Il sindacato, nella sua concezione più alta, svolge un ruolo rilevante per il progresso della società. E “nella lotta contro le mafie – per dirla con Guglielmo Picciuto, pioniere del sindacalismo militare – la partecipazione del sindacato di polizia è determinante”. Perciò è stato incoraggiante veder sfilare a Foggia anche il Siulp della Polizia di Stato, insieme a “Libera” e alle altre associazioni antimafia, a fianco ai cittadini pugliesi che dicono “no” alla violenza e al potere dei clan.

Nel corteo “Foggia Libera Foggia”, i poliziotti sono scesi in campo per solidarietà con i foggiani e perché venga potenziato il dispositivo di contrasto alla criminalità. Michele Carota, segretario provinciale del sindacato, chiede “più uomini e mezzi”, ma anche “maggior coordinamento e certezza della pena”. Ciro Frisaldi, della segreteria regionale del Siulp-Puglia, si dice convinto che la manifestazione riuscirà ad accendere finalmente i riflettori sul crimine organizzato nella Capitanata.

I 20mila di Foggia mi ricordano gli anni Ottanta, quando i foggiani scendevano numerosi in piazza per protestare contro una incredibile escalation criminale. Gli attentati dinamitardi, le rapine, le estorsioni e gli incendi dolosi erano aumentati in maniera esponenziale. L’indignazione percorse l’intera regione. “Si programmarono iniziative contro la criminalità – racconta Nisio Palmieri nel suo Criminali di Puglia (edizioni la meridiana, 2013) – e le più clamorose si svolsero a San Vito dei Normanni, in provincia di Brindisi, a Manfredonia, Trinitapoli, Cerignola e San Severo, in provincia di Foggia, con scioperi generali organizzati dagli stessi amministratori delle città, serrate di negozi, manifestazioni per le strade”. E “a Lecce le associazioni commercianti, degli imprenditori e degli agricoltori unitariamente elencarono una serie di richieste al governo per combattere la criminalità”.

Allora la cosiddetta quarta mafia era nata da poco e si stava sviluppando anche a causa di una irresponsabile sottovalutazione dei poteri pubblici. “Un intervento tempestivo avrebbe bloccato sul nascere ogni fenomeno mafioso”, scrive Luciano Violante nel 1994. Non mancò certo il “rigetto sociale”, mancò invece una reazione efficace della politica e dell’apparato giudiziario. Il riduzionismo e il negazionismo si traducono naturalmente in impunità, che costituisce un ingrediente essenziale del fenomeno mafioso. Ebbene, la sottovalutazione della delinquenza mafiosa foggiana è durata più a lungo che nel resto della Puglia, come sottolineano le varie relazioni della Commissione parlamentare antimafia.

Oggi la situazione è certamente cambiata e sono diverse le sentenze definitive sulla “mafiosità” dei sodalizi criminali foggiani e garganici. Ma certo non può sfuggire quanto sia stata infelice la decisione di chiudere il Tribunale di Lucera, come va dicendo senza sosta l’avvocato Pippo Agnusdei, presidente del Comitato di coordinamento per la difesa della Giustizia di prossimità nel territorio della Repubblica Italiana. Nel 2013 uno spietato decreto di tagli indiscriminati alla spesa pubblica ha eliminato un importante presidio di legalità su un territorio ad alto rischio criminale. Così il Tribunale di Foggia, che da sempre è in affanno, è addirittura salito al quarto posto in Italia per numero di procedimenti pendenti, dopo quello di Roma, di Milano e di Napoli (sic!).

Ora è auspicabile che le associazioni antimafia e i sindacati, nell’ottica di una virtuosa convergenza, si uniscano al Comitato di Agnusdei e chiedano con forza al governo il ripristino degli uffici giudiziari di Lucera. Sarà di sicuro un passo concreto da parte di una politica che avverta come un dovere assoluto la lotta alla mafia. Intanto, arriva la notizia dell’imminente istituzione della Direzione investigativa antimafia di Foggia, che potrà dare un decisivo impulso alle indagini patrimoniali: sappiamo bene che i mafiosi temono più la confisca che il carcere.

Qualcosa si muove, per fortuna.

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