I nuovi assetti delle mafie tradizionali, l’allarme per la criminalità foggiana, soprattutto la preoccupazione per l’aumento dei reati che riguardano l’ambiente. È il contenuto della relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia, che ha posto l’accento anche su un altro aspetto che emerge dalle indagini: il tentativo delle mafie “di acquisire gli appalti per il servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani” e quelli per le “attività di bonifica dei siti”. In una parola: clan storici e nuovi affari.

Crimini ambientali in “preoccupante estensione” – I crimini ambientali sono “in preoccupante estensione” poiché coinvolgono “trasversalmente, interessi diversificati” e va ad “interferire sull’ambiente e sull’integrità fisica e psichica delle persone, ledendone la qualità della vita”. La gestione illegale dei rifiuti, dicono gli analisti della Direzione investigativa antimafia, “è purtroppo in costante espansione ed oggi appare ancor più superfluo affermare quanto essa rappresenti uno dei settori di maggiore interessi per le organizzazioni criminali, attratte da profitti esponenziali e di difficile misurazioni”. Ma se questo è possibile non è solo colpa dei mafiosi: “Nei reati connessi al traffico illecito dei rifiuti si intrecciano condotte illecite di tutti i soggetti che intervengono nel ciclo, dalla raccolta allo smaltimento: non solo elementi criminali, ma anche imprenditori ed amministratori pubblici privi di scrupoli“.

In sostanza, l’illegalità ambientale è un fenomeno che “si alimenta costantemente grazie all’azione famelica di imprenditori spregiudicati, amministratori pubblici privi di scrupoli e soggetti politici in cerca di consenso, nonché di broker, anche a vocazione internazionale, in grado di interloquire ad ogni livello”. Quanto ai tentativi delle cosche di mettere le mani sugli appalti per la raccolta dei rifiuti, “particolarmente aggressivi – dice la Dia – si sono rivelati i tentativi di condizionamento delle procedure di appalto attraverso le intimidazioni in danno di imprese concorrenti, ma anche attraverso accordi e relazioni con esponenti delle istituzioni locali e del mondo imprenditoriale”. Quando, invece, i tentativi si sono realizzati nella fase di esecuzione dei contratti, i clan “hanno imposto alle imprese aggiudicatarie del servizio di raccolta e smaltimento l’assunzione di manodopera, l’affidamento di attività connesse al ciclo dei rifiuti ad imprese riconducibili alle organizzazioni criminali o il versamento di quote estorsive per evitare il danneggiamento ritorsivo dei mezzi d’opera”.

La situazione in provincia di Foggia – Un “contesto ambientale omertoso e violento”, dovuto al legame dei gruppi criminali con il territorio, ai rapporti familistici dei clan e alla “massiccia presenza di armi ed esplosivi”. Così la Dia ha descritto la situazione nella provincia di Foggia, sottolineando che “l’assoggettamento del tessuto socio-economico” dipende, soprattutto, dalla “diffusa consapevolezza che la mafia della provincia è spietata e punisce pesantemente chi si ribella”. La mafia foggiana vuole assumere “nuovi assetti organizzativi, più consolidati e fondati su strategie condivise, emulando in tal modo, anche in ottica espansionistica, la ‘ndrangheta”. Non solo. A leggere la relazione della Direzione investigativa antimafia, “anche in provincia di Foggia si sta consolidando un’area grigia, punto di incontro tra mafiosi, imprenditori, liberi professionisti e apparati della pubblica amministrazione. Una ‘terra di mezzo‘ dove affari leciti e illeciti tendono a incontrarsi e a confondersi”.

