Peggior momento: Morgan e Bugo. Non credo ci sia bisogno di spiegare il perché. Ne approfitto però per dire due parole su un altro flop, quello musicalmente più eclatante dell’intero Festival: Tiziano Ferro. Questo Sanremo sta massacrando Tiziano Ferro. È lodevole il fatto che sia lì per amicizia, e che devolva in beneficenza il proprio compenso. Ma la sovraesposizione mediatica, in serate che quando va bene finiscono alle due di notte, non ne facilità la digeribilità. E, diciamocelo, il suo repertorio e la sua popolarità non sono quelle di Vasco o di Baglioni. È il lato debole della triade che forma con Amadeus e Fiorello; è il lato di minore resistenza, che ha ceduto. A vederla positivamente, ne esce in maniera insignificante, ed è un magro risultato se consideriamo l’ascesa degli altri due, serata dopo serata. La sua ipersensibilità diventa maldestro cinismo, come nel caso della battuta su Fiorello. Di troppo.

Miglior momento: Achille Lauro. Anche ieri, al suo ingresso sul palco sono partiti dei fischi, poi applausi; boati di approvazione in sala stampa, poi nono posto. Io penso una cosa: chi – soprattutto tra gli addetti ai lavori – rifiuta Lauro senza se e senza ma non deve aver gran dimestichezza con le questioni di comunicazione, artistica e non solo. Stavolta la citazione del suo costume riguardava principalmente la divina marchesa Luisa Casati Stampa, nobildonna che all’inizio del Novecento è stata mecenate e musa di diversi artisti. L’immaginario iconico scaturito da questa donna è stato cruciale per l’arte del Novecento e importante ovviamente anche per il pop, il glam e il linguaggio espressivo di Lauro. In un Festival dove il ruolo della donna riveste tanta importanza, dopo aver cantato la sera prima “un passo indietro” rispetto ad Annalisa (fino ad adesso: gli unici che non hanno sfigurato con un brano di Mimì), credo sia stato l’ennesimo colpo di genio. Questo non vuol dire parlare di musica? Io non ne sarei così sicuro.

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