho guardato, la sua faccia era come la faccia del bambino che avevo ucciso in Vietnam. E mi sono detto ‘Questa è la punizione per aver ucciso le persone che ho ucciso’.”

Le violenze commesse dai paracadutisti russi in Cecenia, a volte come rappresaglia a quelle commesse dai ceceni, emersero in tutto il loro orrore solo alla fine della guerra, quando nel 2009 due ex-agenti delle forze speciali le rivelarono al Sunday Times spiegando che le loro erano azioni compiute “per amor di patria”: “Andrej, dieci anni di Cecenia – scriveva Fabrizio Dragosei sul Corsera del 27 aprile 2009 riprendendo l’articolo del Sunday Times – ha raccontato di quando con i suoi ha fatto irruzione in una casa dove era stata segnalata la presenza di una donna che istruiva le shakidka, ragazze-kamikaze da spedire in giro per la Russia (su aerei, nei mercati, alle stazioni del metrò). Grazie all’elettroshock, la donna confessò. Dopo averle sparato in testa, i soldati portarono il corpo in un campo, dove lo polverizzarono letteralmente con una forte carica di esplosivo: ‘Niente corpo, niente prove, nessun problema’”. La questione importante, hanno raccontato gli agenti, “era di agire secondo la volontà implicita dei superiori ma senza farsi beccare”.

Nel dramma In piedi nel caos Juri, che ha confessato di aver partecipato all’uccisione di un gruppo di donne cecene, sopravvivrà grazie all’amore della moglie e accettando l’amputazione che è il solo modo per separarsi dal passato riconoscendosi però come un invalido, fisico e morale.

Il testo di Véronique Olmi, nota in Italia più per romanzi che per le sue opere teatrali, mostra alcune ingenuità. Ci sono frasi, espressioni – come “là era solo terrore” – che chi ha visto e soprattutto fatto la guerra probabilmente non direbbe mai, ma nel complesso è ben costruito e ottimamente interpretato grazie a uno spazio che De Capitani ha immaginato come continuamente violato, imploso, da schianti e rumori esterni.

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