A proposito della ‘terra di mezzo’, inoltre, la Dia ha citato lo scioglimento dei consigli comunali di Monte Sant’Angelo, Mattinata, Manfredonia e Cerignola “indicativi di questa opera di contaminazione”. Nella città di Foggia – è detto nella relazione – continuano le dinamiche di rimodulazione del fatto federativo esistente tra le tre batterie della società foggiana (Pellegrino-Moretti-Lanza, Sinesi-Francavilla e Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese) per la conduzione di affari particolarmente rilevanti, “tra cui la gestione di una cassa comune ed il controllo condiviso delle estorsioni“. L’indagine ‘Decima aziona’, che il 30 novembre 2018 ha portato all’arresto di presunti mafiosi dediti a compiere omicidi, tentati omicidi estorsioni e a spacciare droga, “aveva evidenziato, inoltre, come il modulo organizzativo adottato dalla società foggiana – viene ricordato – fosse ispirato a canoni strutturali ed operativi simili a quelli della ‘ndrangheta, basati su vincoli familiari, con l’imposizione di regole interne (la cui violazione viene prontamente e gravemente sanzionata), il ricorso a rituali di affiliazione ed, infine, la gerarchica ripartizione dei ruoli con corrispondente sostentamento economico. Proprio all’indomani della predetta attività investigativa – viene sottolineato – si è registrata una escalation del racket estorsivo, culminata in una serie di atti intimidatori che hanno investito il tessuto socioeconomico della città”.

La Camorra – “Il cartello casertano dei Casalesi, nonostante le numerose inchieste giudiziarie e i provvedimenti patrimoniali, riesce ancora efficacemente a difendere e curare i propri interessi illeciti attraverso ramificazioni finanziarie anche internazionali e importanti reti di imprese controllate da fiduciari dell’organizzazione”. A leggere la relazione della Dia, il clan della provincia di Caserta è ben lungi dall’esser stato sconfitto, tanto che “i Casalesi possono contare su interlocutori con specifiche e diverse competenze professionali, capaci di gestire attività economiche di elevata e sofisticata complessità“.

In riferimento alla camorra in generale, invece, la Dia ha sottolineato che “ancora più insidiosa, rispetto alle manifestazioni di violenza, appare la strategia di ‘sommersione‘, tesa ad infiltrare l’economia e la politica e a stringere accordi con altre organizzazioni criminali di diversa matrice territoriale, italiane e straniere”. Un dato di fatto che a sentire la Dia è confermato anche dalle “ultime indagini che hanno interessato il ‘sistema’ camorra confermano la coesistenza di clan connotati da assetti e strategie operative diversificate, caratteristiche che rendono complesso darne una definizione univoca“. E ancora: “Continuano a coabitare sugli stessi territori, in particolare nel capoluogo regionale e nella provincia, realtà criminali molto diverse – ha scritto la Dia – Sodalizi con radici consolidate quali il cartello noto come Alleanza di Secondigliano (nato per iniziativa dei gruppi Licciardi, Contini e Mallardo), il clan Mazzarella, i gruppi Polverino, Nuvoletta/Orlando e aggregati criminali meno evoluti a livello organizzativo, che si caratterizzano per un uso sistematico della violenza e per gli scontri armati con omologhi clan. L’elevata densità criminale delle aree dove tali fenomeni criminali proliferano, fa sì che negli spazi rimasti vuoti siano pronte a inserirsi altre famiglie”.

La ‘Ndrangheta – “Le Istituzioni, a qualunque livello, ma anche la comunità intera devono avere ben chiara la portata del fenomeno” della ‘ndrangheta, “spogliandosi del negazionismo fin qui sostenuto ed acquisendo consapevolezza della presenza delle ‘ndrine ormai ovunque”. È uno dei passaggi più significativi della parte della relazione semestrale che la Direzione investigativa antimafia dedica alla ‘ndrangheta calabrese. Scrive la Dia: “Le consorterie criminali calabresi sono abili nel creare seguito soprattutto fra quelle persone in cerca di riscatto sociale, le cui condizioni di vita li spingono a schierarsi, piuttosto che con lo Stato (le cui risposte, talvolta imbrigliate da lungaggini e meccanismi burocratici, tendono ad essere incomplete, intempestive e comunque non satisfattive), con la ‘ndrangheta che, invece, apparentemente, crea ricchezza, risolve i problemi e non abbandona i suoi adepti. Si badi bene, però – si legge ancora – Si tratta di aspettative effimere e di breve durata, di cui sono ben consapevoli migliaia di vittime, molte delle quali, dopo aver intravisto possibilità di arricchimento attraverso l’interlocuzione con la ‘ndrangheta, hanno perso ben più di quello che avevano”.

