L’avanguardia è morta, ma lotta insieme a noi… Mi rendo conto che una frase così può risultare ambigua e più che vagamente contraddittoria, ma, a mio modo di vedere, fotografa bene un aspetto della poesia contemporanea e, probabilmente, fotografa meglio ancora ciò che probabilmente verrà. Il lemma avanguardia è evidentemente colpito da un irrecusabile stigma: chi si definirebbe oggi “poeta d’avanguardia”?

Eppure… Eppure, a guardare la produzione di quelli che io ritengo i migliori esponenti delle nuove e nuovissime generazioni, l’influenza di atteggiamenti, posture, strumenti, forme delle avanguardie storiche e soprattutto di quelle nuove, le neo-avanguardie, appare evidente, abbastanza spesso addirittura esplicito, prima di tutto per la loro spiccata cross-medialità.

Dunque: hai voglia a darla per morta, l’avanguardia; anzi le avanguardie son là che riprendono vigore e importanza, sia pure in anonimato, o sotto falso nome, se preferite. E se questo appare in qualche misura “naturale”, ciò è probabilmente dovuto a un vero e proprio salto antropologico che ha mutato radicalmente, prima che le arti, le strutture e le forme essenziali della comunicazione.

Ed è così che l’attenzione di molti giovani torna ad appuntarsi su figure eminenti come quella di Giovanni Fontana, maestro indiscutibile della poesia sonora e visiva, a cui andrebbero dedicate ben più di queste poche righe.

Teorico acuto e profondo (mi limito qui a citare il suo imprescindibile La voce in movimento, ed. Harta Performing), performer di livello internazionale, artista plurivoco che mette in comunicazione specifici di ogni tipo (chi avesse dei dubbi potrà soddisfarli guardando i due splendidi video che accompagnano questo post), Fontana esce in Francia con un piccolo gioiello: La voix et l’absence (ed. Dernier Télégramme) arricchito, se ce ne fosse bisogno, dagli scritti di due prestigiosi protagonisti della sperimentazione internazionale, Pierre Garnier e Julien Blaine.

Oggetto spiccatamente “concreto”, l’opera di Fontana si propone come un susseguirsi di dittici poetici che si guardano, si negano, si implicano e si completano come i due lati di un Rorschach sghembo: da una parte una poesia apparentemente “lineare”, ma in realtà espansa nello spazio della pagina e “concretamente” connotata dalle dimensioni e dagli stili delle font, dall’altra la medesima stringa linguistica, ma “tradotta”, trasformata in poesia visiva, vergata “a mano” e annegata tra i colori e le forme iconiche delle immagini che fanno collage.

Ciò che risulta da questo spericolato gioco di specchi è esattamente la voce di un’assenza, direi quella della voce che il libro esilia nella vita e nella performance, la sua fantasmatica irrinunciabile presenza, messa in pagina, come sottolinea Garnier, da una espèce de souffle che si sente vibrare tra le pagine. Poesia epigenetica, così la definisce Fontana stesso, una poesia cioè che muta le sue forme e i suoi media, senza cessare di essere poesia.

Un altro problema dato dalla (oggettiva) censura delle accademie italiane nei confronti della storia e della produzione delle neo-avanguardie internazionali è quello della difficile reperibilità dei testi (manifesti, scritti critici, prese di posizione di poetica) che pure sono state prodotte in grande quantità tra gli anni 50 e la fine del secolo scorso.

A rimediare, almeno in parte, a questa mancanza è la bella antologia di Patrizio Peterlini, Rivoluzione a parole. Poesia sperimentale internazionale dal 1946 a oggi, manifesti e testi teorici, (ed. Danilo Montanari) che riunisce una notevole messe di preziosi materiali, molti dei quali difficilmente reperibili e certamente fondamentali per la comprensione di un fenomeno così complesso, il cui andamento carsico nell’ultimo quarantennio, come notavo all’inizio, non ha certo sottratto fascino, né capacità di innovazione formale.

Dagli scritti di Max Bense dedicati alla poesia concreta a quelli di Pierre Garnier che introduce lo Spazialismo, fino a decine di dichiarazioni di moltissimi maestri della sperimentazione poetica (Chopin, Blaine, Dufrêne, Fhalström, Carrega, Gomringer, Heidsieck, Lora Totino, Mon, Spatola, Vicinelli, per citarne solo alcuni), Peterlini offre al suo lettore un archivio prezioso, a partire dal quale è possibile disegnare un quadro vasto ed esauriente di ciò che è accaduto ai margini del mainstream.

E se ha certamente ragione Peterlini nell’ipotizzare come causa di questa marginalizzazione il rifiuto di ammettere l’incapacità del linguaggio a esprimere totalmente il reale, il rifiuto dell’idea spatoliana di “poesia totale” (e Adriano Spatola è certamente il nume tutelare di questa raccolta). D’altro canto il carattere spiccatamente inter-artistico delle esperienze prese in esame spaventa certamente una critica strettamente settorializzata, che rischia attacchi di panico se solo le si prospetta una qualsiasi gita al di fuori dei protettivi steccati che essa stessa ha eretto.

Ben venga dunque questa antologia, che, più che un libro, è una porta aperta verso territori ancora avvincenti e attualissimi, una mappa per orizzontarsi in un territorio dove arte e libertà, forma e rischio si vogliono sinonimi. E dove presto, vedrete, ricominceremo ad aggirarci, anche se magari lo chiameremo con un altro nome. Con un nome nuovo e assolutamente inaudito.

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