In un recente articolo su Forbes, Glenda Cinquegrana, gallerista e docente all’Accademia di Belle Arti di Sassari, descrive i fenomeni del mercato dell’arte più importanti degli ultimi dieci anni. Dall’elenco, emerge un fenomeno interessante: il successo delle donne.

Una tendenza dimostrata anche da cifre record, come nel caso di un’opera di Georgia O’Keeffe battuta a 44 milioni di dollari, e da rivalutazioni di personalità nascoste all’ombra di uomini famosi, come Lee Krasner, moglie di Jackson Pollock, protagonista di una retrospettiva al Denver Museum nel 2016.

E se i numeri significano qualcosa, alla Biennale d’arte di Venezia del 2019 più della metà degli artisti erano donne. Inoltre, tra i tre artisti più famosi del decennio, compare Marina Abramovic (1947) che, insieme a Ai Weiwei (1957) e a Maurizio Cattelan (1960) domina le classifiche. Abramovic fa parlare di sé dagli anni Sessanta, mettendo in scena performance estreme in cui coinvolge spesso il pubblico, dalla celeberrima Rhythm 1 (1973) in cui invitava gli spettatori a usare vari strumenti (tra cui lamette e persino una pistola) sul suo corpo, fino a The artist is present (2010) dove siede per alcuni minuti di fronte a ciascuno spettatore, in silenzio.

Ai Weiwei, dissidente e figlio di un poeta dissidente, dopo dieci anni di fortunato soggiorno a New York rientra in patria nel 1993 come artista già affermato. Il governo cinese lo reprime, lo imprigiona, lo maltratta ma, nel contempo, comprende quanto la sua arte (e quella di altri artisti cinesi) rappresenti un business per una Cina che si sta aprendo al mondo.

L’aspetto ambiguo della vicenda è che la fortuna dell’arte “made in China” è dovuta, paradossalmente, anche alle dichiarazioni anti-governative dei suoi protagonisti, inducendo nel regime governativo una sorta di schizofrenia. Quel che è certo è che, in breve tempo, l’arte contemporanea orientale si afferma nel mercato internazionale, come conferma l’apertura della fiera Art Basel anche a Hong Kong nel 2013.

Maurizio Cattelan è un artista noto anche al pubblico comune perché capace di comparire spesso in cronaca. Dall’albero in una piazza di Milano al quale “impicca” tre fantocci di bambini (Senza titolo, 2004), passando per l’enorme dito medio alzato davanti al palazzo della Borsa della stessa città (L.O.V.E., 2010) o al presunto furto del suo water dorato (America, 2016) fino alla banana da 120mila dollari appiccicata con lo scotch sul muro degli spazi espositivi dell’Art Basel di Miami (Comedian, 2019), mangiata da un sedicente spettatore di passaggio.

Marina Abramovic, Ai Weiwei e Maurizio Cattelan hanno certamente in comune una caratteristica: sono eccellenti imprenditori di se stessi. La prima insegue con determinazione il sogno di una faraonica fondazione sul cui edificio troneggi il suo nome; il secondo gioca un’astuta partita a scacchi con il governo cinese; il terzo non perde occasione per stupire e (talvolta) divertire anche il cosiddetto “pubblico comune”.

In tutti e tre i casi, l’opera più importante è la costruzione della propria immagine pubblica, usando anche Instagram, ciascuno a suo modo. Cattelan, per esempio, posta immagini (volutamente ovvie) solo per un giorno e poi le cancella, inducendo nei followers una corsa a scaricarle. Intorno agli anni Ottanta, quando ancora Internet non era un fenomeno di massa, alcuni artisti hanno tentato di usare, con limitato successo, lo spazio virtuale non tanto come contenitore, quanto come nuovo linguaggio.

Oggi, come osserva Cinquegrana, Instagram può condizionare la notorietà e le quotazioni di un artista, come nel caso del video Infinity mirror room di Yayoi Kusama (1929) che, nel 2013, comparendo sul social, porta 2500 persone, in una sola giornata, in una galleria di New York. Secondo Artribune, Kusama è l’artista donna più venduta al mondo. E poi c’è il ritorno della pittura astratta, ma in chiave postmoderna. L’articolo su Forbes cita, tra gli altri, Oscar Murillo (1986), definito dalla critica il nuovo Jean-Michel Basquiat.

E a proposito di Basquiat – che nasce artista di strada – non può mancare la cosiddetta Street art, definita anche “la nuova Pop art”. Nata nei ghetti delle grandi città americane negli anni Settanta come forma di appropriazione dello spazio urbano, oggi è perfettamente inserita nel mercato. Dagli anni Ottanta in poi, gli street artist più corteggiati da mercanti e galleristi sono proprio quelli che si scagliano (a parole) contro il sistema dell’arte. Banksy, il misterioso street artist di Bristol, oggi brand indiscusso del mercato, incarna perfettamente questa contraddizione.

Per concludere, un caso clamoroso che riguarda l’arte del passato. L’acquisto di un dipinto attribuito a Leonardo da Vinci (Salvator Mundi) passa attraverso alcune collezioni miliardarie come quella del principe Mohammad bin Salmān e approda al nuovo Louvre di Abu Dhabi, dopo essere stato valutato per 450 milioni di dollari.

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