“Arcaica nella struttura, moderna nella strategia” – La ‘ndrangheta rappresenta “una mafia arcaica nella struttura e moderna nella strategia, capace di creare e rafforzare sempre di più i propri vincoli associativiinterni, creando seguito e consenso soprattutto nelle aree a forte sofferenza economica, ma allo stesso tempo in grado di adattarsi alle evoluzioni del contesto esterno, nazionale ed internazionale, tenendosi al passo con i fenomeni di progresso e globalizzazione, anche grazie alle giovani leve che vengono mandate fuori Regione a istruirsi e formarsi per poi mettere a disposizione delle ‘ndrine il bagaglio conoscitivo accumulato”. Una sorta di salto di qualità, quindi, che secondo la Dia non è stato per nulla casuale. Anzi: “La ‘ndrangheta è stata una delle prime organizzazioni criminali ad intuire le opportunità offerte dai Paesi dell’Est europeo, come dimostrano alcune recenti evidenze investigative che hanno fatto luce sugli investimenti in diverse aree anche grazie ai fondi strutturali dell’Unione europea. Nelle altre regioni d’Italia e all’estero la ‘ndrangheta replica i propri modelli di origine, ribadendo i valori fondativi delle consorterie, facendo leva sui mai tramontati vincoli tradizionali: il santino di San Michele Arcangelo parzialmente combusto, rinvenuto nella tasca nel neo diciottenne di San Luca, ucciso a Duisburg nella tragica notte di Ferragosto del 2007, ne è l’emblema“.

I rapporti tra ‘ndrine e altre organizzazioni per penetrare nelle istituzioni – “Le più recenti investigazioni hanno dato prova di come le ‘ndrine riescano a relazionarsi egualmente con le altre organizzazioni criminali del Sud o del Centro del Paese, ma anche con interlocutori di diversa estrazione sociale, siano essi politici, imprenditori o figure professionali in ogni caso utili ai tornaconti delle cosche. In tal modo esprime un radicato livello di penetrazione nel mondo politico ed istituzionale, ottenendo indebiti vantaggi nella concessione di appalti e commesse pubbliche“. È quanto si legge nella relazione della Direzione Investigativa Antimafia sull’attività e sui risultati tra gennaio e giugno del 2019. “Parimenti – si legge ancora – l’infiltrazione nel settore imprenditoriale le consente di inserirsi nelle compagini societarie sane, ottenendo il duplice effetto di riciclare i proventi illecitamente accumulati e, nel contempo, di acquisirne ulteriori attraverso i canali legali, arrivando anche a ‘scalare’ le imprese fino a raggiungerne la titolarità. L’efficacia delle consorterie calabresi è da ricercarsi, innanzitutto, nella loro struttura organizzativa a base familiare, compatta dall’interno e per questo meno esposta al fenomeno del pentitismo. Ciò rende la mafia calabrese la più affidabile anche dinanzi ai paritetici gruppi criminali stranieri – ha scritto ancora la Dia – con i quali intesse relazioni, espandendosi capillarmente. Uno dei punti di forza della ‘ndrangheta – riporta la relazione – risiede nella sua capacità di stabilire legami diretti con diversi interlocutori“.

‘Ndrangheta leader nel traffico di droga – Fra le organizzazioni di criminalità organizzata la ‘ndrangheta è “saldamente” leader nei grandi traffici di droga, anche a livello internazionale. Per la Dia, “l’analisi delle risultanze investigative e giudiziarie intervenute nel semestre restituiscono ancora una volta l’immagine di una ‘ndrangheta tendenzialmente silente, ma più che mai viva nella sua vocazione affaristico imprenditoriale, saldamente leader nei grandi traffici di droga, ambito in cui continua ad acquisire forza e ‘prestigio‘, anche a livello internazionale”.

