Se le Sardine vogliono davvero cambiare la qualità della politica in Italia hanno un modo semplice ed efficace a disposizione: iscriversi in massa al Partito democratico, cambiarlo dall’interno e salvarlo.

Tornato a Modena dalla mia famiglia per le feste, continuo a incontrare persone che sono state nelle piazze emiliane delle Sardine: sono elettori del Pd, delusi da tempo, che temono la vittoria (politica ma soprattutto culturale) della destra di Matteo Salvini. Ma sono anche persone lontane dalla partecipazione attiva. Votano e si indignano da sempre eppure non hanno mai fatto parte di un partito e nessun partito le ha mai cercate.

Dopo il 26 gennaio, quando in Emilia Romagna si vota e per la prima volta l’esito è incerto, le Sardine saranno soggette alle ormai abituali evoluzioni dei movimenti spontanei di piazza in Italia.

Le traiettorie prevedibili sono queste: 1) il movimento si sgonfia con la fine della campagna elettorale, come è successo a tante piazze pacifiste/civiche/legalitarie, passata l’emergenza, finisce la spinta alla mobilitazione; 2) Mattia Santori e gli altri “leader “ (in realtà soltanto promotori) scelgono di proseguire nella mutazione da attivisti di base a presenzialisti da talk show, capi di un popolo che contesta proprio i movimenti populisti e leaderistici. Un seggio da qualche parte, presto o tardi, lo rimedieranno; 3) Le Sardine diventano quello che hanno finora contestato: un movimento post-ideologico che replica l’esperimento Cinque Stelle dieci anni dopo oppure una lista a sinistra del centrosinistra come ce ne sono state tante. Nessuno di questi esiti pare allettante o significativo.

C’è però un’altra possibilità. Che le Sardine provino a cambiare la politica nell’unico modo che si è rivelato efficace in una democrazia rappresentativa: dentro i partiti. Se guardiamo fuori dall’Italia, molte delle più durature innovazioni politiche hanno seguito questo percorso. Nella politica americana i Tea Party anti-tasse e libertari sono stati movimenti all’interno della galassia del partito Repubblicano, prima hanno contestato la leadership e la linea troppo moderata, poi hanno espresso un candidato alla vicepresidenza (Sarah Palin nel 2008) e infine sono diventati essi stessi il partito Repubblicano.

A sinistra è successo lo stesso: Bernie Sanders è un indipendente, non è neppure un membro del partito Democratico, eppure gli ha portato energie e idee nuove candidandosi nel 2016 contro Hillary Clinton, espressione dell’establishment dem. Le idee “socialiste” di Bernie hanno alimentato una nuova generazione di leader, come Alexandria Ocasio Cortez, oggi deputata, e hanno reso possibile che un ex-repubblicana come Elizabeth Warren arrivasse nelle parti alte dei sondaggi presidenziali con politiche che, usando il mercato, puntano agli stessi obiettivi di Sanders, cioè ridurre disuguaglianze e combattere lobby e corruzione. Anche in Gran Bretagna il movimento Momentum è diventato un partito dentro il Labour Party e ha costituito la base per la leadership di Jeremy Corbyn. Molte di queste esperienze non sono finite benissimo, dal punto di vista elettorale. Ma il punto è che i partiti si sono dimostrati scalabili. E tutt’altro che impermeabili alle forze esterne che chiedono cambiamenti.

Immaginate la scena: tutte quelle Sardine, quei ragazzi con un lavoro precario, una laurea, un dottorato, tutti quei pensionati benestanti che hanno tempo, energie e cultura da investire, tutti quegli attivisti locali che finora hanno condotto battaglie solitarie ma coraggiose, tutti quei reduci del Novecento che ancora leggono i giornali e non soltanto i tweet, tutti quei membri di associazioni cattoliche che si mobilitano per singole istanze ma non si affiliano: ecco, immaginate tutta quella gente capace di riempire le piazze delle Sardine che si iscrive al Pd e ne comincia a dettare l’agenda, che compete per la guida dei circoli, che chiede di entrare nelle liste locali, contendendo i posti ai soliti professionisti della politica e ai figuranti televisivi la cui attività politica (e cerebrale) è spesso impercettibile. Immaginate quelle 6.000 Sardine che non diventano l’ennesimo partito, ma portano energie e coraggio a un Pd ormai destinato all’estinzione, vittima di leader ancora convinti che il problema sia cambiare gli elettori, non le idee, le facce e le pratiche.

Il Pd – e non solo il Pd – continua ad annunciare convenzioni, costituenti delle idee, momenti fondativi per capire se ha ancora senso come partito o deve rassegnarsi a essere un comitato d’affari che spartisce nomine e appalti dove ancora contare qualcosa. In piazza c’è non soltanto una richiesta, ma anche una proposta di una politica nuova, o almeno delle energie per costruirla, quella politica. Domanda e offerta sono spesso destinate a incontrarsi.

Oppure le Sardine possono fare come Nanni Moretti che nel 2002 divenne il riferimento della stagione dei girotondi, fece il suo famoso discorso in piazza Navona, a Roma, avvertì “con questi dirigenti non vinceremo mai”. E poi tornò a fare film, mentre Silvio Berlusconi governava e il centrosinistra gli semplificava il lavoro.

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