In una delle sue tante “sculture” letterarie, Jorge Luis Borges ci consente di “vedere” oltre le righe, tra la bellezza immortale delle sue pagine: “lo scrittore deve saper essere fedele alla sua immaginazione e se è fedele a ciò che immagina, se sogna sinceramente questa è la sua sincerità. Credo cioè che sia un errore pensare che la letteratura sia fatta solo di parole; non è fatta di parole, è fatta anche di parole, ma soprattutto è fatta di immagini, di sogni”.

Questo “principio” ritengo possa adattarsi al videoclip, di recente riconosciuto quale opera d’arte. Infatti si comincia sempre dal sogno – che il gigante argentino equipara all’immaginazione per rappresentare il frutto e al tempo stesso il senso della creatività. Una canzone racconta e chi ascolta può essere solo uno dei tanti destinatari, divenendo protagonista di quella creazione capace di trasformare un’idea singolare in una generale. Una sorta di simbiosi, di immersione, di condivisione.

Ebbene, in un mondo sempre più veloce dove tutto corre e scorre senza troppe riflessioni, il videoclip, da sempre, cerca di catturare delle immagini che assemblate danno vita a una forma di espressione artistica per molto tempo considerata di rango inferiore.

Eppure appartiene quasi di diritto, o naturalmente, al microcosmo giovanile il quale, senza particolari mezzi (si pensi al cinema), può realizzare opere prime o già strutturate degne di una fisionomia tale da rimanere impressa nella memoria. Il videoclip cattura e conserva attimi, e appartiene al creativo l’arte di saperlo trasformare in un pezzo unico con una sua specificità.

Insomma, al pari dei grandi artisti nelle varie discipline, anche questo “pensiero” d’autore potrebbe generare una riconoscibilità. Esattamente come avviene con lo stile di registi che hanno lasciato un’impronta indelebile per la capacità di essere identificati con un genere immediatamente riconducibile alla “pennellata” creativa. Nell’anno felliniano, ogni riferimento non può essere casuale. Partire da una musica evocativa accende la visione immaginaria e il testo a quel punto diviene naturale sentiero per inquadrature più o meno fantasiose.

Paesaggi oppure semplici scorci di vita urbana. Tutto è fondamentale per identificare l’opera. Ed è qui che avviene il processo visionario. Nello spazio di pochi minuti si deve raccontare una storia; siamo nel testo e nel contesto oppure possiamo essere altrove con la forza delle immagini. Da quando i genitori hanno potuto filmare i propri figli, spesso con mezzi di fortuna, assistiamo alla naturale bellezza di fotogrammi che ci fanno entrare in mondo diverso.

Basterebbe ritrovare spezzoni di filmati di un semplice saggio di danza per farci entrare in un dipinto di Edgar Degas con delicata magia. Insomma il videoclip è eternamente giovane ed è sempre stato compagno fedele di musiche e parole. Ora un decreto firmato dal ministro Dario Franceschini lo ha reso opera d’arte con annessi benefici fiscali. Ma forse la vera notizia è la sua piena dignità, con tante importanti voci hanno contribuito a dare il posto che merita nel variegato mondo della creatività “fatta di immagini e di sogni” per dirla ancora con Borges.

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