La Mafia – Sul fronte della criminalità organizzata siciliana, la Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia segnala un rafforzamento dei rapporti tra esponenti di alcune famiglie storiche di Cosa nostra palermitana, i cosiddetti “scappati”, con la Cosa nostra americana. Le indagini hanno, infatti, dato conferma dell’evoluzione dei rapporti tra Cosa nostra e gli “americani”, ovvero i perdenti della guerra di mafia contro i corleonesi. Molti di loro, tornati a Palermo, hanno recuperato l’antico potere mafioso, forti anche degli storici rapporti con i boss d’Oltreoceano, stringendo addirittura accordi con l’ala corleonese. Sul fronte interno, si registra uno scenario mafioso caratterizzato da un impellente bisogno di un nuovo assetto e di risolvere l’annosa questione della leadership. La solidità, l’influenza criminale, la capacità militare ed il peso “politico” delle singole famiglie, dei mandamenti e delle rispettive strutture di vertice ricoprono un ruolo fondamentale per la definizione dei rapporti di forza e, di conseguenza, per l’individuazione delle nuove strategie e dei nuovi equilibri.

L’articolazione territoriale delle consorterie criminali nella provincia palermitana risulta ancora strutturata su 15 mandamenti (8 in città e 7 in provincia), composti da 81 famiglie (32 in città e 49 in provincia). Dopo anni di revisione interna, Cosa nostra palermitana ha tentato di darsi un’organizzazione definitiva per ripristinare la piena operatività del tradizionale organismo di vertice, la Commissione provinciale, deputata ad assumere le decisioni più importanti per l’intera organizzazione. Da circa 25 anni, a seguito dell’arresto di Riina nel gennaio del 1993, la Commissione non si è riunita e, di conseguenza, Cosa nostra ha vissuto una lunga fase di stallo dello sviluppo delle strategie operative. L’organizzazione mafiosa palermitana è stata, infatti, diretta da un organismo provvisorio. Con la morte di Riina si è avviata la fase della successione nella leadership, che presenta aspetti delicati e problematici connessi agli equilibri interni tra gli schieramenti, alle alleanze tra consorterie, ai nuovi rapporti di forza nella gestione degli affari criminali più remunerativi.

Matteo Messina Denaro è ancora un punto di riferimento – Le posizioni di vertice dei mandamenti mafiosi di Trapani ed Alcamo “risultano stabilmente detenute da noti esponenti delle storiche famiglie mafiose con un sistema di successione quasi ‘dinastico’ e quella di Castelvetrano continua a fare riferimento al latitante Matteo Messina Denaro“. È quanto sottolinea la Direzione Investigativa Antimafia, secondo cui la figura di Messina Denaro, “a capo del mandamento di Castelvetrano e rappresentante provinciale di Trapani, costituisce ancora il principale punto di riferimento per le questioni di maggiore interesse dell’organizzazione, nonostante la lunga latitanza. Benché il boss continui a beneficiare di un diffuso sentimento di fedeltà da parte di molti membri dell’organizzazione mafiosa trapanese, non mancano – rileva la Dia- segnali di insofferenza da parte di alcuni affiliati per una gestione di comando difficoltosa per via della latitanza che tende a riverberarsi negativamente tralasciando le questioni importanti per gli affari dell’organizzazione“.

Droga resta una delle maggiori fonti di ricchezze contanti – Il traffico di stupefacenti resta per la Mafia siciliana “una delle più remunerative fonti di ricchezze contanti”. Un settore criminale “nel quale consolidare alleanze e, quindi, consolidare il proprio ruolo negli assetti criminali; una possibilità di riaccreditarsi nella filiera al fine di costituire propri canali di approvvigionamento sicuri e continuativi, fornendo, peraltro, occupazione nelle diverse attività. In un quadro come quello descritto le città di Palermo e Catania continuano a ricoprire un ruolo di centralità nei flussi di hashish dalla Campania e di cocaina dalla Calabria, per la redistribuzione sui mercati isolani (ed anche maltesi, come sembrano suggerire i ripetuti sequestri di stupefacenti avvenuti nel porto di Pozzallo e in quello Stato)”. In una regione in “stagnazione economico produttiva, che mortifica le aspettative soprattutto della popolazione giovanile – si sottolinea nella relazione – trova terreno fertile la spregiudicata aggressività delle consorterie criminali che si nutrono delle risorse della Regione, ove invece esse potrebbero prosperare in un ambito di sana incentivazione all’imprenditoria e di leale concorrenza“.

