Il rosso e il nero. Giampaolo Pansa, morto ad 84 anni, colonna del giornalismo italiano, più noto di recente sul versante corsivista, ma nel passato autentico fuoriclasse come inviato, è riuscito da un libro pubblicato all’altro, nel tempo di uno sfogliare di pagina, in quello che nessun Renzo De Felice, Silvio Bertoldi, o Arrigo Petacco sono riusciti a fare in decine di saggi storici per almeno cinquant’anni. Mostrare nel momento più adeguato possibile le ragioni di chi stava, per dirla alla De Gregori, “dalla parte sbagliata”.

Anno 2003. Esce Il sangue dei vinti. L’Italia si catapulta in libreria. E il mondo politico intellettuale riversa su Pansa accuse di tradimento: politico, metodologico, umano. Colui che lavorava da vent’anni nel Gruppo Espresso/Repubblica, lo studente del Monferrato laureatosi in Scienze Politiche a Torino raccontando le gesta partigiane di liberazione “tra Genova e il Po”, dà alle stampe per Sperling &Kupfer un ponderoso saggio sul “triangolo della morte”. Processi sommari, esecuzioni improvvise, vendette violente e sanguinose, compiuti nel post 25 aprile 1945 da partigiani comunisti contro gli ex nemici fascisti, proprietari terrieri, industriali, ma anche fiancheggiatori del fascismo, gente comune, persone talvolta che non c’entravano nulla. Crimini privati compiuti in tempi di pace pubblica. Pansa ridà semplicemente nuova linfa alle tesi di tanti ex repubblichini, Giorgio Pisanò su tutti, a cui aggiunge lo stratagemma letterario della fittizia bibliotecaria a cui dà il nome di una partigiana e che accompagna la sequela di anime morte modello antologia di Spoon River della bassa padana.

Nel mirino del giornalista piemontese c’è la retorica resistenziale del vecchio Partito Comunista Italiano, anche se il partitone non c’era più da un pezzo, e le mire dittatoriali “identiche a quelle del fascismo” – affermava lui – delle brigate partigiane organizzate per tre quarti dai dirigenti comunisti “Longo e Secchia da Milano”. Del resto la sinergia partitica tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini aveva appena portato allo sdoganamento di figli e nipotini del Movimento Sociale Italiano. Così, come nelle più ottimiste delle favole l’idea impellente di Pansa fa centro. Lo sghiribizzo da revisione storica però è già in nuce a metà anni novanta. Se si va a leggere Siamo stati così felici (1995) e I nostri giorni proibiti (1996), dove il nucleo centrale narrativo sembra all’apparenza minimale, più che Raymond Carver sembra di incontrare la protagonista di anticomunista di Và dove ti porta il cuore della Tamaro.

In Pansa lo scavalcamento di campo ideologico, quello dell’Italia bipolare, destra vs. sinistra, comunisti vs. fascisti, è tracciato su una direttrice inattesa. Prima è il paladino degli oppressi dalla dittatura mussoliniana, è l’allievo di Alessandro Garante Garrone e Norberto Bobbio. Poi si tramuta nel difensore delle vittime delle vendette comuniste. Chi ha imparato a conoscere Pansa negli ultimi anni, quando burbero, borbottante, inacidito striglierà chiunque, da D’Alema a Salvini, da Renzi ai 5 Stelle, faticherà ad avere bene in mente il primo Pansa. Quel signore che da inviato racconta mezza Italia che si trasforma, dal boom economico alla Milano da bere, quell’Italia che dice addio a Berlinguer e si appresta nel giro di un decennio ad entrare in Europa. Prendete I Bugiardi (1991), apice di una saggistica sagace, acuta, sferzante. Pansa testimonia il declino del craxismo, scattando l’istantanea della camicia sudata indossata dal leader socialista nel caldo congresso numero 46 a Bari. Ne Il malloppo (1989) l’attacco diretto, tra il pamphlet e il romanzo, della corruzione dilagante che in breve diventerà Tangentopoli. Nel suo linguaggio diretto evoca un particolare, apparentemente secondario, come quello delle scarpe lucide di Roberto Calvi.

Eccolo il talento di una delle penne più brillanti del Novecento. Un’occhiata generale al contesto e giù verso il dettaglio a raccogliere la condivisione del lettore più popolare e distratto. Del resto che cos’è Il Bestiario, la rubrica che Pansa ha tenuto su L’Espresso per decenni e recentemente su Libero, se non un divertissement infinito sul circo politico italiano? Meno conservatore e austero di Indro Montanelli, lontano da quell’elitarismo un po’ snob alla Paolo Mieli, nemmeno puntiglioso e tignoso come un Ernesto Galli della Loggia, Pansa si è però ritagliato lo stesso spazio di attenzione e autorevolezza da opinionista e commentatore dei fatti politici come i più blasonati e moderati suoi colleghi dopo una carriera iniziale da cronista tuttofare. Il racconto di quella primissima recensione al libro Il giorno più lungo, quando ancora era a La Stampa, con il direttore De Benedetti che prima lo redarguisce dicendogli che non è una recensione ma una cronaca superata e noiosa dello sbarco in Normandia, poi sminuzza il foglio con su il pezzo stampato in mille pezzi, anticipa di poco gli articoli di cronaca sulla tragedia del Vajont, sulla bomba in Piazza Fontana, sullo scandalo Lockheed.

Pansa entra nella memoria degli italiani usando un approccio pessimistico, un allargare continuo le braccia, uno sconforto ironicamente abissale di fronte ai vizi e agli errori di un paese che si ripetono di continuo. Certo, come stanno scrivendo in queste ore in tanti: nulla a che fare con il giornalismo storytelling contemporaneo. Pansa non inventava narrazioni, ma le colorava. Pansa non fustigava il malcostume italico, ma se ne lamentava con arguzia. Pansa non descriveva veri e propri fatti, ma ne proponeva la sua sentenza in merito. Ovvio che prima o poi sarebbe diventato il re delle “controstorie”, del rovescio della medaglia della vulgata da altri descritta. Che sulla memoria dei vinti ci abbia campato dal 2003 praticamente fino all’altro giorno era naturale. Pansa era nato per infastidire, far discutere, a suo modo scandalizzare. Pansa il rompiscatole, insomma. Giornalista tutto d’un pezzo.

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