Cosa resterà di questi anni Dieci? Il decennio che ci siamo appena lasciati alle spalle è quello che ha visto elevarsi il genere Indie al livello mainstream.

Già, perché, se fino a qualche tempo fa il termine Indie definiva una realtà di nicchia, oggi invece è un genere ampiamente sdoganato e che confluisce nel flusso radiofonico generalista, il cosiddetto mainstream, con una certa nonchalance e i suoi esponenti animano le principali manifestazioni canore come ad esempio il Festival di Sanremo.

Una cosa impensabile in era pre-internettiana. Ne sa qualcosa Max Collini, voce narrante degli Offlaga Disco Pax prima, e degli Spartiti poi, che del genere che va sotto il nome di Indie ne è considerato di buon grado il padrino.

Da sempre appassionato del genere, Collini, parafrasando Raf e la sua Cosa resterà di questi anni Ottanta?, ha provato a scattare una fotografia a questi anni Dieci che sono appena terminati: da qualche mese è in tour con uno spettacolo esilarante, che rientra nel genere “stand up comedy”.

Senza alcuna base musicale e indossando una t-shirt con su scritto “Sono stato indie prima di te” – per mettere da subito le cose in chiaro -, in Max Collini legge l’Indie Italiano la sua voce declama, stilizza, illumina, finanche, i testi delle canzoni indie pop che hanno avuto maggior successo e, con il suo stile inconfondibile, scandisce le storie contenute nei brani degli artisti indie più in voga: parliamo tra gli altri, di Thegiornalisti, Motta, Brunori Sas, Stato Sociale, di Calcutta, del “genio del trollamento” Bello Figo, del neodadaista Young Signorino.

Tra loro c’è chi comunica perché ha qualcosa da dire, come Brunori Sas o Motta, c’è poi chi non fa che parlare di sé, utilizzando nuove formule, ricercando metafore strambe o allegorie allucinate, nascondendo la finta modestia (Calcutta, Tommaso Paradiso) e chi addirittura la parola l’ha semplicemente abolita, semplificata, ridotta all’osso, esprimendosi con versi o lamenti come Young Signorino.

E Max Collini lo capisci dal tono della voce e dal modo in cui recita quei testi se gli artisti con cui si cimenta gli garbano oppure no. Volendo lo scopo è anche didattico, ma il motivo, che in esso si cela, è nobile: la musica pop, al suo massimo, attraversa le generazioni, tocca la società in modo diffuso e profondo e le canzoni diventano conversazioni cui tutti possono prender parte. Attraverso la musica le generazioni comunicano, ma spesso non si capiscono: forse basterebbe solo fare un po’ più d’attenzione.

Del resto la nuova leva cantautorale parla dei suoi bisogni e desideri, di depressione e angoscia, utilizzando un idioma che è rivolto ai più giovani ed è per questo che le critiche maggiori provengono dalle generazioni più adulte. La Trap ci appare incomprensibile?

Non dimentichiamo mai che la cultura popolare nasce per dare fastidio ai genitori, e il gap generazionale è un puro e semplice abisso cronologico, che separa la vecchia dalla nuova musica.

Prossime date di Max Collini legge l’Indie Italiano:
7/2 Torino al Cap10100;
22/2 Firenze al Buh!;
25/3 Milano al Teatro Filodrammatici

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