La variante Basilicata – La configurazione geografica della Regione Basilicata e una economia, in alcune aree, meno sviluppata, ha preservato per lungo tempo la regione dagli interessi delle mafie. Tuttavia, in tempi più recenti, si è registrata una sempre maggiore interferenza degli aggregati criminali confinanti – pugliesi, campani e calabresi – disposti ad interagire con le consorterie criminali locali per espandere i propri affari illeciti. Un quadro generale – fa notare la Dia – confermato all’esito della Conferenza regionale delle Autorità di Pubblica Sicurezza, che si è tenuta a fine giugno 2019 da cui è emerso come “il territorio della regione Basilicata, ancorché lontano dai livelli di pericolo in atto in altre regioni, presenta tuttavia temibili formazioni autoctone in fase di ricompattamento e riorganizzazione oltre che evidenze di permeabilità da parte delle consorterie criminali delle regioni confinanti”. Il recente sviluppo del settore turistico e di quello estrattivo, nonché dell’intera filiera agroalimentare, può rappresentare un interesse da parte della criminalità autoctona ma anche delle mafie extraregionali. Per quanto attiene al settore degli stupefacenti, la Basilicata, oltre a costituire terra di transito per i traffici delle cosche calabresi e pugliesi, si conferma un’importante piazza di spaccio con una forte espansione del consumo tra i più giovani. Altri ambiti nei quali resta alta l’attenzione per le costanti violazioni amministrative e penali riscontrate dalle forze di Polizia, attengono alla gestione del ciclo dei rifiuti, ai reati di natura ambientale, all’illecita raccolta di scommesse su eventi sportivi e al gioco d’azzardo, alla sicurezza alimentare e nei luoghi di lavoro e al lavoro nero.

Il Lazio al centro di tutto – “La centralità geografica della regione e la compresenza di rilevanti interessi economici e politici, fanno del Lazio un polo di attrazione per le organizzazioni mafiose. In questo senso, la presenza dell’aeroporto Internazionale Leonardo da Vinci, del porto di Civitavecchia e di importanti stazioni ferroviarie, facilitano gli spostamenti e le possibili interazioni criminali tanto sul piano nazionale che estero”. A ciò, ha scritto la Dia, “si aggiunga come, nel 2018, il sistema portuale regionale (Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta) – ancora – abbia fatto registrare un aumento del 14,8% del traffico di container e del 4,2% dei passeggeri. Un incremento che ha riguardato anche il traffico aeroportuale di merci”. Le indagini sulla criminalità nel Lazio hanno svelato, secondo quanto emerge dalla relazione semestrale della Dia, l’esistenza di una vera e propria piovra che allunga i propri tentacoli fino a “importare” i clan di ‘Ndrangheta e Camorra, i cui legami con la famiglia Casamonica sono emersi nell’indagine “All’ombra del Cupolone“, a febbraio 2019.

“Gli interessi della camorra sono ben evidenti anche sul litorale romano – si legge nella relazione – e una delle ragioni di tale radicamento è da ricercare sicuramente nella contiguità geografica. Proprio in alcune zone del litorale laziale – tra cui spicca il municipio di Ostia e alcuni quartieri della Capitale – si sono stanziati gruppi criminali dove il metodo mafioso continua ad esprimersi attraverso il tradizionale controllo del territorio”. “Secondo il Procuratore Capo facente funzioni della Procura di Roma – ancora la Dia – nella Capitale ‘funzionano contemporaneamente’ centinaia di piazze di spaccio, operative h24, dove viene garantito il controllo del territorio grazie all’uso di sentinelle, ostacoli mobili e fissi, telecamere ed edifici particolari. Da ultimo, va considerata anche una consistente presenza di criminalità straniera. Lo sfruttamento della prostituzione risulta per lo più ad appannaggio di gruppi criminali romeni e della mafia nigeriana. Rapine e furti sono, invece, prerogative dei sodalizi albanesi. La loro spietatezza e le loro forme cruente di violenza hanno, nel tempo, indotto le mafie tradizionali ad avvalersene, in particolare per le fasi terminali dei traffici di stupefacenti“.

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